“Tiro su il volume, che non sento me
A Torino il cielo sembra cenere
C’è qualcosa della notte che somiglia alla mia casa
In mezzo a vetri e lucille
Stringersi ancora e smettere
Fare un respiro, lasciarsi perdere”.
Samuel, Elettronica, 2022
Torino e l’arte contemporanea sono una relazione che dura dagli anni sessanta, dall’Arte Povera che la storica dell’arte Mirella Bandini ha raccolto in un delizioso librettino dalla copertina verde, pubblicato da Allemandi nel 2002. Una raccolta di undici interviste a Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Piero Gilardi, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Gianni Piacentino, Salvo, Gilberto Zorio, gli artisti residenti a Torino. “Era il periodo eroico- scrive Bandini-in cui questi artisti dialogavano tra di loro, partecipavano insieme alle mostre, procedevano nella ricerca scambiandosi opinioni, critiche, solidarietà[…]”. Dialogano ancora oggi gli artisti tra loro? Oppure il mercato li fa dialogare solo con i mecenati? La recente fiera di Artissima, diretta da Luigi Fassi, ha preso ispirazione dal teorico, sperimentatore e progettista americano Richard Buckminster Fuller, elaborando il tema Manuale operativo per Nave Spaziale Terra.
“Il concetto di Manuale operativo- afferma Fassi a Flash Art- invita a riflettere sulla nostra presenza sul pianeta Terra, una ‘nave spaziale’ affidata alla responsabilità collettiva di chi la abita e che ci rende tutti suoi piloti. Come possiamo prendercene cura bilanciandone risorse e sostenibilità per tutti i viventi? Il destino non ci ha lasciato istruzioni, ma Fuller ci esorta a superare le barriere tra discipline e cooperare con uno sguardo più ampio e consapevole. Sono i grandi visionari come gli artisti a tracciare nuove rotte per comprendere il nostro ruolo di timonieri della nave spaziale terra. Gli artisti pensano in modo olistico e indipendente, intuitivo e creativo: sanno trascendere gli specialismi e il valore d’uso immediato, immaginando soluzioni oltre i confini disciplinari. Proprio loro potranno ispirare la stesura di un Manuale operativo. Artissima, crocevia di mondi e personalità che ruotano intorno al sistema dell’arte contemporanea, invita la sua comunità – partecipanti e visitatori – a riflettere su questo tema, per guidare il nostro pianeta nel viaggio attraverso le sfide del presente”.
Tuttavia, l’ottimismo di Fassi appare un appello nel vuoto, sono poche le eccezioni di artisti che hanno una visione potente. Uno di questi è l’americano Peter Fend con l’insegna luminosa Global Desert, che rappresenta l’unico spunto utopico insieme alle tele di ragno di Tomás Saraceno. D’altronde Artissima è una fiera dove l’obiettivo è mettere in contatto i galleristi e gli artisti con i compratori, ovvero musei e collezionisti. Dunque, caricare di significato una manifestazione commerciale rappresenta un paradosso oppure una velleità di atteggiarsi come un museo che organizza una mostra, ma il mercato dell’arte è più interessato al valore commerciale di un’artista che, difficilmente, coincide con una qualità di una opera. Infatti, molte gallerie portano pezzi storicizzati prodotti negli anni Settanta che suscitano, sempre, maggiore interesse. Artissima rimane uno spazio di networking in cui si incontrano gli operatori culturali, dai direttori di musei ai curatori fino all’editoria specializzata e alle librerie in cui puoi trovare delle vere chicche, come il libro disegnato da Eduardo Paolozzi, inventore della Pop Art insieme a Richard Hamilton. Artissima giunge alla fine di un percorso politico che ha visto la fondazione del Castello di Rivoli come primo museo di arte contemporanea nel 1984. A cui seguirono il Museo di Villa Croce a Genova nel 1985 e il Centro Pecci a Prato nel 1988. Questa avanguardia di Torino ha consolidato nel tempo la predisposizione della città alle arti visive, che resta un unicum italiano anche rispetto a Milano.

Electric Dreams. Art and Technology Before the Internet, ph. E. Piccardo
La fiera torinese riesce ad essere propulsiva di altre attività espositive come Paratissima, alla riscoperta di luoghi abbandonati in cui gli artisti li rivitalizzano con le loro opere o The Others. Tuttavia, c’è un progetto che più di altri sta riscontrando il gradimento del pubblico e delle istituzioni: Flashback. Ideato da Stefania Poddighe e Ginevra Pucci, con la direzione dell’artista Alessandro Bulgini, nata come fiera dell’antiquariato si è trasformata in un continuo dialogo tra passato e futuro. Questo è avvenuto quando Flashback ha ottenuto in gestione l’ex Istituto Provinciale per l’Infanzia, un complesso architettonico sulla collina, trasformato in centro di sperimentazione contemporanea attivo tutto l’anno, con workshop, mostre, concerti, ma che nella settimana dell’arte torinese ospita la fiera dell’antiquariato che si mischia con le installazioni degli artisti nelle stanze che ospitavano i piccoli orfani. Uno spazio aperto alle intersezioni transdisciplinari.
