Parlare di Frank Gehry alla notizia della sua morte, avvenuta il 5 dicembre 2025, è un esercizio delicato poiché la notorietà del personaggio spinge ad essere celebrativi, con il rischio di diventare retorici. Eppure qualcosa va detto, perché ripercorrere mentalmente la carriera professionale di Gehry vuol dire riflettere sia sulla storia dell’architettura del Novecento che sulla traiettoria di quella attuale. Tra i progettisti che hanno sconvolto la scena architettonica globale negli ultimi decenni, Gehry è quello che più ostinatamente ha portato avanti un linguaggio riconoscibile. A dispetto di quanto credono i suoi detrattori, i suoi edifici non sono mai stati capricci formali, ma hanno creato una grammatica e una sintassi nuova, del tutto intellegibile, utile sotto il profilo critico e perfino sul piano didattico. La lingua di Gehry è fatta di frammenti, slittamenti, pieghe e materiali esibiti senza pudore nel tentativo di conferire movimento ai volumi architettonici.
In un mondo in cui gli studi di architettura si caratterizzano per l’anonimato delle soluzioni tecnologiche e per l’uso disinibito ed eclettico di forme e soluzioni funzionali, Gehry ha tenuto fermo il timone ed è andato nella direzione indicata dalla sua bussola.
Con il successo ottenuto per la costruzione della sua casa a Santa Monica (1978) avrebbe potuto adagiarsi sugli allori e ridurre la sua architettura ad una facile formula per il successo. L’operazione condotta da Gehry era semplice ed allo stesso tempo radicale. Intorno a una villetta preesistente, Gehry costruì un esperimento che sembrava più un gesto di disobbedienza che un progetto residenziale: volumi inclinati, porzioni “incompiute” che lasciavano intravedere pezzi di strutture, materiali insoliti generavano un’architettura in trasformazione, determinando un aspetto da cantiere, affascinante ed effimero. Attorno alla casa aleggiava qualcosa di mitico, tanto da alimentare leggende metropolitane, ma Gehry trovò lì una vera direzione professionale: non la certezza del risultato o il rigore della geometria, ma il diritto di rimettere in discussione gli stereotipi dell’architettura.
Proprio per questo motivo, Gehry ha preferito continuare a sperimentare per indagare tecnologie e forme sempre differenti. Il progetto del Guggenheim di Bilbao (1997) e quello della Fondazione Louis Vuitton a Parigi (2014) segnano dunque dei momenti di avanzamento ed evoluzione della sua opera. A Bilbao Gehry compie un grande salto di scala, con notevoli implicazioni urbane e sociali, dando vita a quello che fu chiamato “effetto Bilbao”. Più che un museo, l’architetto californiano costruisce un dispositivo culturale e mediatico che dimostra come forme complesse possano produrre un effetto di rigenerazione territoriale, identitaria ed economica. La Fondazione Louis Vuitton rappresenta un altro momento di maturazione, quasi una dichiarazione d’amore alle origini dell’architettura moderna attraverso un lessico totalmente gehriano. Le “vele” di vetro da lui immaginate riprendono la memoria delle architetture leggere delle serre dei giardini ottocenteschi e insieme ribadiscono la sua idea di edificio come grande oggetto in tensione, tra nave, nuvola e creatura onirica. Naturalmente Gehry è un architetto divisivo, e in Italia molti si sono spesso irrigiditi in un rifiuto preventivo. Questa opposizione ha trovato terreno fertile nel contesto universitario, dove pochi l’hanno compreso e ancora meno l’hanno studiato cercando di interpretarne l’azione critica e progettuale.
Se siete cresciuti pensando che l’architettura sia espressione di dogmi e regole o di principi come quelli stabiliti dalla triade vitruviana –firmitas, utilitas e venustas- l’architettura di Gehry vi apparirà come una provocazione permanente e fastidiosa. Se cercate di comprendere i suoi progetti tenendo a mente i paradigmi della modernità degli anni ‘20 del secolo scorso, rimarrete delusi. Se preferite l’angolo retto e cercate di dare ordine alla confusione che regna sovrana nelle forme di questo mondo, Gehry vi apparirà incomprensibile, eccessivo e soprattutto arbitrario. Ma vi dovrete rassegnare al fatto che apparirete ridicoli a quanti riconoscono in lui un genio dell’architettura contemporanea. Per comprendere Gehry davvero occorre immaginare i suoi edifici non solo come l’esito di una personale ricerca artistica, ma anche come l’affermazione di una genealogia architettonica precisa: si parte dalla materia robusta dell’architettura romanica e si arriva alle masse articolate di Henry Hobson Richardson, alla libertà plastica di Frank Lloyd Wright, alle fratture spaziali di Rudolf Schindler, per approdare alle complessità e contraddizioni del postmodernismo e dunque del decostruttivismo, etichette che non chiariscono pienamente l’approccio di Gehry. Limitare la sua architettura ad un fenomeno pop della West Coast è inevitabilmente riduttivo, poiché gli edifici di Gehry hanno incrinato molti dei luoghi comuni dell’architettura moderna e contemporanea, dimostrando che l’innovazione non è solo tecnica, sostenibilità o programmazione funzionale: l’innovazione in architettura è capacità di ampliare il campo di azione dell’architetto, lavorando sulla percezione e sulle emozioni dei fruitori.
