Il modello Milano ha radici profonde che non si possono esaminare, osservare, analizzare solo alla luce della recente, scandalosa cronaca giudiziaria che vede, almeno 15 anni di vita della città meneghina, sotto la lente dei giudici. Non è utile cavalcare l’ondata giustizialista che attraversa media e social, con derive che mostrano meme del Sindaco Giuseppe Sala, già in uniforme a strisce orizzontali con i calzini arcobaleno. Occorre riavvolgere il nastro e comprendere le ragioni profonde di un fallimento, di un’idea di città metropolitana governata da logiche neoliberiste in cui il legame sociale, lo spazio urbano, comunitario scompaiono per favorire, unicamente, la rendita e la speculazione finanziaria legata al cemento. Il modello Milano non e’ nemmeno così originale, la paternità, l’invenzione di Milano, per riprendere il titolo di un saggio di Lucia Tozzi, studiosa  attenta alle trasformazioni urbane, una delle voci che, per prime hanno segnalato come l’importazione nella ex capitale morale d’Italia avrebbe causato danni irreparabili: esclusione, diseguaglianze, privatizzazione dello spazio pubblico, corruzione e tentazioni di dominio.

Egocentrismo progettuale. Il modello italianizzato è quello sperimentato nella Londra preBrexit dai laburisti che tra archistar, cetrioli e Olimpiadi hanno creato la narrazione della swinging London 2.0 – Cool Britannia.  Finanza e cemento. Il modello sfrutta una combinazione di coincidenze creative, artistiche che innescano un meccanismo di ottimismo nella cultura e nella società. Si attiva una nuova narrazione che vende la città come giovane, rampante, degna di attrattiva. A governare questo processo a Milano e’ Giuseppe Sala, già city manager di Letizia Moratti, commissario unico di Expo 2015, l’evento in cui dispiegare il nuovo modello. L’evento, il cemento, le relazioni, le mani libere per disegnare un piano di espansione immobiliare in spregio alle normative vigenti. Nasce il modello Milano che si specchia nel Bosco Verticale, nella Torre Generali di Zaha Hadid, con l’insegna collassata sotto la spinta, il soffio potente delle inchieste. Il modello Milano ha generato una città esclusiva e escludente in cui, per dirla con Mark Fisher, “è il capitalismo a nutrire e riprodurre gli umori della popolazione a un livello che nessun altro sistema sociale ha mai sfiorato: senza delirio e senza fiducia in se stesso, non saprebbe proprio come funzionare.”

Se il modello Milano è imploso, come è ormai evidente siamo d’accordo nel pensare che si apre uno spazio politico attivo che puo’ rimettere al centro della pratica architettonica della progettazione urbana e non solo un’idea di città più giusta, inclusiva, ecologica? Occorre aspettare il fallimento di modelli capitalisti senescenti e imbarazzanti per provare a desiderare, vivere, immaginare radicalmente un superamento delle logiche neoliberiste? Non ci sono alternative? Le alternative ci sono e cominciano da un profondo ripensamento delle logiche politiche rappresentative. La politica italiana è inquinata, è malata, è sempre meno rappresentativa di larghe fette di popolazione e segue logiche clientelari come sta emergendo chiaramente, anche, dalle inchieste milanesi. Se spostiamo lo sguardo a sud notiamo come a Napoli, che sta vivendo una narrazione positiva sotto la spinta dell’overtourism, il Sindaco Manfredi (csx) sta per replicare il modello milanese sfruttando l’America’s Cup. Sintomi evidenti che si tratti di un’idea dell’amministrazione delle città trasversale, estrattivista e escludente. Nessuno e’ immune. Il modello neoliberista delle città rampanti, contemporanee, degli skyline disegnati dalle archistar nasconde un progetto che punta a estrarre profitti leciti e illeciti per ristrette cerchie di prenditori collusi ai quali della qualità della vita comune non interessa nulla anzi è un ostacolo ai piani predatori.

E’ uno scenario inquietante ma profondamente realista che fa venire voglia di fuggire, disertare e continuare a osservare il declino. Non è questo lo spazio per giudicare penalmente il modello Milano, qui desidero sottolineare come è la logica politica che ha generato l’amministrazione Sala che è fallimentare. Occorre riconoscere questo fallimento, ci vuole un atto di coraggio e di ripensamento profondo della politica partecipativa e rappresentativa. Le nuove generazioni che si erano illuse che nella metropoli meneghina avrebbero avuto opportunità impensabili nei territori di provenienza sono smarrite, in fuga, per i costi insostenibili e per oggettivo disincanto. La Milano della speculazione neoliberista, immobiliare, finanziaria dove comprare e affittare casa è praticamente impossibile, è una città per ricchi che, da inclusiva si fa esclusiva, respingente. I giovani per disperazione, tornano a Sud, tornano in famiglia, delusi e smarriti, senza casa. Il Sud, in primis Napoli che ha un nuovo appeal sta seguendo questa china escludente. Le città sono del business, del profitto quando molti giovani pensano al Sud come luogo dove ri-trovare comunità, autenticità, un senso di appartenenza che Milano ha smarrito.

Le città del Sud hanno la possibilità di immaginarsi, viversi come meridiane, mediterranee con spazi pubblici da vivere e immaginare?  Una socialità che non si piega alla schiavitù della finanza. La logica finanziaria, turistica ha venduto l’anima dei luoghi, delle città. Milano ha esagerato e ora implode, la torre Generali ne e’ il simbolo, ma forse bisogna riavvolgere il nastro e tornare a leggere cio’ che l’occupazione della Torre Galfa (da Ligresti a Coima/Catella) denunciava, Macao?. Immaginare un’altra città, un altro bene comune, fare uno sforzo di immaginazione radicale. A Sud è ancora possibile?

Marco Petroni

22.7.25

La fotografia di copertina è di Marco Introini