Il cielo sopra Camogli è nuvoloso. La spiaggia è deserta, le nuvole incombono. Incontro Elena Granata, docente di urbanistica al Politecnico di Milano e attiva osservatrice dei fenomeni urbani, lungo la Via Garibaldi, la passeggiata a mare della cittadina rivierasca dai mille velieri bianchi, rifugio per molti intellettuali milanesi. In questi giorni Granata viene sovente intervistata e citata perché unica, tra gli urbanisti e gli intellettuali, ad esprimere una posizione critica sulla deriva della sua città, Milano.
EP: Milano negli ultimi dieci anni ha trasformato la sua iconografia urbana grazie all’Expo. Questo ha consentito di coinvolgere molti capitali che hanno iniziato a investire nella città, tuttavia senza un disegno urbano. Perché?
EG: Negli ultimi anni – anche in contrapposizione ad un’idea di Piano rigida – si è affermata l’idea che le città si possano trasformare “a pezzi”, per frammenti, e questa visione ha certamente aiutato a liberare energie e generare progetti urbani con una certa autonomia. Ovviamente radicalizzare questo metodo e pensare che sommando tutti questi pezzi, spontaneamente, emergerà una città di qualità, ha prodotto risultati spesso deludenti, un collage di progetti slegati, senza una visione d’insieme. A Milano poi è passata l’idea che un grande progetto sia necessariamente un progetto “grande”, voluminoso, che si impone sul tessuto edilizio, e non un progetto “grande” per visione e capacità di tenere insieme la città.
È sorprendente che persino i dizionari (Treccani, Garzanti) descrivano ancora la città come un aggregato di edifici, disposti lungo strade. Non si menzionano neppure le piazze o altri spazi comuni. È una definizione povera, statica, che riflette e rinforza questa visione “edilizia” della città, come semplice somma di oggetti fisici. In realtà, la vera essenza della città è ciò che accade tra le case, tra le persone, tra gli spazi: è relazione, scambio, connessione. È la dimensione relazionale che fa vivere la città. In urbanistica la logica degli interventi “a pezzi” (pezzi che si vendono, si negoziano, si edificano) ha cancellato questa visione sistemica. È una logica più comoda per il mercato immobiliare e finanziario, forse non lo è per il benessere dei cittadini.
EP: Non pensi che ci sia stata anche un’assenza della memoria architettonica della città? Milano ha salvato l’architettura italiana del dopoguerra con i grandi maestri del razionalismo. In questa deregulation urbanistica c’è stata una mancanza di conoscenza di quello che è stata la storia della città e dei suoi architetti?
EG: A differenza di altre città che si sono rinchiuse nella conservazione ossessiva del passato, Milano ha sempre avuto la capacità di rompere, di cancellare pezzi di sé per rigenerarsi. È una città che si è trasformata per salti quantici: la Torre Velasca e il Pirellone sono state rotture radicali, ma proprio per questo oggi sono diventati icone. Questa capacità di rigenerarsi attraverso la rottura è stata la vera forza innovativa di Milano.
Quello che è cambiato oggi è che si continua a trasformare la città, ma non sempre con qualità architettonica e talvolta con un progetto urbanistico povero. Il mercato immobiliare guida le trasformazioni, ma lo fa con logiche che puntano al profitto, non alla qualità dello spazio urbano. La buona architettura non guida più il cambiamento: oggi il più delle volte possiamo parlare di edilizia, non di architettura.
La politica ha perso la capacità di immaginare e progettare la città, e ha adottato il linguaggio della finanza e dell’economia. Non parla più di bene comune, di qualità urbana, di diritti collettivi, ma di attrattività, investimenti, rendita. La politica si è fatta “manageriale” e ha lasciato al mercato il compito di decidere cosa debba essere la città. C’è stato un sovvertimento di valori così profondo che oggi dobbiamo davvero domandarci non solo quali limiti dare al mercato, ma come governare e immaginare la città come comunità di persone.
