EP: L’attualità delle inchieste milanesi sull’urbanistica mette in evidenza una crisi del governo del territorio, laddove la magistratura colma i vuoti della politica. Come usciamo da questa situazione?

AP: La vocazione suppletiva della magistratura è indicativa di una crisi al contempo ideale e ideativa della politica e in particolare della sinistra. Sarebbe però ingiusto gettare la croce unicamente sul PD milanese, che sconta a mio avviso gli stessi gravissimi limiti che il partito manifesta in tutto il Paese.
Sono limiti non solo politici, ma tristemente anche culturali. Scarso aggiornamento, visioni miopi e legate alla contingenza, incapacità di pensare la città con un respiro ampio, con un qualunque tipo di progetto alternativo, al limite anche discutibile, ma dotato di una sua visibilità e di una sua autonomia rispetto alla mera amministrazione di quel che capita. Ho recentemente polemizzato su Facebook con Pierfrancesco Majorino che di quel PD è esponente – forse in termini anche troppo accesi rispetto alla rilevanza del suo intervento- perché mi hanno irritato le retoriche della “ingenuità” e del “non capire” che emergevano dall’intervista da lui rilasciata a “Repubblica” qualche giorno fa. Non c’era molto da capire in quanto stava avvenendo, che era, come dicevano gli antichi, coram populo. Non era possibile non rendersene conto, a meno che non si pensasse sotto sotto che quel modo di gestire la città fosse uno dei pochi possibili, e che in un certo modo andasse se non sostenuto, almeno “coperto”. Non so come se ne esce. La cultura politica della sinistra è tutta da ricostruire, certo può giovare ricucire i rapporti con il variegato mondo dei comitati e dell’associazionismo, ma a costo di apparire “Novecentesco” come si dice orribilmente oggi penso che solo la rinascita di ideologie, di linee di pensiero forte possa porre rimedio a quanto si è lacerato nei rapporti tra partiti e masse, tra partiti storici e movimenti sociali. Diceva Max Weber che la differenza tra il politico e l’amministratore è che il primo indica in che direzione bisogna andare, l’altro fa funzionare la macchina. Può darsi sia una visione rétro, ma sono convinto che i partiti storici dovrebbero cominciare a guardare maggiormente alla loro base e alle aree che non sono coperte dalla loro azione, seguendo peraltro un trend di lungo periodo, che ha visto la storia dei partiti politici continuamente segnata da una serie di cesure, di modificazioni e di trasformazioni interne. Oggi occorre una energica ripoliticizzazione della sinistra, altrimenti si lascia l’iniziativa politica di base nelle mani di Alternative fuer Deutschland e compagnia bella…

EP: Il modello Milano osannato da molti come salvifico della città, in realtà si è dimostrato inutile sul piano urbanistico e architettonico producendo edilizia e favorendo la costruzione della non città…

AP: Sì, anche se io ritengo che l’errore sia stato in un certo senso “obbligato”, se si partiva da una determinata concezione dell’economia e dello “sviluppo”. Non credo che Sala sia uno sciocco, e non sta a me dire se si sia direttamente macchiato di irregolarità e di infrazioni della legge; ho già scritto diverse volte, per esempio sulle pagine di “Terzogiornale” e di “Machina” che penso che sapesse molto bene quel che stava facendo, e che la responsabilità principale del sindaco sia stata quella di avere spinto Milano su di un percorso sbagliato. Forse è una responsabilità ancora più grave di quelle che gli vengono ora addossate, dato che ha conseguenze non solo per il passato, ma anche per il futuro. Penso che sia più sensato chiedersi il perché di quanto avvenuto, e domandarsi se la strada imboccata da Milano e dal Paese negli ultimi decenni conduca da qualche parte. Se nella ex “capitale morale” succede il misero pasticcio che succede ci deve essere una ragione, che va al di là del fatto che Catella non sia uno stinco di santo, e neppure lo sia Sala. Certo il ricorso alle SCIA per costruire grattacieli è stato un mezzuccio tutto sommato squallido, ma in fondo rientra in una “via del mattone” che è stata invece perseguita con metodo per oltre un decennio, e che affonda le sue radici ancora nella precedente giunta Pisapia. Dopo la Expo del 2015, che ha rappresentato uno spartiacque, Milano è uscita dalla palude in cui si era impantanata con la crisi del 2008, e si è incamminata su di un percorso classico di finanziarizzazione del capitale edilizio, già descritto dettagliatamente da studiosi come David Harvey, e di iper-gentrificazione mascherata da “rigenerazione urbana”. Sul terreno della città sono stati operati interventi “a macchie di leopardo”, senza una reale pianificazione dello sviluppo urbano, alimentati da un rivolo di quattrini provenienti dalle parti più disparate, da un flusso continuo di capitali pronti a investire. Per come la vedo io non si è trattato solo di una faccenda locale, di “cattiva politica”, e rimane da comprendere quanto si sia trattato di una scelta per alcuni versi “condizionata” da elementi contingenti, e quanto ci fossero invece delle alternative a questo modello di “sviluppo”. Un modello Milano che nell’affermarsi ha finito per divorare le altre potenzialità presenti, riducendosi a poco più di una monocoltura del mattone con una spruzzata di Grandi Eventi. Se voleva rimanere “Global City” la città doveva inventarsi qualcosa. Il capoluogo lombardo ha resistito al declino complessivo del Paese proprio in virtù della sua posizione particolare, in quanto ganglio delle grandi economie urbane planetarie, gateway dei capitali in cerca di valorizzazione nell’Europa meridionale. Economie cui ha cercato disperatamente di rimanere attaccato. Certo Milano sotto questo profilo non è l’unica ad avere perseguito questa via, altre città italiane, sia pure in maniera meno appariscente si sono mosse in direzioni analoghe, magari ricorrendo come ha fatto Firenze alla svendita del patrimonio storico e alla turistificazione del centro. Ma questo è il triste risultato di scelte politiche di governo che hanno portato negli ultimi decenni a un fenomeno di “autocannibalismo” e di premio alla rendita, altra faccia della progressiva desertificazione industriale del paese. E va ricordato che il mattone, oltre a essere soggetto ad andamenti ciclici, non si può esportare…

