“Repacking the city in a safe, clean, and controlled form gave the mall greater importance as a community and social center. The enclosed mall supplied spatial centrality, public focus, and human density – all the elements lacking in sprawling suburbs.”

Così scriveva nel 1992 fa Margaret Crawford nel suo contributo a Variations on a theme park, volume curato da Michael Sorkin, che nel sottotitolo poneva in relazione – un po’ affrettatamente – la nuova città americana con la fine dello spazio pubblico1 . Quanto avvenuto nell’ultimo trentennio induce a una riflessione d’insieme sui paradigmi dell’urbanità e della convivenza in una condizione globale di incertezza. Radicali mutamenti nei modi di vivere e di abitare hanno generato un’accelerazione vertiginosa nelle trasformazioni delle strutture degli insediamenti, tanto in conseguenza delle emergenze economiche e sanitarie, quanto dei conflitti bellici (nella guerra in corso, più di sette milioni di cittadini ucraini sono registrati come profughi nei paesi europei). Cosa potrà accadere in un futuro segnato dalla crisi energetica? In parallelo alla ormai consolidata dispersione urbana e ad una “rivincita dei villaggi” (che in Italia si intreccia, peraltro, con la retorica dei “borghi), non è detto che non si assista ad una rivalutazione di tessuti più favorevoli al contatto e alla interazione2.

Riguardo al rapporto tra sfera pubblica e privata, le differenze rispetto al passato sono in ogni caso evidenti. Lo spazio pubblico è stato da sempre assimilato alla città-centro che, anche da questo punto di vista, ha costituito un modello per la periferia. Con un ribaltamento di prospettiva, è ora invece l’organizzazione dello spazio periferico ad essere esportata, con i necessari adattamenti, nelle operazioni di ristrutturazione e di rinnovamento dei centri e degli spazi pubblici urbani. Prestigiose città storiche si trasformano in parchi turistici, favoriti dalla “airbnbizzazione”: la città tradizionale stenta così a riproporsi come riferimento, mentre la periferia – quale territorio esteso di quelli che altrove ho definito fuori-luoghi – diviene un laboratorio per la formazione di usi, comportamenti, abitudini in costante ridefinizione. Un laboratorio in cui i processi e le pratiche di strutturazione dello spazio sono meno gerarchizzati e più differenziati sul piano socioeconomico e culturale, con la prevalenza della delimitazione, della privatizzazione (fino alla impenetrabilità), dell’omogeneizzazione (degli spazi e dei comportamenti).

MVRDV, Tainan Spring, 2020 – ph. © Daria Scagliola/Stijn Brakkee

Le storie e le geografie di questi fuori-luoghi evidenziano una pervasiva volontà di distanziamento, in antitesi alla concentrazione, all’idea di voler vivere con persone simili e insieme diverse, propria alla città, fondata sulla prossimità e sulla densità. Esse permettono tuttavia di rilevare come tali nozioni, alla base dell’ortodossia urbanistica, più che criteri assoluti debbano essere considerate come “costruzioni sociopolitiche”3. In questi territori, segnati da dinamiche concomitanti di individualizzazione e di omologazione, la riorganizzazione dei modi di vita non è necessariamente indifferente né incompatibile con la costituzione di luoghi di socialità e con lo spazio pubblico. Secondo modalità talvolta inaspettate, si delineano forme di radicamento ai luoghi: non tanto identità nel senso di un riconoscimento collettivo di appartenenza, quanto maniere di vivere gli spazi del periferico nella dimensione prevalentemente individuale del qui e dell’adesso. A questo proposito, certe posizioni teoriche – dalla “città generica” al “non-luogo” – si sono compiaciute negli ultimi tre decenni di una sorta di caos post-urbano o post-metropolitano. L’esperienza dei territori eccentrici non si esaurisce tuttavia, come vorrebbero alcune di queste teorizzazioni, solo attraversandoli o intrattenendo con essi relazioni solitarie ed effimere (come nei Passages benjaminiani). Questa esperienza si compie invece abitandoli, senza contraddizione tra pubblico e privato, tra globale e locale, in una dimensione collettiva che si concentra (e si confina) in poli (commerciali, produttivi, scolastici, sportivi, etc.), accogliendo usi e temporalità che raccontano una progressiva “internizzazione” dello spazio pubblico.

