All’interno delle città lo spazio della comunità è l’agorà di matrice ateniese, la piazza, il luogo di elaborazione del pensiero critico e del sentirsi parte di una comunità contro il sistema, la piazza di una minoranza contro il mercato. La piazza è lo spazio pubblico per eccellenza, luogo del consenso e del dissenso all’interno del quale artisti, architetti, attivisti e politici da sempre agiscono e sperimentano possibilità di espressione e linguaggi a cavallo tra performance e installazioni, cortei e parate, proiezioni audiovisive per la comunità e happening collettivi.

Oggi la piazza, dall’Europa al Medio Oriente, è ritornata ad assumere un ruolo centrale come cardine delle recenti proteste di giovani e precari: dalle  manifestazioni in Piazza Tahir al Cairo, agli Indignados in Plaza del Sol a Madrid, l’occupazione di  Gezi Park a Instanbul e le recenti proteste delle donne nelle piazze dell’Iran. Nella storia italiana, dal Medioevo al Rinascimento in poi, la piazza è sempre stata al centro della vita cittadina, luogo dell’indottrinamento, dell’intrattenimento e delle rivolte, fino alle rivoluzioni fallite del ‘68. Durante la stagione dell’architettura radicale italiana, gruppi e singoli si attivano per rendere lo spazio pubblico/piazza un luogo vivo e reattivo come avviene con le performance “politiche” degli UFO. Con i loroUrboeffimeri gonfiabili, realizzati in polietilene, creano nuove configurazioni visive nello spazio, sia come barriera a protezione dalle cariche della polizia, durante le proteste studentesche, sia come media che comunicano messaggi: “Colgate con vietcong”. Gli UFO propongono una lettura critica dei codici dell’immaginario collettivo attraverso l’happening che diventa momento di riflessione teorico-comportamentale, per fare controinformazione e inventare nuovi codici di lettura delle problematiche socio-politiche.

Tutto questo attivismo creativo scompare con gli anni settanta e lo spazio pubblico perde il suo significato, non rappresenta più quel luogo dell’autodeterminazione della soggettività politica, nonostante ci siano situazioni che ne consentirebbero l’occupazione.
Nell’ultimo decennio saranno le crisi economiche e di genere a riattivare lo spazio pubblico con Occupy Wall Street e il #MeToo, ma la creatività non c’è più. Così lo spazio pubblico è tornato al centro del dibattito grazie al lavoro dei collettivi di architetti che trasformano gli spazi delle periferie e delle aree interne interpretando i desideri e i bisogni delle comunità, attraverso progetti di riqualificazione dove studenti e abitanti collaborano attivamente alla costruzione di micro-architetture temporanee, che spesso diventano definitive.

Pico Colectivo+todo por la praxis, La Ye Cultural-House, Caracas 2014

Questo movimento trova massima espressione in alcune regioni europee come la Francia e la Germania ma soprattutto nel contesto latinoamericano, dove si sviluppa questo nuovo modo di fare architettura, temporanea, mobile e utile, senza per questo abbandonare un senso estetico nei progetti realizzati. Se da un lato si riscontrano citazioni delle opere di Buckminster Fuller soprattutto sul tema del riciclo, i collettivi di architetti scelgono il legno come materiale per arredi urbani, passeggiate, belvedere, piccoli edifici pubblici. Questo processo progettuale pone al centro la comunità e le sue necessità fatte proprie dai progettisti che formano i giovani studenti e gli abitanti al cantiere. Se per i primi viene offerta una formazione complementare a quella ufficiale, totalmente estranea ai percorsi didattici delle scuole di architettura, per i secondi si forma una consapevolezza del fare con le proprie mani che li rende partecipi di un progetto in cui sono costruttori e fruitori.

Questo focus tematico di archphoto si sviluppa anche nella mostra “Lo spazio è pubblico!” in corso al Precollinear Park di Ponte Regina Margherita a Torino, nell’ambito del festival Utopian Hours 2022, visibile ogni giorno. I collettivi selezionati verranno presentati anche in questa sede: Al Borde, Arquitectura Expandida, Bruit du Frigo, Collectif Etc, Collectif Parenthèse, GRRIZ, Le Seppie+Orizzontale, LandWorks, Pico Colectivo, Quatorze, Raumlabor, Todo por la praxis.

I progetti selezionati dimostrano che, al di fuori del mercato, si possono risolvere in un tempo ridotto le problematiche degli spazi urbani con la creatività, sostenibili economicamente ed ecologicamente ponendo al centro i cittadini, creando spazi appositamente su misura per le loro esigenze. Questa modalità rappresenta il futuro del progetto di architettura, in un contesto contemporaneo dove è sempre più marcato l’appiattimento tra architetto e mercato in tutte le sue declinazioni. Non si può continuare a pensare a grandi oggetti urbani, che rappresentano l’ego del potere e del progettista, occorre cambiare scala, dalla macro alla micro, con interventi puntuali che realmente migliorino la vita delle comunità, anche se questo accade maggiormente in contesti di diseguaglianze come le favelas piuttosto che nella ricca Europa. E’ ancora lunga la strada in Italia per consentire all’autocostruzione di essere considerata come un’opportunità con costi contenuti offrendo la possibilità alle amministrazioni pubbliche di risolvere problematiche puntuali nelle città e nelle aree interne.

Al Borde, Mirador, Bosque Protector Cerro Blanco, Guayaquil, Ecuador 2020-ph.JAG Studio, Maria Veronica Paszkiewicz & Al Borde

L’avanguardia in Europa è in Francia, dove i comuni incentivano le collaborazioni tra comunità e architetti con l’autocostruzione negli spazi pubblici per rianimarli e metterli in movimento, riconoscerne il valore e le potenzialità, dimostrare nuovi modi di vivere lo spazio e rendere questi spazi conosciuti al resto della città. Le motivazioni riguardano una popolazione giovane che ha esigenze molto diverse rispetto ai contesti italiani. Al centro viene posta la pedagogia ponendosi domande sui problemi da risolvere, con gli architetti pronti a fornire soluzioni sostenibili, realizzabili e collaborative con le necessità locali. Purtroppo il nodo rimane l’aspetto normativo soprattutto in Italia, in quanto le micro-architetture sono considerate installazioni artistiche temporanee, nel disinteresse degli ordini degli architetti e del Consiglio Nazionale Pianificatori, Paesaggisti, Conservatori, in quanto rompono il tradizionale approccio al fare architettura. Occorre cambiare paradigma proprio per consentire anche ai neo-laureati di accedere al mercato del lavoro in modalità più leggere ed eque rispetto a entrare negli studi “tradizionali” che hanno dimensioni strutturali ed economie che i giovani non possono permettersi. Allo stesso tempo anche le scuole di architetture devono cambiare, orientando la propria didattica abbandonando la eccessiva teoria in funzione di un approccio al progetto basandosi sulla conoscenza tecnologica e pratica dell’attività di cantiere.  Nel 1993 in Alabama Samuel Mockbee e Dennis K. Ruth fondano Rural Studio che, attraverso le tesi di laurea, fanno realizzare ai laureandi opere architettoniche che interpretano le esigenze della comunità. Questa era ed è la frontiera a cui dovranno arrivare anche le scuole di architettura italiane.

Emanuele Piccardo

20.10.22

Immagine di copertina: Collectif Parenthèse, Piscine, Montreuil 2019.