EP: Rem Koolhaas parlando di Città generica ha sempre affermato che il mercato non lo si cambia. Lui lo ha sfruttato a suo vantaggio, forse è l’unico esempio in cui si riesce a parlare di architettura. Cosa ne pensi?

AP: Non saprei. Mi pare che Koolhaas parlasse già di un’altra epoca, oggi tramontata. Dov’è più la “città generica”? I tempi cambiano, i venture capitals divengono più schizzinosi, le Global Cities competono in maniera sempre più accesa per accaparrarsi gli agognati investimenti esteri e si devono specializzare, si ritrovano obbligate a rinnovarsi differenziandosi. Chi resta indietro scende dalla giostra. Ed è una giostra in cui conta anche sempre più la morfologia, intesa in senso durkheimiano, come quantità, demografia. Milano ormai fa ridere se si guardano i numeri delle metropoli che veramente importano a livello planetario, e non ha alcuna specializzazione che sia unicamente sua, ormai le sfilate di moda le fanno anche a Shanghai o a Istanbul. Negli anni ruggenti della globalizzazione la questione era la capacità delle città di farsi valere nell’ aggressivo scenario della competizione globale, l’abilità delle amministrazioni nel direzionare e influenzare i mondi della finanza, della tecnologia e dell’informazione. Oggi l’impressione è che ci troviamo in un diverso scenario e le città siano sempre meno in grado di governare i flussi, è un po’ come aveva intuito che sarebbe andata a finire il sociologo Manuel Castells, e sotto questo profilo sono solo amministrazioni molto robuste e strutturate quelle che riescono ancora a condizionare lo sviluppo urbano: Monaco di Baviera, Parigi. La città spesso la fanno altri, i grandi potentati economici.

EP: Quello che emerge dallo sterile dibattito sull’affare Milano è che improvvisamente ci si è accorti che la città aveva adottato un modello, il grattacielo, senza definire un progetto urbano. Basta pensare all’area Garibaldi-Repubblica-Porta Nuova per farsi una idea della Coima City.

AP: Naturalmente quella Milano è orrenda. Ma non lo è solo sotto il profilo estetico, il che sarebbe come sempre opinabile, in quanto appunto giudizio estetico, lo è perché nata morta, priva di vita sociale. Il grattacielo per la verità non è un male in sé, al di là del fatto che possa non piacere, il disastro è stato distruggere la socialità nel centro, lasciare che chiudessero cinema d’essai e cabaret, sgomberare i centri sociali, mentre venivano progressivamente scacciati i giovani verso le periferie, e si lasciavano agonizzare le industrie creative e le realtà del piccolo artigianato. L’irrompere dei quattrini dei grandi fondi di investimento e delle piattaforme ha voluto dire la rovina di un patrimonio storico di capacità creativa. Può anche darsi che lo si sia giudicato inutile rispetto alla via che aveva scelto di prendere la città, ma oggi il centro di Milano è un cumulo di paccottiglia architettonica abitata da una ricchezza arrogante e cafona, mentre la cultura è museificata e incanaglita, basata su mostre di richiamo principalmente turistico.

EP: Insieme ad altri intellettuali, docenti del Politecnico di Milano, sei stato uno dei pochi a prendere posizione sul rapporto opaco tra potere politico, architetti e potere economico. Come mai c’è così tanta paura a esprimere una posizione critica?