L’occasione del focus sull’arte consente alla città e al sistema dei musei comunali e alle fondazioni private di organizzare mostre di grande rilievo: Electric Dreams. Art and Technology Before the Internet e Notti. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni. Electric Dreams alle OGR, prodotta dalla Tate Modern per la curatela di Val Ravaglia, a cui si è affiancato il curatore dello spazio ospitante Samuele Piazza, è un viaggio, tra gli anni Cinquanta e Novanta del XX secolo, per evidenziare la relazione tra arte, scienza e tecnologia prima della diffusione del World Wide Web avvenuto nel 1989. Così dagli artisti cine visuali italiani come Marina Apollonio, Grazia Varisco, Davide Boriani, Nanda Vigo si passa a Jean Tinguely e le sue macchine, fino alle performance di Heinz Mack nel deserto del Sahara, alle immagini ossessive di François Morellet. Il decennio cinquanta-sessanta è un periodo in cui vi è una estrema fiducia nell’utopia tecnologica, ben descritto dalla storica Lara Vinca Masini quando parlava degli architetti radicali. Questa fiducia si riverbera proprio in funzione delle invenzioni tecnologiche come la videocamera e i primi computer. “Nel corso di questi decenni – scrive Val Ravaglia – l’elettronica di consumo si diffuse tra fasce sempre più ampie della popolazione mondiale, diventando onnipresente (almeno nei centri urbani più agiati) e talmente radicata nella vita di tutti i giorni da diventare qualcosa di abituale, quasi una seconda natura: ‘estensioni’ non solo delle persone, come suggeriva il sottotitolo del libro Understanding Media di Marshall McLuhan (1964) ma anche degli ambienti in cui vivono”. A rimarcare queste considerazioni ricordiamo che lo storico dell’arte Tommaso Trini aveva parlato delle discoteche, i piper, come quello torinese progettato da Pietro Derossi (1933-2025) nel 1966, definendoli divertimentifici in cui la tecnologia ha un ruolo fondamentale. “Elettricamente esteso – scrive Trini – pare, ma di sicuro psicovestito in perfetta letizia, e sempre più desideroso di raccogliersi nella stereoestasi dell’alta fedeltà musicale, questo nostro corpo (circuito) umano viene liberandosi proprio dappertutto”. Le parole di Trini sintetizzano bene sia il periodo storico sia gli artisti presenti nella mostra torinese.

Giovanni Battista De Gubernatis, Paesaggio invernale con castello gotico su rupe a picco, Ph. Studio Fotografico Gonella
In un altro contesto, alla GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea), si sviluppa una mostra dal titolo evocativo Notti. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni, a cura di Elena Volpato e Fabio Cafagna. Raccontare la notte “significa coglierne, in varie forme, anche la prossemica – scrive Cafagna nel catalogo – il cosmo, immagine per eccellenza della distanza, si fa più vicino grazie agli strumenti ottici; il buio, impedendo la visione in profondità, avvantaggia la concentrazione e rende più prossimo, tangibile e luminoso ciò che si scruta”. Un viaggio nella notte tra pitture di secoli diversi, strumenti per l’osservazione dell’universo, fino a pitture contemporanee come nei casi di Giulio Paolini e Jackson Pollock. Tra i pittori emerge una figura poco nota al grande pubblico, il torinese Giovanni Battista De Gubernatis (1774-1837), con i suoi notturni dalle dominanti blu nei paesaggi alpini e in quelli boschivi, con la costante presenza della luna, la cui luce irradia la notte.La notte viene declinata con una unica disciplina, la pittura, non c’è la fotografia, ad eccezione del cielo stellato di Thomas Ruff, non c’è il cinema. Una precisa scelta curatoriale privilegiando materiali della collezione del museo, nonostante Torino abbia avuto un ruolo anche nelle altre arti visive.
Questa tendenza degli storici dell’arte, alle OGR come alla GAM, che non escono dal loro recinto disciplinare rappresenta una base di riflessione critica. Premesso che è impossibile essere esaustivi per la vastità della produzione artistica e architettonica, ad esempio nel caso di Electric Dreams assistiamo all’assenza di alcuni sperimentatori che hanno usato la tecnologia. Pensiamo a Ugo La Pietra con i suoi caschi sonori per la Triennale di Milano del 1968, al suo commutatore, e ancora alle sperimentazioni tecnologiche dei 9999, nella discoteca Space Electronic e nel concorso per l’Università di Firenze. Mentre nel contesto internazionale spiccano le assenze di Archigram e Yona Friedman. Tuttavia, queste assenze non vanificano la dimensione sperimentale che si respira in questa esposizione. Un discorso analogo ma diverso si può fare per la GAM. La fotografia, in questo caso, non ha avuto residenza, senza comprenderne le motivazioni teoriche, proprio per il significato che la notte ha avuto a partire dal lavoro del fotografo Mario Gabinio, il cui fondo è parte della collezione museale. Allo stesso modo il cinema che annovera i più grandi capolavori girati di notte, da L’infernale Quinlan (1958) di Orson Welles, realizzato in Mexico, a Sabotaggio (1936) di Alfred Hitchcock, ambientato a Londra durante, appunto, un sabotaggio con la metropoli rimasta al buio. Buio nel quale i criminali e i sovversivi hanno la meglio. Dobbiamo recuperare una dimensione intima con la notte, che ci fa percepire diversamente i nostri habitat rurali e urbani, che da sola la pittura non riesce a restituirci. Saremo capaci di vivere il nostro tempo senza la nostalgia ma attualizzando il passato verso il futuro?
25.11.25
Fotografia di copertina: Giovanni Battista De Gubernatis, Luna piena, due figure sulla strada, 1880 ca.,GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino Ph. Studio Fotografico Gonella