Tuttavia, se Gehry ci lascia qualcosa, non può essere solamente un catalogo di icone architettoniche. Studenti di architettura e architetti praticanti hanno molto da imparare poiché il messaggio più profondo che la sua opera e la sua biografia emanano insiste su almeno 5 punti: 1) Architettura= Arte. Gehry ha costruito un lessico che non trae ispirazione solo da riferimenti architettonici. Il suo lavoro è profondamente radicato nella cultura artistica e stimola gli architetti a non guardare solo edifici, ma li invoglia a frequentare artisti e interessarsi di arte. 2) In architettura è necessario avere coraggio liberandosi dalle convenzioni. Ne consegue che fare architettura è un atto sociale. 3) L’architettura è spazio, ma ha un valore scultoreo, ovvero può essere ironica, gioiosa e contraddittoria. 4) Fare architettura vuol dire sperimentare con i materiali, quelli riciclati, quelli a basso costo e quelli costosi. 5) La tecnologia non deve limitare il processo creativo, ma lo deve sostenere.
Ma adesso che Gehry non è più tra noi, l’urgenza non è capire se ci piaccia o meno la sua architettura. Gehry è importante perché la sua opera è significativa per capire la nostra contemporaneità.
Luca Guido
8.12.25
Fotografia di copertina: Guggenheim Museum, Bilbao (1997), ph. E.Piccardo (2024)
ENG
Speaking about Frank Gehry upon the news of his death on December 5, 2025, is a delicate exercise, as the fame of the figure invites celebratory tones with the risk of slipping into rhetoric. And yet something must be said, because mentally retracing Gehry’s professional career means reflecting both on the history of twentieth-century architecture and on the trajectory of architecture today. Among the designers who have shaken the global architectural scene in recent decades, Gehry is the one who most stubbornly pursued a recognizable language. Contrary to what his detractors believe, his buildings were never formal whims, but rather created a new grammar and syntax—fully intelligible, critically useful, and even didactically valuable. Gehry’s language is made of fragments, shifts, folds, and materials displayed without shame in an attempt to give motion to architectural volumes.
In a world in which architectural firms often rely on anonymous technological solutions and an uninhibited, eclectic use of forms and functional strategies, Gehry held the rudder steady and continued in the direction indicated by his own inner compass.
After the success of the house he built in Santa Monica (1978), he could have rested on his laurels and reduced his architecture to an easy recipe for success. The operation he undertook was simple and at the same time radical. Around an existing small house, Gehry constructed an experiment that resembled more an act of disobedience than a residential project: slanted volumes, “unfinished” portions that revealed glimpses of structure, unusual materials generated an architecture in transformation, giving it the fascinating, ephemeral appearance of a construction site. Something mythical hovered around the house, even fueling urban legends, but Gehry found in it a true professional direction: not the certainty of results or the rigor of geometry, but the right to question architectural stereotypes.
For this very reason, Gehry preferred to continue experimenting, exploring ever-changing technologies and forms. The Guggenheim Museum in Bilbao (1997) and the Louis Vuitton Foundation in Paris (2014) thus mark moments of advancement and evolution in his work. In Bilbao, Gehry made a great leap in scale, with significant urban and social implications, giving rise to what became known as the “Bilbao effect.” More than a museum, the Californian architect created a cultural and media device that demonstrated how complex forms could produce territorial, identity-based, and economic regeneration. The Louis Vuitton Foundation represents another moment of maturation, almost a love letter to the origins of modern architecture through an entirely Gehry-like lexicon. The glass “sails” he conceived echo the memory of the light architecture of nineteenth-century garden greenhouses and at the same time reaffirm his idea of the building as a great object in tension—somewhere between ship, cloud, and dreamlike creature. Naturally, Gehry is a divisive architect, and in Italy many have often stiffened into a stance of preventive rejection. This opposition found fertile ground in academia, where few understood him and even fewer studied him with the aim of interpreting his critical and design approach.
If you grew up believing that architecture is the expression of dogmas and rules, or of principles like those established by Vitruvius’ triad—firmitas, utilitas, and venustas—Gehry’s architecture will appear to you as a constant, irritating provocation. If you try to understand his projects by keeping in mind the paradigms of 1920s modernity, you will be disappointed. If you prefer the right angle and seek to bring order to the confusion that reigns supreme in the forms of this world, Gehry will seem incomprehensible, excessive, and above all arbitrary. But you will have to resign yourself to appearing ridiculous to those who recognize in him a genius of contemporary architecture. To truly understand Gehry, one must imagine his buildings not only as the result of a personal artistic investigation, but also as the affirmation of a precise architectural genealogy: beginning with the sturdy materiality of Romanesque architecture, passing through the articulated masses of Henry Hobson Richardson, the plastic freedom of Frank Lloyd Wright, the spatial fractures of Rudolf Schindler, and arriving at the complexities and contradictions of postmodernism and then deconstructivism—labels that do not fully clarify Gehry’s approach. Reducing his architecture to a West Coast pop phenomenon is inevitably limiting, for Gehry’s buildings have cracked many of the clichés of modern and contemporary architecture, demonstrating that innovation is not merely technical, sustainable, or functionally programmatic: innovation in architecture is the ability to broaden the architect’s field of action, working on the perception and emotions of those who experience the space.
However, if Gehry leaves us anything, it cannot be merely a catalogue of architectural icons. Architecture students and practicing architects have much to learn, for the deepest message conveyed by his work and biography rests on at least five points:
1.Architecture = Art. Gehry built a lexicon that draws not only from architectural references. His work is deeply rooted in artistic culture and encourages architects to look beyond buildings, to spend time with artists, and to take an interest in art.
2.Architecture requires courage and freedom from conventions. Consequently, making architecture is a social act.
3.Architecture is space, but it also has sculptural value—it can be ironic, joyful, and contradictory.
4.To make architecture is to experiment with materials: recycled, low-cost, and expensive ones alike.
5.Technology must not limit the creative process, but support it.
Now that Gehry is no longer with us, the urgent question is not whether we like his architecture or not. Gehry matters because his work is essential for understanding our contemporaneity.