Oggi, 2 giugno 2026, la Repubblica festeggia i suoi ottant’anni ma non festeggia l’architettura italiana contemporanea. Nel 1946, un anno dopo la liberazione, due grandi italiani Paolo Soleri e Lina Bo Bardi avevano capito che l’Italia non sarebbe stato un paese per l’architettura. Soleri partiva per l’America, per andare a imparare da Frank Lloyd Wright i principi dell’architettura organica a Taliesin West, mentre Bo si dirigeva insieme al marito Pietro Maria Bardi in Brasile. Entrambi si integrarono nelle culture locali. Se Soleri fece proprio il verbo organico inventandosi l’arcologia, perfetta simbiosi tra architettura ed ecologia, Bo divenne una eroina dell’architettura militante per i suoi progetti fatti per le comunità di Bahia e São Paulo. Nessuno si accorse che questi giganti visionari dell’architettura, si erano lasciati alle spalle il belpaese ancora indeciso su come sfruttare la ricostruzione per innovare l’architettura dopo la stagione del moderno. Lina Bo era sodale di Bruno Zevi e Carlo Pagani con i quali faceva la rivista A, pubblicata da Gianni Mazzocchi, editore di Domus. Soleri si era laureato nel 1945 al Politecnico di Torino in cui si erano evidenziate le sue doti di disegnatore e progettista. Il primo lascito della neonata Repubblica fu il Piano Ina-Casa sviluppato da Amintore Fanfani nel 1949, che contribuì ad affossare la speranza di un futuro tecnologico dell’architettura italiana, puntando su murature portanti, tetti a falde e raramente cemento armato (come invece avvenne nel quartiere Ina Casa Forte Quezzi di Luigi Carlo Daneri a Genova), per non parlare dell’acciaio, materiale ancora oggi poco usato. Nonostante questo atteggiamento retorico della politica democristiana, per ripristinare linguaggi e materiali del passato, la bravura degli architetti italiani ha prevalso, soprattutto fino ai primi anni settanta del secolo scorso. Il dopoguerra è stata una occasione, in parte mancata, per sperimentare sull’abitare collettivo nei quartieri operai ma sono rare le situazioni in cui gli architetti hanno innovato anche tipologicamente gli alloggi. Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine rappresenta l’inizio di questa avventura architettonica durata ottant’anni, in cui ogni italiano è invitato a riflettere attraverso questo sepolcro laico, progettato da Giuseppe Perugini, Aldo Cardelli, Cino Calcaprina, Nello Aprile e Mario Fiorentino. Una lastra di cemento sollevata da terra in modo che la forza della luce possa entrare e “rompere” lo spazio. Una icona forte, chiara, netta, senza ambiguità come avrebbe dovuto essere l’architettura italiana, troppo sensibile, invece, ai richiami della storia confluiti nel postmodern e in quella tradizione che ha impedito alle architetture di essere contemporanee al proprio tempo. Se dal 1946 al 1976 assistiamo a un proliferare di architetture residenziali, spazi per il lavoro, fabbriche, asili, luoghi per lo sport e musei, negli ultimi quarant’anni assistiamo a una frammentazione di progetti e funzioni. Cambiano le scale dei progetti, dalla città all’appartamento, dai piani agli arredi, senza una visione complessiva dell’ambito urbano. La città fatta per pezzi e dunque per poli non funziona, se non si riescono a generare effetti domino che migliorino la vita delle persone. La politica non governa più il territorio abdicando ai poteri finanziari, meglio noti come turbocapitalismo. Le recenti inchieste sull’urbanistica milanese vanno in questa direzione. Una torre al posto di un magazzino, non altera solo il profilo urbano, ma ne cambia l’uso e il valore immobiliare, costruendo enclave esclusive in cui la torre ne è il simbolo. Un’archetipo che rimanda ad una iconografia antica, con la torre/castello in cui vive il signore e tutto attorno il sistema di potere che da lui si sviluppa verso il basso fino al popolo. In questo momento storico ci troviamo all’interno di un neo-medievalismo contemporaneo in cui le élite, sempre più ricche e meno colte rispetto alle borghesie degli anni cinquanta, orientano modelli di vita urbana senza lasciare nulla alle città che abitano. L’architettura è figlia di questa mutazione socio-antropologica di politici, committenti pubblici e privati. Ma prima di arrivare alle derive del mercato l’Italia nel dopoguerra ha avuto alcune figure di progettisti capaci, ancora, di costruire pezzi di città, di tracciare nuovamente le trame tra i pieni e i vuoti. Un caso emblematico viene rappresentato da Ignazio Gardella, che non ha teorizzato nulla rispetto alla riflessioni di Gregotti e Rossi, ma la cui opera architettonica è stata capace, in ogni contesto, di costruire relazioni urbane per l’attenzione al sito di insediamento, per le proporzioni stereometriche ed il linguaggio adottato, sempre misurato, mai ambiguo e superfluo. Lo aveva notato anche il critico e storico Bruno Zevi, l’unico ad essergli sodale nelle polemiche per la Casa Cicogna alle Zattere a Venezia. D’altronde nella storia dell’architettura Tafuri e Dal Co, il Dispensario Antitubercolare di Alessandria, lo avevano liquidato in una nota bibliografica alla fine del libro. A proposito di critica ideologica e militante.