Spesso tecnologicamente avanzato, lo spazio domestico si configura, a sua volta, come una sorta di “rovesciamento silenzioso e privato delle strategie dello spazio pubblico”4. La città sembra trasferirsi – e riassumersi – nella casa che, come un rifugio dal mondo esterno (di cui non ci si sente parte), accoglie la totalità delle risposte ai bisogni individuali. Le forme plurali della frequentazione dei fuori-luoghi richiedono di rivedere in profondità il concetto stesso di spazio pubblico e privato. Come le strade e le piazze della città, essi rappresentano fulcri di vita quotidiana, nei quali si concentrano di fatto gli spostamenti, le attività, i consumi. In questi luoghi, dove si ricostituiscono, in maniere diverse e occasionali, i legami con l’altro, è possibile ripensare le forme e i tipi dello spazio pubblico. Le relazioni tra vuoti e pieni – che nella città tradizionale regolano il rapporto tra spazio pubblico e spazio privato – non sono più riducibili alla opposizione “pieno=senso” versus “vuoto=banale”. Se nella città compatta il vuoto significa, dà senso, proprio in quanto elemento minoritario, sorta di punteggiatura del pieno, nella città contemporanea, dove prevale il vuoto, è invece il pieno a significare. Spesso sovraesposto, il pieno è suscettibile, peraltro, di assumere (dimensionalmente e simbolicamente) il carattere di monumento. L’esperienza quotidiana non conosce, del resto, monumenti in senso proprio. Sono gli spazi frequentati ogni giorno, le cui identità si formano nella memoria individuale più che in quella collettiva, ad assumere proprietà in un certo senso “monumentali”.

MVRDV, Tainan Spring, 2020 – ph. © Daria Scagliola/Stijn Brakkee

La riconoscibilità di questi luoghi è quindi legata soprattutto alla sfera individuale e familiare, alle connessioni tra le persone con le quali si frequentano. Pur considerandoli in un senso avalutativo, permane la difficoltà di identificarsi collettivamente in essi. Benché ripetitivi, non sono però non-luoghi, ma piuttosto luoghi propri della città contemporanea, le cui qualità si mostrano meno allo sguardo colto (degli specialisti) che allo sguardo comune (degli abitanti). Realizzati e organizzati traducendo senza mediazioni modi di vita, ideologie, culture nello spazio, spesso mediante pratiche di bricolage, nei fuori-luoghi viene meno la mediazione del collettivo. Una mediazione resa possibile da un progetto “regolamentare” basato su principi condivisi e regole codificate (in normative edilizie e urbanistiche), agenti come elementi di controllo della conformazione morfologica del costruito e del suo rapporto con il tessuto e con la strada. Di fronte a scenari di questo tipo, ritenuti incomprensibili e privi di senso, si propongono ipotesi minimaliste e inefficaci di riqualificazione e di riuso (come gli improbabili tentativi di creare spazi pubblici sotto i viadotti delle tangenziali). La pianificazione urbanistica e il progetto architettonico si concentrano su scale divergenti: sugli aspetti macroscopici e sui quadri d’insieme o su dettagli piuttosto irrilevanti. In tal modo, essi continuano a non mettere a fuoco in queste situazioni “microfisiche” le articolazioni, anche minute e informali, tra spazio pubblico e privato. Articolazioni caratterizzate da un mix di attività, funzioni e attori diversi, spesso incompatibili, da cui bisognerebbe invece partire per prefigurare soluzioni interessanti e significative.

Luigi Manzione

27.10.22

1. Margaret Crawford, “The World in a Shopping Mall”, in M. Sorkin (a cura di), Variations on a Theme Park. The New American City and the End of Public Space, New York, Hill and Wang, 1992, p. 23.

2. Eric Charmes, La revanche des villages. Essai sur la France périurbaine, Paris, Seuil, 2019; Filippo Barbera (et al.), Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, Roma, Donzelli, 2002.

3. Hervé Marchal, Jean-Marc Stébé, La France périurbaine, Paris, Que sais-je?, 2018, p. 61.

4. Cristina Bianchetti, Abitare la città contemporanea, Milano, Skira, 2003, p. 50.

Immagine di copertina: Tainan Spring (2020) di MVRDV è un progetto di trasformazione del centro commerciale China-Town Mall della città di Tainan (Taiwan) in una laguna urbana. Un esempio interessante, e in controtendenza, delle molteplici relazioni nel tempo tra luoghi del commercio e spazi pubblici.