Rendering city è una città sicura, difficilmente si incontrano tipi strani. Ci sono molti spazi pedonali in cui le persone passeggiano, alcune vanno in bicicletta, altre in abbigliamento sportivo fanno jogging. Ci sono molti turisti. I cani sono al guinzaglio. I bambini si divertono. Ci sono spazi verdi, alberi, specchi d’acqua in cui si riflettono le nuove architetture. Sull’erba ci si può sdraiare per prendere il sole o leggere un libro. La città è pulita. Non ci sono vagabondi che chiedono l’elemosina agli angoli delle strade. Non ci sono poliziotti. Non ci sono furti. La temperatura è gradevole, lo si capisce dall’abbigliamento delle persone. Il tempo è quasi sempre bello, non piove mai. Una leggera brezza permette a qualche aquilone di volare nel cielo.

È questa la prima impressione che si può avere osservando lo spazio pubblico di tanti ‘render’ più o meno recenti. Le persone che popolano questo spazio virtuale sembrano evocare le descrizioni di molti libri di sociologia della fine del secolo scorso. A Rendering city è possibile ritrovare “l’uomo medio” fabbricato a immagine e somiglianza dei non-luoghi raccontati da Marc Augé. O quell’iperborghesia descritta da Denis Duclos che caratterizza la scena pubblica delle metropoli mondiali. La popolazione di Rendering city sembra stabilire un legame implicito con un modello economico e politico che ha contraddistinto il governo della città negli ultimi quarant’anni. Il sottinteso richiamo alla realtà del mercato della città neoliberista ben si sposa con il conformismo degli abitanti di Rendering city.

Una pubblicità americana degli anni cinquanta.

Si tratta ovviamente di una generalizzazione. Ogni strumento di rappresentazione può avere finalità artistiche, intellettuali o politiche. Il ‘render’ non sfugge a questo ventaglio di possibilità. Risulta tuttavia evidente come nel mondo dei new-media, l’immagine, come strumento di comunicazione, svolga un ruolo determinante nell’influenzare l’opinione pubblica. L’infinita possibilità di manipolare l’immagine finale del progetto fa del render un potenziale strumento di propaganda riguardo alle scelte di governo della città. Già una decina di anni fa, in un saggio sul disegno, Vittorio Gregotti stigmatizzava l’abuso del render a fini propagandistici: “nei nostri anni la rappresentazione del progetto ai fini dell’assenso da parte del cliente (pubblico o privato) ha assunto un’importanza del tutto esagerata; specie nella forma orribilmente iperrealistica e omogeneizzante del rendering”.

Oltre a rivelarsi strumento funzionale a logiche di marketing urbano, proiettando l’immagine del progetto nei circuiti internazionali del real estate, il render diventa anche strumento funzionale ad uno stile di pianificazione problem solving. Nel governo della città neoliberista marketing urbano e approccio problem solving sono due facce di una stessa medaglia. Il render, nel suo confondersi ambiguamente con la realtà, è la rappresentazione del problema (già) risolto. Un gigantesco “come se” che si sostituisce ad uno stato di cose da modificare. Si tratta molto spesso di problemi che sono sul tappeto da decenni: condizioni di sottoutilizzo o di latente degrado di aree urbane, in posizione centrale o semicentrale, connesse a qualche nuova infrastruttura della mobilità. Problemi spesso enfatizzati da una circostanza eccezionale – da cogliere al volo, pena la perdita di un’occasione epocale per il destino della città – che si innesta sulla crisi endemica di molti territori in transizione verso economie postindustriali. Nuovi centri commerciali, direzionali, nuovi hub infrastrutturali, nuove residenze energeticamente sostenibili, nuovi parchi tematici si integrano in una scena che ricolloca la città nei circuiti della competizione internazionale. Una prefigurazione che per essere credibile deve fare costantemente i conti con la presunta oggettività delle regole di mercato. L’immagine gioca un ruolo determinante nell’attrarre nuovi investitori e, nello stesso tempo, nell’alimentare il processo di finanziarizzazione della città, consolidando alcuni luoghi come epicentri dei valori immobiliari nei flussi del mercato internazionale.

Quelle di Rendering city sono immagini non neutrali, che possono generare conflitti. Si tratta tuttavia di conflitti circoscritti che vengono gestiti con la stessa facilità con cui si può manipolare la scena rappresentata. Difficilmente questi conflitti superano la dimensione locale, dei comitati di quartiere. Gli interessi locali, per quanto radicati nei luoghi, sono destinati ad essere soccombenti di fronte alle retoriche, intrise di pragmatismo e buon senso, dello sviluppo economico e del futuro del territorio. In gioco c’è l’immagine della città: e con essa la capacità di competere e vincere nello scenario internazionale. Il conflitto si riduce spesso a una discussione su un paesaggio ridotto a scenografia, a visuale se non a skyline. In discussione non c’è un diverso ordine sociale, ma (solo) un nuovo disegno spaziale. In questo senso Rendering city prefigura uno spazio già abitato (o già abitabile), con i suoi rituali, le sue pratiche, la sua società. Uno spazio privo di utopia: sorta di allegoria intorpidita del buon governo o del paese della Cuccagna, Rendering city, con i suoi abitanti felici, traccia una grande distanza rispetto alle rappresentazioni utopiche che l’hanno preceduta.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338-1340, Palazzo Pubblico, Siena

La capacità di prefigurare in tempi rapidi uno spazio plasmato dalle sollecitazioni del mercato ha fatto sì che il render sostituisse il piano come strumento di rappresentazione e progettazione della città. Rendering city è una città il cui spazio è dato dalla giustapposizione di tante scene, secondo un montaggio quasi cinematografico. Uno spazio tridimensionale, fatto di luoghi virtuali che trasferiscono al suolo i punti di condensazione dei flussi di una finanza internazionale. Il piano urbanistico, come rappresentazione bidimensionale della città, in cui ritagliare faticosamente la figura di uno spazio pubblico che scende a patti con gli interessi immobiliari privati, appartiene a una storia moderna, che sembra ormai finita.

Come nel suggestivo racconto a più dimensioni del reverendo Abbott, anche la storia recente dell’urbanistica è stata più volte sconvolta dall’incontro tra il mondo a due dimensioni del piano e il mondo a tre dimensioni del progetto. La contrapposizione tra piano e progetto, che prende forma negli ultimi due decenni del secolo scorso, sembra conoscere un punto di conclusione con Rendering city. Nel mondo neoliberista di questi anni Rendering city rappresenta il definitivo superamento di Planning city. Ma – come scrive Piccardo su questa stessa rivista – fino a quando questo modello neoliberista durerà?

Andrea Vergano

27.06.2023

Riferimenti

E.A. Abbott, Flatland: A Romance of Many Dimensions, 1884; trad. it., Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni, Adelphi, Milano, 1966.

M. Augè, Non-lieux, Seuil, Paris, 1992.

D. Duclos, “La nascita dell’iperborghesia”, in G. Martinotti, La dimensione metropolitana, Il Mulino, Bologna, 1999, pp. 175-187.

V. Gregotti, Tre forme di architettura mancata, Einaudi, Torino, 2010.

G. Vattimo. Della realtà, Garzanti, Milano, 2012.

Fotografia di copertina: BIG, City Life.