Tuttavia. quando si fa un bilancio di un periodo storico lungo ottant’anni più che fare elenchi di architetti la giusta domanda da porsi è: come sta l’architettura in Italia? Nel 1999 esce per la prima volta, in ritardo di vent’anni dalla Francia (la Loi n. 77-2 sull’architettura è stata emanata dal governo francese il 3 gennaio 1977), la legge sulla qualità dell’architettura proposta dall’allora ministro della cultura Giovanna Melandri. Oggi, 2026, siamo ancora nella fase della discussione parlamentare. Nel 2016 la Francia istituisce l’etichetta “Architecture Contemporaine remarquable” (Architettura Contemporanea rimarchevole), in cui le DRAC regionali, parificate alle nostre soprintendenze, riconoscono, come meritevoli, i valori della singolarità ed esemplarità dell’opera, il carattere innovativo e sperimentale delle architetture. Nel 2024 viene pubblicata una guida in cui sono censiti 1700 edifici, realizzati dagli anni cinquanta a oggi. In Italia solo INARCH (Istituto Nazionale di Architettura, fondato da Zevi nel 1959) riconosce premi suddivisi per categorie. Ma la considerazione sociale dell’architettura passa dal processo di consapevolezza di proprietari pubblici e privati nel riconoscere l’architettura come un bene culturale, senza dimenticare quelle architetture che rappresentano, per dirla all’americana, il patrimonio della nazione. Invece dal governo Monti in poi, nella tutela e nella conservazione di questo patrimonio abbiamo assistito a cambiamenti radicali. come l’innalzamento da 50 a 70 anni per apporre il vincolo alle architetture moderne, pubbliche e private senza scopo di lucro, da parte delle soprintendenze regionali. Questo atto ha rovinato molti capolavori a cui il recente bonus edilizio del 110% ha inflitto ulteriori alterazioni e cancellazioni dei progetti originari. Un caso su tutti il Quartiere Ina Casa di Forte Quezzi, capolavoro di Luigi Carlo Daneri, il quale con l’efficentamento energetico è stato pesantemente violentato e alterato nelle dimensioni e nel linguaggio, colorandolo di grigio e perdendo quell’effetto del beton brut a vista di matrice lecorbuseriana.
Sono dunque più complesse le problematiche in seno alla nostra cara architettura delle polemiche attorno alla mostra del MAXXI, dall’invitante titolo “Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026”. Lì il problema non è la curatela o la scelta degli otto studi (una annosa questione di liste della spesa fin dai primi anni duemila chi è bravo e chi no) bensì un sistema culturale polarizzato attorno a due istituzioni dell’architettura: il MAXXI e la Triennale di Milano. Se facciamo un parallelo con l’arte sono molte le istituzioni museali e le fondazioni private che forniscono una ampia offerta culturale di alto livello. Poi, certamente, possiamo discutere sul valore dei singoli artisti. Tuttavia l’architettura in Italia non può essere appannaggio esclusivo di MAXXI e Triennale che generano un monopolio, ma occorre avere una pluralità di soggetti e quindi di temi architettonici, è necessario che si guardi ancora alla Francia con le Maison de l’architecture. Non si potrebbero realizzare anche da noi, come qualche commentatore suggerisce? Quello che ha sottolineato il critico Luigi Prestinenza Puglisi sulla necessità di ricambio generazionale nelle curatele del museo romano, ma applicabile ovunque, è giusto. Il MAXXI per primo avrebbe un beneficio nell’attivare nuove collaborazioni con critici e curatori non allineati ad un sistema accademico che ogni giorno dimostra il suo carattere obsoleto e poco aperto alla sperimentazione. D’altronde ovunque c’è un limite temporale ai curatori, la persistenza delle stesse figure che orientano le scelte di temi e progettisti senza fare più ricerca sul campo, ammesso che l’abbiano mai fatta, non fa il bene dell’architettura, ma è solo un modo per resistere al potere a cui tutti i vari valvassori e valvassini della cultura architettonica italiana si inchinano senza una autonomia di pensiero. È questo il lato triste di questa storia degli ottant’anni dell’architettura italiana.
2.6.26
Fotografia di copertina: Mario Galvagni, Casa Sida Callegaro, Torre del Mare, 1958. Ph. Emanuele Piccardo (2023)