Nel 2007 il sociologo urbano Massimo Ilardi si chiedeva dalle pagine della rivista Gomorra “con quali categorie e su quale terreno sia possibile la costruzione di una forma architettonica efficacemente determinata da una ricerca teorica[…] occorre tornare a fare teoria, ma teoria di parte che dislochi il progetto d’architettura su un universo diverso della rappresentazione rispetto alla domanda del mercato”. Dopo diciotto anni stiamo ancora assistendo al declino del ruolo dell’architetto nella società, che poggia le sue fondamenta sull’assenza di ricerca, salvo rari casi, nella progettazione architettonica contemporanea prona alle regole del mercato. Gli architetti sono i dottori della città, coloro che devono trovare le terapia per la cura dello spazio pubblico.
Tuttavia hanno perso l’orientamento che il moderno aveva fissato, ovvero l’architettura come condizione di vivere meglio. Ce lo ricorda Le Corbusier in Vers une architecture, siamo nel 1923: ” L’architettura è uno dei più urgenti bisogni dell’uomo, poiché la casa è sempre stata l’indispensabile e primo strumento che egli si è forgiato[…] la città è come un individuo che ha un anima, una sensibilità[…]”. Quest’anima la città oggi l’ha persa e l’ha venduta sull’altare del mercato neoliberista che alcuni architetti hanno scelto di alimentare con i loro edifici, che non sono l’esito di una ricerca formale o tecnologica. Ciclicamente alcuni fenomeni come il “modello Milano” in cui si saldano potere politico, culturale ed economico ritornano nel tempo. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito ad una mutazione genetica dei temi progettuali affrontati dagli architetti. Se nel dopoguerra il tema era l’abitare per tutti, con i maggiori esponenti del razionalismo quali BBPR, Bottoni, Figini e Pollini, Gardella, De Carlo, Libera, Ponti, Quaroni, impegnati nelle ricostruzioni dei quartieri sotto l’ombrello del Piano Ina-Casa, oggi l’abitare sociale non è al centro delle preoccupazioni dei progettisti, da Milano a Roma. E laddove si progettano alloggi sociali si riscontra una bassa qualità formale che produce edilizia e non architettura.
A Milano si confrontano diverse città. Città sorde che non si parlano, non si toccano, non si frequentano, ma solo i milanesi possono trovare quelle strategie necessarie ad una rivoluzione culturale e dunque anche politica nel rapporto tra il desiderio di una città aperta, democratica e inclusiva (realmente e non solo a parole) e la sua interpretazione che non può esaurirsi nei resort del lusso e negli uffici in centro che, dopo il covid, appaiono una scelta sbagliata. Il capitalismo contemporaneo sta alterando i rapporti tra gli spazi urbani e il sistema delle relazioni, con la complicità degli architetti che costruiscono la non-città. Edifici-poli che non si agganciano alle trame urbane esistenti ma che funzionano come oggetti a sé stanti. La questione centrale riguarda le regole e le normative urbanistiche e la scala degli interventi. Il primo Piano di Governo del Territorio di Milano, entrato in vigore nel 2012, non regola ma consente, grazie anche alle modifiche al Regolamento Edilizio, di edificare in misura maggiore senza controllo come sottolinea Luigi Mandraccio nel suo articolo per questa rivista:
“Le regole dettate dal PGT e dal Regolamento Edilizio vorrebbero: attuare una lettura prevalente volta a un’indifferenza funzionale, mediante un’interpretazione estesa dei servizi di interesse pubblico, che hanno il vantaggio di non consumare capacità edificatoria; derogare alla normativa morfologica, su parere della Commissione per il Paesaggio, con anche la pressoché totale rinuncia a porre limiti di altezza e di densità edilizia; rispetto a questioni direttamente legate al mercato e alla rendita, consentire la libera trasferibilità dei diritti edificatori. Sul ricorso agli strumenti urbanistici attuativi, infine, si è agito con particolare disinvoltura, arrivando ad accantonarli quasi del tutto per la fattispecie delle trasformazioni diffuse”.
Dunque la politica agevola, indipendentemente dall’appartenenza, tra centrodestra e centrosinistra, una certa modalità di intervento sul territorio a cui si prestano gli architetti, i quali non si pongono più in una dimensione critica rispetto ai loro interventi. Questa non è una deriva morale, come piace pensare ai populisti-giustizialisti, ma rimane all’interno della disciplina dell’architettura. Non vi è più una capacità progettuale nel leggere la città e interpretare i suoi desideri, attraverso una ricerca sperimentale che sia formale o teorica, bensì si interpretano solo i desideri degli immobiliaristi. Desideri che producono, come hanno scritto e scrivono ancora molti osservatori, una architettura iconica, “neutra sul piano dei contenuti, ma efficace su quello della comunicazione” (Cao, 2007).
Nel frattempo Milano non riesce a dare risposte ai giovani. I giovani studenti che non hanno un campus universitario dove abitare, e quelli che non possono acquistare casa come fecero i loro genitori. L’architettura deve ritrovare una sua dimensione sociale mettendo al centro la ricerca teorica generatrice di spazi, ma le recenti realizzazioni architettoniche non sono l’esito di una ricerca ma esclusivamente la rappresentazione delle leggi del mercato, interessato a cubare metri quadrati. Dobbiamo guardare a Giancarlo De Carlo e alla sua capacità di immaginare il futuro quando nel 1962 progetta i Collegi del Colle per l’Università di Urbino, sotto l’impulso e la committenza di Carlo Bo. Bo aveva un chiaro progetto politico, la costruzione di un campus per gli studenti e il risanamento del centro storico della città ducale per ospitare le facoltà universitarie e garantire una economia.
Quale futuro i milanesi, gli architetti e i politici immaginano per Milano? Avranno imparato che la città così come l’hanno plasmata non regge?
Alcuni sembra che vivano in un’altra dimensione, asettica, astratta, parlano di hinterland, scrivono lettere ai giornali come se non stesse accadendo nulla, eppure questo “modello” urbano lo hanno avvalorato e ora tentano di giocare su altri tavoli. Un modello che ha determinato euforia economica e culturale. Non dobbiamo dimenticare che sono stati i cittadini di Milano a indignarsi per quello che stava accadendo nei loro cortili, un rigurgito di etica, così la tanto amata (dagli architetti) partecipazione ora viene snobbata solo perché non sta dalla parte giusta ovvero quella del governo della città.
Ritorna alla mente la “predica inutile” degli intellettuali (Calvino, Einaudi, Vittorini, De Carlo…) che in estate andavano a Bocca di Magra e che si erano opposti alla speculazione edilizia di una società immobiliare nei primi anni sessanta, nel contesto paesaggistico di Montemarcello nel comune di Ameglia. In quella occasione De Carlo propose un insediamento compatto a fronte di una disseminazione estesa lungo il monte, la popolazione dichiarò alla stampa locale il proprio sentimento: “Noi vogliamo il cemento”. Inteso come una opportunità economica per tutti e non per pochi come nel caso milanese.
La speranza è che i milanesi dopo tutto questo clamore mediatico-giudiziario non assumano lo stesso slogan modificandolo in “Noi vogliamo il lusso”, allora assisteremmo al tramonto definitivo della città e dell’architettura.
1.8.25
Fotografia di copertina: Luigi Figini, Gino Pollini, Quartiere Harar, Milano 1950-1955, ph. E.Piccardo