Il verde urbano non è più un dispositivo ornamentale come nella città otto-novecentesca, ma il sintomo più evidente di una ridefinizione problematica della disciplina architettonica. La Biennale di Architettura 2025 curata da Carlo Ratti lo dimostra con chiarezza: le installazioni all’Arsenale esibiscono un’architettura che ha smarrito l’autonomia formale e simbolica e si riconfigura come agente di adattamento ecologico, spesso subalterno all’emergenza climatica. Il titolo stesso della mostra, “Intelligens. Natural. Artificial. Collective”, mette in scena questa frammentazione: l’intelligenza non è più un attributo dell’architetto-autore, ma una condizione diffusa tra materiali viventi, macchine, comunità, dati e processi biologici. Nella sezione dedicata all’Intelligenza Naturale, installazioni come Elephant Chapel di Boonserm Premthada rendono esplicito il rovesciamento di prospettiva: non è l’architettura a modellare la materia, ma la materia biologica – in questo caso lo sterco di elefante trasformato in mattone – a imporre nuove forme e nuovi limiti.

Qui riecheggiano le intuizioni di Emilio Sereni nel fondamentale saggio del 1961 (Storia del paesaggio agrario italiano): il paesaggio non è un dato naturale, ma il risultato storico delle interazioni tra comunità umane, ambiente e tecniche. Tuttavia, ciò che Sereni leggeva come sedimentazione culturale oggi si trasforma in un’urgenza riflessa, dove l’innovazione edilizia nasce dalla scarsità e dal riuso più che da una visione di lungo periodo. Analogamente, progetti come Architecture as Trees – Trees as Architecture sviluppano un’idea di paesaggio che supera il confine tra costruito e vivente, in linea con quella concezione del “terzo paesaggio” teorizzata da Gilles Clément: residui, margini, zone informali diventano laboratorio ecologico e progettuale. Ma ciò che Clément leggeva come potenzialità critica e libertaria diventa alla Biennale uno spazio di transizione, dove l’architettura sembra arretrare di fronte alla superiorità adattiva della natura. Non c’è più l’albero come metafora, ma l’albero come modello, sostituto, supplenza.

La sezione sull’Intelligenza Artificiale conferma la perdita di una centralità disciplinare. I robot antropomorfi e i sistemi di edilizia automatizzata, le sperimentazioni di materiali riciclati come i FRICKS di Juliana Mariz de Oliveira Simantob, o le ibridazioni bio-digitali di Palm Onto- Intelligence, mostrano una progettazione che si affida alla macchina, al dato, alla simulazione. Il futuro dell’architettura sembra delegato ai processi, più che alle forme. Ma l’uso del digitale non illumina necessariamente una nuova identità: spesso maschera il vuoto decisionale lasciato dall’arretramento politico delle città. Le installazioni che mostrano condizionatori d’aria rovesciati, con flussi caldi che investono i visitatori, non sono semplici allegorie: rivelano che l’architettura è diventata reazione termica, non azione culturale. Qui si intrecciano le denunce di Italo Calvino ne La speculazione edilizia e Antonio Cederna: la città del cemento ha divorato il suolo e ora rincorre il disastro che ha prodotto. Nella sezione dedicata all’Intelligenza Collettiva la crisi si fa esplicita.

Vela Celeste, il progetto di CRA per la riqualificazione delle Vele di Scampia, utilizza l’intelligenza artificiale per rielaborare testimonianze e desideri degli abitanti. Ma ciò che appare come partecipazione rischia di essere la prova dell’abdicazione dell’architettura dal ruolo di interprete del collettivo. Non è più il progetto a generare comunità, ma la comunità a fornire i dati per ricostruire il progetto. L’eco di Salvatore Settis è forte: paesaggio e democrazia sono inseparabili, ma qui la democrazia è chiamata a supplire a un immaginario urbano smarrito. Questa dinamica trova un parallelo concreto nella città di Milano, dove la tutela e la gestione del verde urbano sono diventate emergenza quotidiana. Come ribadito dal Garante del verde del Comune di Milano nel comunicato del giugno 2025 (https://www.comune.milano.it/- /ambiente.-il-comunicato-del-garante-del-verde-del-suolo-e-degli-alberi-4), è fondamentale ridurre le isole di calore, aumentare alberi e superfici drenanti, creare spazi verdi diffusi e curati. Non basta piantare nuova vegetazione: occorre una pianificazione capillare e condivisa, con gestione pubblica e coinvolgimento dei cittadini, perché il verde diventi davvero infrastruttura ecologica e sociale. L’Arsenale mostra cosa significa pensare l’intelligenza collettiva applicata al verde urbano: la tecnologia, i dati e la comunità possono guidare scelte sostenibili, ma solo se la manutenzione e la cura quotidiana non restano marginali. Lo stesso vale per installazioni come The Other Side of the Hill o HouseEurope!, che esplorano forme condivise dell’abitare e dell’identità europea.

L’architettura collettiva appare come risposta etica al collasso ambientale, ma spesso resta confinata alla dimensione simbolica della mostra, senza incidere sulle pratiche reali delle metropoli. Milano, con la sua rete frammentata di parchi e superfici impermeabilizzate, mostra quanto le linee guida del Garante del verde siano essenziali ma insufficienti senza un progetto urbano che ridia centralità culturale al paesaggio. Così, mentre le reti ecologiche urbane vengono evocate come infrastrutture necessarie, è nella Biennale che si consuma il paradosso: l’architettura diventa interprete di un’intelligenza diffusa solo nel momento in cui rinuncia a essere forma che costruisce storia. Le Corderie dell’Arsenale, con interventi come Speakers’ Corner di Hawthorne, Johnston Marklee e Rodriguez, trasformano lo spazio espositivo in luogo di dibattito pubblico, ma il rischio è che la parola sostituisca il progetto. In questo orizzonte la riflessione di Rosario Assunto sul giardino come esperienza estetica e spirituale risuona in modo ambiguo. Il verde urbano, nelle mostre e nelle città, non è più progetto simbolico: è hardware climatico, dispositivo di sopravvivenza. La rinaturalizzazione delle infrastrutture, la vegetazione spontanea, i tetti verdi, le facciate vegetali che nell’Arsenale sono suggeriti come scenari possibili, richiedono decenni di cura, suolo vivo, continuità politica. Ma l’immagine del verde nelle installazioni – come nei rendering urbani – è quasi sempre adulta, compiuta, senza la fatica della crescita. Lucidissima e straordinariamente drammatica, per intensità evocativa e winckelmanniana profondità, la chiusa sull’architettura contemporanea nell’editoriale di Platform #54, New Humanism, di Luca Molinari: “… perché solo così si potrà percepire nella maniera più ampia il contributo che questa disciplina così antica e insieme contemporanea potrà oJrire a un mondo che cambia passeggiando con leggerezza sul filo tagliente dell’apocalisse”.

In conclusione, le parole di Settis e Cederna trovano così una tragica conferma: la distruzione del paesaggio è distruzione di cittadinanza. La Biennale mette in scena la possibilità di un’architettura rinnovata, ma solo se l’intelligenza naturale, artificiale e collettiva non diventa l’ennesima estetica del rimedio. Il verde urbano deve tornare a essere progetto di identità, non solo terapia. Finché l’architettura resterà subordinata alle conseguenze del cambiamento climatico, e non parte attiva della trasformazione culturale che questo impone, la sua intelligenza – naturale, artificiale o collettiva – resterà sospesa tra installazione e resa.

Alessandro Bianchi

27.10.25

Fotografia di copertina di Luca Guido.