Miscio in genovese significa squattrinato e senza soldi, per la città che ha avuto una delle prime banche, il Banco di San Giorgio, sembra un paradosso. Ma tant’è questo è lo scenario post-Bucci, quando la Superba era anche arrogante e presuntuosa, al punto da ritrovarsi oggi senza risorse per ridisegnare la città e non cadere nella pura speculazione immobiliare, travestita da rigenerazione urbana. Ma per parlare di rigenerazione urbana occorre il progetto di architettura alla scala territoriale, dunque urbanistica. Un tale progetto di rigenerazione urbana, che è anche sociale, manca dal 1992 quando venne recuperato il porto antico. Unica occasione di convergenza tra istituzioni (Comune, Regione, Provincia, Porto, Stato) verso un obiettivo comune: recuperare il porto antico e restituire il mare ai genovesi. Una operazione complessa che ha saputo coagulare tutti gli attori del processo per il disegno dello spazio pubblico: la piazza. Spazio rappresentativo della socialità e dove la comunità si identifica. A quel tempo la lungimiranza fu del sindaco Fulvio Cerofolini. Lui conferì, nel 1984, l’incarico a Renzo Piano per ripensare quella porzione di porto-città. Una svolta urbanistica che ha cambiato l’immaginario di Genova, che altre operazioni successive e recenti non hanno raggiunto, ponendo le basi della trasformazione della città, da industriale a turistica. Poi se proprio vogliamo essere onesti fino in fondo la recente situazione dell’acciaieria risulta incompatibile con tutta una serie di slogan come smart city, città in 15 minuti, città a 30km/h, che mischiano la visione di un mondo ideale e di uno reale che sta sprofondando nella sua ipocrisia, dove da una parte si parla di ecologia e dall’altra si continua a inquinare come se nulla fosse. Certo i posti di lavoro sono importanti, ma forse bisognerebbe cambiare il paradigma industriale ancorato al XX secolo. Tuttavia, non vedo grandi idee su come riconvertire le aree industriali e offrire agli operai alternative. D’altronde non si può vivere unicamente di turismo e il porto è essenziale per la vita della città, ma è indubbio che una certa tipologia di industria non può più stare nei quartieri, una riflessione che vale per l’acciaieria e per i cantieri navali a Sestri Ponente. Non c’è una ricetta a priori, la soluzione deve essere il risultato di una sinergia di saperi che nascono dallo studio della metropoli.

OMA, Ponte Parodi, 1997- © OMA
Allora quello che è mancato negli ultimi trent’anni è stato il progetto politico. Nel frattempo, oggi rispetto al 1992 i rapporti tra istituzioni locali, soprattutto tra città e porto, sono di coabitazione senza condivisione di progettualità e obiettivi. Ora che ci apprestiamo a celebrare i 100 anni della Grande Genova, che ha unito durante il fascismo 19 comuni in un insieme unico, con una serie di mostre organizzate dall’assessorato alla cultura di Giacomo Montanari, è proprio l’urbanistica ad essere in difficoltà: dallo spazio pubblico all’abitare. Non è solo un problema di soldi, come recita il titolo di questo articolo, ma anche di idee che non posso risolversi nel creare eventi spot come la recente Genova Play City. Quello che in questi anni è andato in crisi è lo spazio pubblico, sintetizzato in due casi studio, Darsena e Piazzale Kennedy.


Il progetto della Darsena nei render pubblicati nel sito del Comune di Genova
La Darsena è la piazza naturale del museo del mare ed in questo senso andrebbe ripensata, ma scorrendo le immagini presenti sul sito del Comune (https://www.comune.genova.it/tutti-gli-argomenti/darsena-verso-il-progetto), l’esito appare alquanto banale e sconnesso dall’insieme di questa parte di città che era stata oggetto del progetto, nel 1981, di Giancarlo De Carlo. Trattare solo il margine della Calata Vignoso, quello prossimo alla sopraelevata, evita ancora una volta di considerare la Darsena nella sua interezza, che comprende il Galata, il sommergibile e la facoltà di economia. Tanto nessuno si accorge della qualità dello spazio pubblico se non una minoranza di abitanti che viene percepita come la comunità dei rancorosi e polemici. Occorre pretendere di più dal progetto dello spazio pubblico, guardando alle esperienze nazionali e internazionali, tra queste Parigi e Barcelona.
Tutto passa dallo spazio pubblico. Se lo spazio pubblico è progettato bene si genera un comfort per i fruitori e si attua quella tanta agognata rigenerazione di cui la città ha un bisogno estremo, ma che finora è rimasta ferma al 1992. Neanche il progetto di UN Studio vincitore del Concorso di Ponte Parodi (2000) è stato realizzato ma nel frattempo abbiamo abbattuto il silos granario, un simbolo dell’iconografia portuale. Per non parlare dei sei progetti che Rem Koolhaas, teorico e architetto Premio Pritzker ha fatto nel 1996-1997 per l’agenzia del Piano Regolatore Portuale, coordinata da Stefano Boeri ed Enrico Bona. Si tratta di interventi alla Fiumara, la Lanterna, la Sopraelevata, il Golden Triangle (l’attuale area dell’Esselunga), Ponte Parodi ed il Concorso omonimo in sinergia con Boeri Studio. Ebbene nessuno di questi progetti è stato realizzato. Come se la città avesse rimosso la sua storia, senza imparare nulla dalla lezione urbanistica degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Questo evidenzia un problema che Genova ha con il progetto urbano; infatti, i progetti che avrebbero potuto migliorare la città sono progetti di carta.
Nell’altro caso studio, quello di Piazzale Kennedy il peccato originale è stato non considerare Piazza Rossetti come parte della stessa area, creando una piazza che si connettesse con Piazzale Kennedy, interrando la viabilità. Questa opzione avrebbe reso al quartiere uno spazio pubblico unitario e non frammentato. Un errore urbanistico e politico in cui hanno perso tutti, amministratori e progettisti. Quanto sono distanti come approccio e metodo gli urbanisti e gli architetti che negli ultimi settant’anni hanno ripensato la città: Eugenio Fuselli, Luigi Carlo Daneri, Giancarlo De Carlo, Ignazio Gardella, Bruno Gabrielli, Ennio Poleggi, Paolo Cevini.
Oggi la città non si studia più. Ma senza lo studio urbanistico, socio-antropologico, statistico ed economico dei fenomeni, come si può progettare la Genova del 2050?
13.10.26