EP: Questo si lega a quello che dicevi prima sul declino della figura dell’urbanista che nel passato aveva il compito di disegnare la città futura attraverso il piano, oggi invece ci troviamo di fronte a uno sviluppo incontrollato di forme e funzioni che però privilegiano solo una classe sociale, la classe dei ricchi, a scapito di costruire una città accogliente e inclusiva. Quindi noi ci troviamo di fronte a una città sempre più esclusiva ed elitaria…
EG: La crisi dell’urbanistica è una crisi di senso. Oggi l’urbanistica dovrebbe essere riempita di molti altri contenuti, strategie, politiche; certamente spetta all’urbanista quella che chiamo intelligenza connettiva, cioè la capacità di unire i puntini, di mettere in relazione le cose, di capire quali sono in una città gli elementi davvero di connessione. È un lavoro di intelligenza non di disegno astratto. Le città che oggi stanno innovando – Barcellona, Parigi – non lo fanno moltiplicando icone architettoniche, ma costruendo connessioni, progetti di spazio pubblico, di spazio aperto, ripensando il rapporto tra natura e urbanizzato. L’urbanista non è quello che propone soluzioni semplici (costruire in altezza o espandersi in larghezza), ma quello che riformula le domande. E la domanda vera è: come adattare la città ereditata ai cambiamenti sociali ed economici, alle sfide della crisi climatica?Oggi il vero problema non è saturare ulteriormente lo spazio urbano, ma de-saturarlo. Non costruire di più, ma costruire meno e meglio. Sappiamo che nel 2020 la massa antropica (le cose realizzate dall’uomo) ha superato la biomassa naturale: un sorpasso drammatico che dice che siamo diventati una specie infestante. Non serve solo costruire meglio, serve costruire meno. Le architetture iconiche, come il Bosco Verticale, hanno rappresentato un segno, un simbolo di questo bisogno di integrare natura e crescita, ma non sono la soluzione. Sono architetture “mutanti”: interpretano il cambiamento, ma non sono ancora il cambiamento. Oggi serve essere radicalmente ecologici. Non c’è più tempo per la retorica.
EP: Nello sviluppo delle città, appare che gli architetti abbiano dimenticato come si fa un progetto urbano e lo abbiamo sotto gli occhi, sia per l’area Garibaldi che Citylife, si agisce per poli autonomi e sconnessi dal resto del tessuto. Questo può dipendere anche dal modello tipologico, a torre, che come ha dichiarato Paolo Brescia nell’intervista per la nostra rivista, “contraddice la città della permanenza dei tracciati, degli allineamenti stradali, la città compatta con i suoi palazzotti bassi, con i suoi cortili, i suoi giardini interni. Lui parla anche di una dissonanza tra le architetture, non ci deve essere unitarietà, cosa ne pensi?
EG: Non credo esista una regola valida sempre e ovunque. Non si tratta di decidere a priori se dobbiamo uniformarci al passato, all’isolato storico, oppure stravolgere tutto in nome della novità. La domanda vera è: cosa stiamo facendo? Per chi? E perché? A Milano, per esempio, abbiamo costruito interi quartieri sulle necessità di grandi assicurazioni e multinazionali. L’immagine del grattacielo di Generali che implode sotto il peso del suo nome resterà nella memoria di tanti. Si è immaginato un modello di lavoro – l’ufficio fisico, centrale e iconico – che oggi è superato. Molte attività sono in smart working: abbiamo ancora bisogno di questi edifici simbolici nel cuore della città? Oppure il lavoro si sta smaterializzando, e noi siamo arrivati troppo tardi con le nostre architetture? C’è uno scarto evidente tra come progettiamo e realizziamo le nostre città e ciò che il tempo presente realmente richiede. Anche perché i progetti urbanistici richiedono anni, a volte decenni, per concretizzarsi. E nel frattempo il mondo cambia.
Lo stesso vale per le abitazioni: abbiamo costruito residenze di lusso che somigliano più a resort che all’edilizia civile ambrosiana, quella fatta di cortili e sobrietà urbana che ha contribuito alla bellezza di Milano. E questo fenomeno non riguarda solo Milano, ma molte città italiane.Una città “brandizzata” ha stancato persino gli americani, se pensiamo che nella corsa alla nuova sindacatura di New York, si parla di cooperative sociali come la vera rivoluzione urbana del futuro, capace di riportare il commercio al dettaglio nelle periferie. Un tuffo nella nostra cultura cooperativa! Persino New York, negli ultimi anni, ha iniziato a desiderare di diventare qualcosa di diverso dalla iper-performante capitale del business.
