Paolo Brescia, milanese, architetto, socio fondatore di OBR_Open Building Research con Tommaso Principi, pone alcune delle questioni essenziali ad un sano dibattito per trovare una via per uscire da questo cortocircuito tra comunità, pubblico e privato. Tuttavia non serve la magistratura a leggere la città e le sue derive, come invece affermano alcuni osservatori, perché  basterebbe studiare i fenomeni urbani con competenza per comprendere quello che accade a Milano dal 2015. Niente di nuovo se riferito all’eterno rapporto opaco tra l’architettura e il potere economico e politico.

EP: Milano negli ultimi dieci anni ha trasformato la sua iconografia urbana grazie all’Expo. Questo ha consentito di coinvolgere molti capitali che hanno iniziato a investire nella città, tuttavia senza un disegno urbano. Perché?

PB: La capacità che Milano ha nell’attrarre capitali ha prodotto nel corpo della città una serie di cambiamenti negli ultimi dieci anni come non se ne sono visti negli ultimi trenta. Ma la vera domanda è: che cosa hanno prodotto i recenti interventi, oggi oggetto delle note inchieste? Sicuramente una tendenza allo sviluppo in altezza. Se da un lato sono evidenti i benefici ambientali in termini di riduzione di consumo di suolo, come ha reagito Milano, la città della permanenza dei tracciati, degli allineamenti stradali, la città compatta con i suoi “palazzotti bassi”, con i suoi cortili e i suoi giardini interni? È vero che molti di questi interventi – pensiamo a Porta Nuova, Garibaldi-Repubblica e CityLife – sono ormai entrati nell’immaginario collettivo urbano come delle nuove centralità (soprattutto per i turisti e gli stranieri), ma a quale prezzo? Qualcuno sostiene che l’edifico alto, per sua natura, elevandosi in altezza dal tessuto urbano, non comunica con il suo contesto, anzi, emergendo a 360°, non ha più un fronte, un retro, un fianco, vanificando di fatto la gerarchia tra tipologia edilizia e città.

Ma credo stia emergendo qualcosa di nuovo, che mira a superare la natura individualista e “a-topica” di questi nuovi sviluppi in altezza: è la riscoperta dello spazio pubblico, la sete di urbanità, la fame di piazze. Ma attenzione a pensare al disegno urbano come un “disegno di insieme”, che è la migliore ricetta per una scarsa qualità urbana. Se ogni elemento viene pensato come parte del sistema, con un proprio posto in un disegno complessivo, questo porta all’esclusione di tutto ciò che è stridente, problematico e disorientante, di tutto ciò che “non rientra” nel sistema, sbarrando la strada alla sperimentazione e all’innovazione, che sono il vero genius loci delle città.

EP: Quello che emerge oggi, ma già dal 2009 con le inchieste toscane a Terranuova Bracciolini, è l’opacità nei rapporti tra architetti e costruttori, come si esce da questo pantano?

PB: La situazione di stallo urbanistico che stiamo vivendo a Milano rappresenta una sfida cruciale per la città. Mi spiego: credo che l’errore di fondo sia misurare il rapporto tra interesse privato e interesse pubblico in termini quantitativi – gli oneri di urbanizzazione -, da cui appunto gli interessi contrapposti tra developers e amministrazione, che si trovano a negoziare sui numeri (mq, euro) presupponendo un’idea di “equilibrio” simile a una riga finale del bilancio come in un file excel in cui gli ingressi e le uscite si equivalgono. Questo tipo di negoziazione porta su un terreno di gioco molto pericoloso, le cui regole antiquate e interpretabili hanno portato a quello che vediamo oggi: operazioni immobiliari che incidono sulla città senza un vero dibattito pubblico. Se, invece, impostassimo il ragionamento in termini qualitativi, la vera domanda sarebbe: come una data operazione immobiliare contribuisce al “fare città”? Posta in questi termini, la discussione tra architetti, costruttori e amministratori si sposta sul campo dell’architettura urbana, invertendo il rapporto tra figura e sfondo, dove la figura che sta davanti è l’urbanità e lo sfondo che sta dietro è l’edificio, come dire che non c’è edificio senza una propria urbanità. Forse, per uscire dal pantano, accorrerebbe ripensare la città come luogo nel quale reinventare lo stare insieme, praticando quel rito di urbanità che si celebra nel momento in cui mettiamo insieme quelle particolarità che siamo e in cui siamo così radicalmente iscritti. Forse, è arrivato il momento di riunire tutti gli attori che fanno la città (architetti, costruttori, amministratori, ma anche politici e abitanti) e condurre un esercizio auto-riflessivo senza derive tecnocratiche o illusorie fughe utopiche, verso una visione ideale, ma non utopica, che diventi il manifesto del “fare città”.