AP: La cosa non data da ieri. C’è stato un lento logorio dell’intellighenzia milanese, sempre più autoreferenziale, e un progressivo sganciamento dell’Università dalla realtà sociale. Per anni le ricerche empiriche su Milano sono state poche e parziali, e spesso si è preferito sorvolare su questioni che parevano complesse o di difficile approccio. Abbiamo dovuto aspettare un bel po’ prima che qualcuno cominciasse a rendersi conto dell’esplodere di una questione abitativa senza precedenti, delle modifiche della stratificazione sociale della città, e quando ci si è trovati di fronte a una realtà profondamente mutata in parecchi hanno pensato che fosse tardi per intervenire. La paura poi è un altro discorso…diceva Hegel quando lo criticavano per la sua cautela nei confronti delle autorità, che: “anche i professori hanno i loro problemi”, e per dirla in altro modo, con un grande milanese, “se uno il coraggio non ce l’ha, non può darselo”…
In ogni caso negli ultimi tempi c’è stato un risveglio, un sussulto di coscienza civile, lo testimoniano l’appello degli urbanisti, il lavoro di denuncia svolto da Lucia Tozzi, un nuovo appello che è in preparazione in questi giorni e che dovrebbe essere reso pubblico a breve, e che anche io ho sottoscritto.

EP: Credo che alla fine, come ci insegnano altre storie italiane, questa inchiesta finirà con una reprimenda dall’amaro sapore moralista, che non interessa nessuno, in quanto i poteri in una città come Milano si parlano e si frequentano, con la sensazione che tutto vengo assorbito in una normalità di comportamenti e azioni…

AP: La vera difficoltà ritengo che non risieda nella esibizione di pubbliche scuse e ammende, nel battersi il petto, nelle abiure di maniera e nel riconoscere i propri peccati, sempre che questo venga fatto. Dal mio punto di vista quel che realmente importa è un cambiamento netto di rotta, un recedere dalla follia immobiliarista, una svolta verso diversi modelli socio-economici. Non ho nulla contro Manfredi Catella, che fa il suo mestiere, ma è chiaro che i destini di una città come Milano dovevano deciderli altri, non il “re degli immobiliaristi” e la sua corte dei miracoli in Comune. Perseverare sulla strada finora percorsa è diabolico, e credo che non porterà niente di buono. Si intravede in prospettiva una sorta di “americanizzazione” in negativo della città, sempre più socialmente e spazialmente divisa, “punitiva”, ostile, ben lontana da quella realtà urbana soft e “attraversabile”, che preconizzavano i teorici postmodernisti di Milano “città infinita” solo una ventina di anni fa. Una città divisa che si è costituita a scapito di un’altra Milano che avrebbe potuto essere, e che, nelle pieghe della metropoli attuale ancora esiste e resiste. Temo però che, come tu suggerisci, le cose continueranno più o meno, magari in maniera meno clamorosa, nella direzione attuale.
Per cambiare orientamento occorrerebbe un sussulto della politica e della società civile, bisognerebbe dimenticare la Milano odierna, ridimensionarne gli aspetti negativi, e pensare a nuovi processi di rinnovamento della città, che possano vedere momenti di coinvolgimento delle realtà locali, dei comitati degli abitanti, delle associazioni. Una trasformazione urbana che non si riduca a una trattativa sempre perdente tra amministrazioni e immobiliaristi. Ma perché questo avvenga occorre una svolta, occorrerebbe segnare discontinuità nette rispetto alla gestione neo-liberale della città, introdurre modalità di amministrazione, che non siano solo “governance” mirata al quattrino e partecipazionismo di facciata, ma che contemplino un’apertura al sociale, la fondazione di un sistema pattizio e dinamico tra istituzioni e realtà locali. Utopie??…

EP: Cosa pensi dei giovani progettisti che incontri ogni anno nei tuoi corsi, come reagiscono a questi fatti? Spesso c’è ammirazione ed emulazione nei confronti di certi comportamenti degli architetti che, pur di veder realizzato il loro progetto, solo per ragioni economiche, non certo perché vogliono fare architettura che evidentemente non riescono a produrla per manifesta incapacità, stringono alleanze, fanno pressioni. Che insegnamento lasciamo in eredità alle nuove generazioni?

AP: Per quanto mi riguarda cerco prima di tutto di fornire agli studenti importanti informazioni di base che permettano loro di orientarsi, sottolineando la politicità del ruolo dell’architetto e dell’urbanista. In genere le mie sollecitazioni vengono apprezzate, anche perché nell’ambito degli altri corsi che frequentano questi temi sono per lo più spesso sfiorati, ma raramente approfonditi. Non vedo cinismo, c’è molta ingenuità in loro, una sorprendente naiveté, che è peraltro un tratto generazionale: si stupiscono quando vengono mostrate dinamiche e poste in gioco delle professioni che vorrebbero andare a svolgere. C’è però anche curiosità e desiderio di sapere, anche perché, informandosi principalmente sui social, rimane loro preclusa la storicità dei processi, l’accesso a quanto avvenuto prima. Nonostante le difficoltà e la formazione pregressa spesso lacunosa, quando vengono loro presentate vicende come quella di cui parliamo oggi, anche solo per accenno, o a volte inquadrandole in un più ampio contesto, cominciano a porsi domande, qualcuno chiede anche di fare la tesi su temi che siano legati alle trasformazioni ultime della città. Insomma, c’è speranza…

20.8.25

Agostino Petrillo, architetto e sociologo urbano, Professore Associato al Politecnico di Milano.

Fotografia di copertina: Porta Nuova, ph. Marco Introini.