EP: Si può tentare una distinzione tra i fondi immobiliari che oggi sono presi di mira come il male assoluto oppure la reputi una riflessione non conforme alla realtà delle cose?
EG: I fondi immobiliari non sono un universo compatto, dove le pratiche sono tutte uguali. Il mondo della finanza è variegato, così come quello immobiliare. Dobbiamo avviare un ragionamento adulto, evoluto, sui fondi immobiliari, quelli che lavorano già in molte città europee e che a Milano chiedono di poter operare in un contesto regolato, di qualità. Questo punto va chiarito con forza. È massimalista e sbagliato mettere da una parte i fondi immobiliari, come fossero tutti cattivi, e dall’altra il civismo e l’attivismo popolare, come fossero tutti buoni. L’erba cattiva e quella buona, spesso, si confondono. Il compito del discernimento spetta alla politica, e ai media non asserviti al potere. È la politica che deve distinguere, orientare, regolare. Ed è il dovere degli intellettuali quello di intervenire nel dibattito pubblico, senza paura.
EP: A proposito di arrivare in ritardo c’è un tema che riguarda l’avanguardia di certe operazioni che, nel contesto italiano, hanno visto protagoniste altre città alla fine degli anni Novanta come Roma, dove il rapporto tra l’architettura e il potere è stato molto forte. Ma c’è un’avanguardia che ha Milano e che Roma non ha. A Milano si è costruito in centro, mentre a Roma si è costruito già nelle periferie. Questo ha creato un punto di crisi, al netto del considerare che il centro storico di Milano non è equiparabile a quello di Roma.
EG: Esatto, volevo dire proprio questo. Milano è una città piccola: per superficie, per numero di abitanti, per il rapporto con il suo territorio. Non ha un agro immenso intorno, come a Roma. È uno spazio ristretto, e proprio per questo ogni trasformazione si amplifica, sia dal punto di vista finanziario che del valore dei suoli. Lo spazio è poco, ed è conteso. La densificazione è avvenuta nelle aree centrali e oggi sta investendo anche le periferie, che però sono così vicine al centro da farci dire che forse le periferie, a Milano, non esistono più. Pensiamo a Nolo, a Rogoredo, a Lambrate: sono tutte zone ormai gentrificate. Questa dimensione ridotta della città dovrebbe spingerci a ragionare in termini di area metropolitana, cosa che invece non si riesce mai a fare. E forse siamo arrivati a un punto in cui serve una fase di “detox”: smettere di insistere nell’estrarre valore immobiliare da un contesto così soffocato e iniziare a respirare. Io uso spesso il termine ossigenare Milano.
Un esempio? La riapertura dei Navigli. Sembra un’idea romantica, ma in realtà non lo è. Va ricordato che i Navigli furono per la gran parte tombati durante il fascismo in meno di un mese, cancellando la relazione di Milano con l’acqua. Eppure, nel Medioevo e poi fino all’Ottocento, Milano era sostanzialmente una città d’acqua. La riapertura dei Navigli è stata oggetto di un referendum, i milanesi hanno chiesto alla politica di riattivare quella connessione con l’acqua. Oggi, con la crisi climatica, sarebbe il progetto più capace di cambiare i connotati della città, ripristinando un elemento unificante, fluido, poetico.
EP: Navigli, natura e di quali altri temi dovremmo occuparci?
EG: Torniamo ad occuparci delle vite delle persone, dei luoghi dove le persone abitano, del loro benessere fisico e psichico. Perché non ci siamo occupati di più dei pronto-soccorso, delle sale d’attesa degli ospedali, di scuole pubbliche, di piscine e spazi per lo sport? Perché abbiamo smesso di progettare la città pubblica? I più grandi architetti si occupano anche di edilizia scolastica, progettano ospedali, e persino le Maggie’s House, le case del cancro, spazi di accoglienza e di accompagnamento nella malattia. È una questione culturale. Nel cursus honorum dell’aspirante architetto, ancora oggi, c’è l’edificio a torre, il grattacielo, il grande complesso residenziale. Come se fossimo ancora negli anni Sessanta, come se il tempo non fosse cambiato, come se progettare una scuola, un ospedale, uno spazio pubblico non fosse all’altezza delle ambizioni della disciplina. Un grande lavoro collettivo ci attende.
25.7.25
Fotografia di copertina: Citylife, ph. Marco Introini