Milano ancora sottosopra per le vicende dell’urbanistica e i soliti protagonisti. Se a gennaio avevamo trattato del fallimento del “modello Milano” questa volta affrontiamo il tema dell’inesistenza dell’architettura e la presenza di banali opere edilizie. Eppure Milano entra di diritto nella modernità con i maestri italiani del razionalismo che orientano il dibattito architettonico su Casabella e Domus. Il geniale Gio Ponti, grande intellettuale poliedrico dall’editoria all’architettura e al design, una figura unica nel panorama italiano a cui molti si sono ispirati ma senza un minimo avvicinamento culturale. Troppo distante, troppo bravo nel progettare grattacieli e case popolari, troppo bravo a innescare la vivacità nei giovani Carlo Pagani e Lina Bo dalle pagine di Lo Stile e tra i primi a occuparsi di architettura radicale. Anche altri come BBPR, Marco Zanuso, Ignazio Gardella, Luigi Figini e Gino Pollini, Franco Albini, Vico Magistretti contribuirono a rendere Milano moderna, seguiti da una serie di professionisti di alto livello come Roberto Menghi, Arrigo Arrighetti, Asnago e Vender, Luigi Caccia Dominioni, Angelo Mangiarotti. Non è un atto nostalgico rileggere il passato, ma avrebbe dovuto funzionare come stimolo per ripartire da lì e da quelle grandi architetture che erano fatte per le persone, concependo edifici con la stessa qualità architettonica indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza; un fatto non scontato che oggi purtroppo non avviene.  Oggi invece i nomi ricorrenti delle trasformazioni di interi quartieri sono Stefano Boeri, Mario Cucinella, Alessandro Scandurra, e nel recente passato Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Arata Isozaki, con differenze notevoli da architetto a architetto. Se per Cucinella ritroviamo una idea di architettura urbana, sul modello tipologico della torre, con un linguaggio definito e autonomo, lo stesso non si può affermare, ad esempio, per il Bosco Verticale di Boeri. Due torri che potevano essere realizzate negli anni novanta del secolo scorso in cui si è venduto il desiderio di “possedere” la natura in città. Questo è bastato per creare una architettura mediatica che ha ricevuto premi e attenzioni dai media internazionali. A Citylife  abbiamo assistito con Hadid, Libeskind e Isozaki ad un’altra rappresentazione del potere finanziario del mercato, in cui la scelta arbitraria delle forme ha determinato un radicale cambiamento del paesaggio senza un disegno urbano, dove l’unico elemento riuscito è il parco come onere di urbanizzazione allo stesso modo della Biblioteca degli Alberi di Petra Blaisse. Nell’area Garibaldi-Porta Nuova l’esito delle torri nasce dai masterplan redatti  nel 2007 da Clarke Pelli Architects, Kohn Pedersen Fox Architects e Boeri Studio, un errore urbanistico in cui la forma libera delle architetture riflette una autoreferenzialità dei progettisti senza interessarsi di ricostruire il tessuto urbano da un punto di vista spaziale e virando su due funzioni: residenze di lusso  e uffici. Nel momento in cui Milano cerca la sua identità di città post-industriale la politica decide di puntare sul mattone e dismettere la sua funzione di governo del territorio delegando il privato. Una pratica attiva già da tempo in altri contesti italiani, come ad esempio a Roma con Caltagirone e il caso della vecchia fiera poi trasferita a Fiumicino con progetto di Tommaso Valle. Dunque Milano non rappresenta certo l’avanguardia della spregiudicatezza di affaristi, architetti e politici, tutt’altro. C’è però una grande differenza politica con un’altra città ad essa legata: Genova. E qui entra in campo la politica del centrosinistra guidata dal sindaco Fulvio Cerofolini che, tra il 1975 e il 1985, ha saputo leggere le difficoltà della Superba a reinventarsi, dopo la crisi del porto, proponendo il recupero di un’area pubblica ma privata nell’uso, come il porto, restituendola alla città attraverso il recupero urbano attuato da Renzo Piano, l’architetto che riesce meglio a sintetizzare nella sua architettura la forma urbana. Milano non ha avuto la stessa capacità perché ha agito per poli isolati senza che quelle architetture fossero pezzi di città.  C’è stata arroganza nel sentirsi i migliori ma proponendo modelli abitativi già vecchi nella loro concezione. Inoltre la troppa avidità nella ricerca del profitto ha consentito la deregulation urbanistica avvallata dalla politica perché bisognava fare presto. Parole simili a quelle che hanno caratterizzato l’operato del leghista Marco Bucci, il sindaco genovese del fare.

In questa modalità non si sono riscontrate differenze tra le amministrazioni milanesi di centrodestra e centrosinistra, perché quando il mercato chiama tutti rispondono obbedisco. Giustamente su Repubblica, il milanese Michele Serra, inventore della rivista satirica Cuore (di cui si sente tanto la mancanza), scrive:
“La politica è diventata, nella migliore delle ipotesi, un dopo che rimugina sul già accaduto, mai un “prima” che progetta il futuro come se potesse davvero plasmarlo. Così che, nella morte conclamata di ogni visione diversa delle cose, e della vita, il rapper Marracash, cresciuto nei vecchi caseggiati popolari della Barona, mi racconta sconsolato che l’unico sogno residuo dei ragazzi del suo quartiere è diventare uguali ai ricchi”.
L’altro errore di chi ha governato gli ultimi 15 anni la ex capitale morale d’Italia, i cui anticorpi sono permeabili a qualsiasi proposta affaristica, è l’aver insistito sul modello di citta esclusiva e non inclusiva, con al centro le comunità e i loro bisogni sociali, culturali e professionali. Queste relazioni pericolose tra architetti, politici e immobiliaristi, che sono i naturali “eredi” degli urbanisti (relegati ahimè a un ruolo di analisi dello stato di fatto), contribuiscono a saturare il mercato della progettazione impedendo ai giovani e al resto della comunità progettuale di avere opportunità professionali, grazie a queste polarizzazioni sempre sugli stessi nomi.

Come invertire la rotta? Innanzitutto elaborando un progetto politico di città che tenga in considerazione il tema centrale della casa e dell’accessibilità di abitanti e studenti, le cui proteste nei mesi scorsi sono rimaste inascoltate. Non si comprende come Milano, una metropoli europea,  non riesca a risolvere con il progetto di architettura la costruzione di nuove architetture residenziali. Leggendo l’intervista a Ignazio La Russa apparsa sul Corriere il 19 luglio 2025 è paradossale constatare come sia il centrodestra a parlare di “avere una visione urbanistica” e non il PD che si limita a sostenere un sindaco-manager che ha una visione neoliberista. Tuttavia in una fase storica nella quale il cambiamento climatico è ormai la nostra quotidianità è necessario agire. E’ una questione centrale nel progetto futuro di Milano, iniziare a parlare di città-spugna come suggeriscono gli scienziati. Non tutto è perduto. Uno dei progetti più interessanti è ForestaMi, un progetto nato da Boeri,  che prevede di piantumare 3 milioni di alberi entro il 2030, (attualmente sono 611.459 gli alberi piantati dal 2018-2019-fonte Forestami).

La politica deve tornare a disegnare il futuro attraverso un ripensamento complessivo di cosa significhi essere città nel XXI secolo e Milano avrà l’onere e l’onore di guidare le città italiane in questa nuova fase.

Emanuele Piccardo

21.7.25

Fotografia di copertina: Ignazio Gardella, Condominio ai Giardini d’Ercole, Milano 1955, ph. Marco Introini