EP: Indubbiamente con il declino della figura dell’urbanista, che aveva il compito di disegnare la città futura, ci troviamo di fronte ad uno sviluppo incontrollato di forme e funzioni che privilegiano solo una classe sociale, i ricchi, a scapito di costruire una città accogliente e inclusiva…

PB: Qualcosa è andato decisamente storto. Come dice Richard Sennett, la città non è più padrona di sé stessa. L’urbanista ha tradito sé stesso. Nonostante l’immenso arsenale di strumenti tecnici oggi a disposizione per progettare, l’urbanista ha scelto la sovradeterminazione. Pensiamo per esempio al Plan Voisin per Parigi di Le Corbusier: un unico piano complessivo con una serie di edifici cruciformi tutti uguali, senza alcuna relazione con la città. L’esito di questa visione distopica ha prodotto le gate communities e i campus isolati, con il risultato che questa sovradeterminazione del nuovo sul vecchio ne rende difficile il ripensamento e l’adattamento nel tempo, sancendone il rapido fallimento. Per avere più ordine e controllo, l’urbanista si è inventato una montagna di regole fino ai minimi dettagli, per rendere ogni progetto coerente, equilibrato, omogeneo, integrato, sovradeterminato (reprimendo tutto ciò che disturbi). Per guardare la città con occhi nuovi, dobbiamo vederla come un sistema aperto, che, come un colloide, tiene insieme persone diverse per classi sociali, etnia, religione, cultura, preferenze sessuali. È la dissonanza, non la coerenza, che accende la città. Questa idea di sistema aperto è un po’ simile all’autopoiesi di Niklas Luhmann, secondo cui più scambiamo reciprocamente l’uno con l’altro, più diventiamo individuati. In questo senso, Jane Jacobs osserva che “se la densità e la diversità danno vita, lo fanno disordinatamente”, promuovendo una sorta di “combustione spontanea”. L’urbanista limitato pretende di prevedere fin dall’inizio i risultati finali, secondo un pensiero lineare e logico di causa-effetto (“se, allora”). L’urbanista illuminato cerca una narrativa più aperta e irrisolta – cosa avviene dopo (“cosa, se”). L’urbanistica è un’arte quando non si limita a risolvere dei problemi, ma pone le domande giuste.

EP: Insieme a Tommaso Principi nel 2000 avete fondato lo studio OBR che opera anche a Milano, quanto è difficile lavorare in un contesto così contaminato da clientelismo e corruzione?

PB: Tutto il mondo è paese. Da parte nostra, devo dire che siamo sempre andati dritti per la nostra strada professando un approccio di tipo cooperativo ed evolutivo, che coinvolge fin da subito sia il committente, sia l’amministrazione, prima ancora che il progetto prenda forma. Lavorando a scala urbana, cerchiamo di vedere ogni progetto in una visione più allargata, ascoltando le energie che animano la città, cercando di eliminare quel soverchio che impedisce a ciò che è di essere, e a ciò che non è più (o non è ancora) di essere quello che è meglio che sia. In pratica, abbiamo sempre cercato di ottenere di più togliendo, piuttosto che aggiungendo, attivando delle nuove relazioni tra quello che già c’è. In questo modo, non cerchiamo di negoziare, ma di condividere quello che riteniamo giusto per la città. Lavorando in OBR, abbiamo maturato un’idea di architettura urbana che non è un obiettivo individuale, ma l’esito di un processo collettivo, che intraprendi mettendoti in gioco, prendendoti dei rischi, anche commettendo qualche errore, ma pur sempre indagando il futuro ed esplorando l’ignoto, che poi rimane l’unica meta verso cui andare, se dobbiamo andare da qualche parte.

EP: Milano era la capitale morale d’Italia, ma oggi appare una città che, dopo tangentopoli, non impara la lezione. Quali strategie bisogna mettere in atto per rifondare la città e il progetto urbano?

PB: La tua domanda mi fa venire in mente l’antinomia di Albert Hirschman in Private Interest and Public Action, secondo cui la storia umana sarebbe un continuo oscillare da un desiderio di soddisfazione individuale al desiderio (opposto) di soddisfazione collettiva di condivisione. Ecco, questo desiderio di “fare città” credo che rappresenti ora la grande opportunità di Milano. Facendo architettura, auspichiamo progetti che, benché di iniziativa privata, restituiscano qualcosa al dominio pubblico, senza indulgere a soluzioni ostentate ma, al contrario, cercando una maggiore urbanità e qualità sociale. Da questa crisi, pensiamo che possa nascere un nuovo modello di sviluppo di Milano a partire dal “bordo urbano”, inteso nel senso classico di limes, ovvero come l’inizio – e non la fine – della città, creando spazi civici che riflettano le nuove aspettative sociali di una comunità urbana sempre più in divenire. Del resto, è come viviamo che deve determinare il nostro abitare, non viceversa.

Fotografia di copertina: Pinacoteca di Brera, ph. Marco Introini