Nel XIX secolo andare nei boschi, scalare le montagne, attraversare intere vallate era privilegio di pochi. Una possibilità consentita solo ai ceti sociali più abbienti, ai pionieri in cerca di oro, alle carovane che affrontavano i rischi delle lunghe traversate dalla East Coast per raggiungere i territori fertili della Frontiera Nordamericana. I fotografi, i geografi ed i botanici mappavano le nuove terre, conquistate con il genocidio delle popolazioni indiane da parte dei bianchi, attraverso spedizioni geografiche che celavano in realtà interessi militari ed espansionistici. La fotografia aveva assunto un ruolo importante nella fondazione dei primi parchi nazionali nordamericani come Yellowstone (1872) e Yosemite (1890). Fotografi pionieri come Timothy O’ Sullivan e Carleton Watkins contribuirono a preservare questo patrimonio naturale, attraverso le loro campagne fotografiche. Non solo, ma le fotografie in grande formato di Mammouth Hot Springs e di El Capitan definirono una nuova sensibilità nei confronti di quei paesaggi monumentali, sviluppando negli anni a venire, soprattutto in California, la cultura ambientalista che poi contagiò tutto il mondo1 .

Tuttavia nel corso dei due secoli successivi, la nostra avidità nel ricercare costantemente il profitto, ha determinato un consumo di suolo eccessivo e un livello di inquinamento che ha generato il cosiddetto effetto serra2. Ora la situazione è grave e greve, non c’è più tempo. C’è una immagine iconica che ha ben raccontato cosa ci aspetterà, anche in Italia. E’ quella del ministro degli esteri dell’isola di Tuvalu, Simon Kofe, immerso in acqua per raccontare il dramma di milioni di abitanti del Pacifico in occasione dell’inutile Cop 26 di Glasgow. Sarà dunque la natura che governerà le scelte presenti e future, indipendentemente dalla volontà della classe politica internazionale, impegnata a mantenere lo status quo, soprattutto Cina, Russia e India in continua espansione, con tempi molto lunghi per ridurre le emissioni.

Le recenti alluvioni e i tornado che, con maggiore frequenza, colpiscono il nostro paese, trasformandolo in uno scenario apocalittico alla Roland Emmerich (The day after tomorrow, 2012), non hanno determinato nessuna scelta politica per ridurre i rischi, ad esempio, dell’innalzamento del livello del Mediterraneo, evento che cambierà totalmente la nostra geografia come evidenzia la mappa elaborata dall’Enea al 21003 .

Indubbiamente lo sviluppo urbanistico delle coste e delle alpi ci ha consegnato un territorio denso, sovradimensionato negli usi, senza avere consapevolezza dei danni che scelte speculative hanno generato. Il modello di sviluppo deve cambiare.

Che ruolo ha la pianificazione? E l’architettura?

Sicuramente il tema del cambiamento climatico non appare attrattivo per gli urbanisti e gli architetti italiani, ad eccezione della ricerca sperimentale ventennale di Anna Rita Emili sul tema del disaster. Fare ricerca implica serietà, abnegazione, fatica, caratteristiche che non appartengono all’architetto e alle architette tipo che amano usare parole anglofone per caratterizzare il proprio lavoro: smart city, green, smart building, open source, vision.

Siamo convinti che l’architettura si faccia con gli slogan?

In questo periodo di vision e di smart city, ci sono alcuni architetti, ovviamente nel nordeuropa, che percepiscono quanta l’ostilità contro la natura sia ormai inutile, così cambiando approccio si porta l’architettura a lavorare in sinergia proprio con la natura. E’ il caso di OKRA Landscapes che lavora in Olanda dove ha realizzato, nella cittadina a vocazione balneare di Katwijk, un nuovo paesaggio naturale per difendere la costa. Sono dune artificiali per rimodellare il paesaggio, ridurre l’impatto delle maree e quindi definire un nuovo spazio pubblico per il tempo libero, proteggendo il villaggio. La situazione olandese non è diversa da quella di alcune aree italiane, come il Mar Tirreno o il Mar Adriatico che, nei prossimi decenni, saranno soggetti ad una drastica erosione dei litorali con relativo innalzamento del livello del mare. Se da una parte Venezia ha il Mose, con tutte le contraddizioni che si porta dietro, altri medi e piccoli centri, non solo non hanno quelle risorse, ma neanche la visibilità mediatica della città lagunare. Pensiamo ad Alassio in Liguria, dove ogni anno viene fatto il ripascimento della spiaggia, un rattoppo oneroso e non risolutivo sul lungo periodo.

Diversamente i danesi Tredje Natur (Terza natura) hanno lavorato alla scala urbana con il progetto Malmø 2030. Nato in base agli accordi sul clima di Parigi, agisce sull’area di Norra Bunkeflo dove sono previsti interventi che offrono spazio per acqua piovana, biotopi urbani, connessioni ricreative e mobilità verde. Cinque spazi urbani centrali si collegano all’intero Bunkeflostrand con piste ciclabili, canali e natura urbana.
Cosi i progettisti hanno “formulato una strategia concreta su come il nuovo distretto possa diventare un esempio di modello sostenibile per la realizzazione degli Obiettivi SDG delle Nazioni Unite per essere all’altezza degli obiettivi 2030 dell’Accordo di Parigi[…]Al centro del piano di Norra Bunkeflostrand, il corridoio verde che va da est a ovest gestirà l’acqua piovana mantenendola nelle pianure del terreno e garantendo edifici critici e infrastrutture per le inondazioni. Allo stesso tempo, il corridoio crea spazio per nuova biodiversità, funzioni ricreative e accesso al grande ecosistema dei prati”. Inoltre l’uso del legno come materiale costruttivo consente quell’avvicinamento alla sostenibilità non più derogabile.

Tredje Natur, Malmø 2030, 2019-ongoing

L’auspicio è l’inversione di rotta, innanzitutto cambiando la pianificazione urbanistica, smettendo pratiche dannose come porticcioli turistici, nuovi insediamenti litoranei, bensì attivando demolizioni e ricostruzioni mirate a migliorare la qualità degli edifici, non solo in termini energetici ma anche funzionali, in relazione alle mutate esigenze dei fruitori, usando materiali che riducano significativamente le emissioni nocive. Uno sforzo che vede coinvolti tutti, comuni, associazioni ambientaliste, proprietari immobiliari e progettisti, senza il quale la Terra porterà, giustamente, la specie umana all’estinzione. Il cambio di paradigma deve necessariamente passare dalla politica che non può più ignorare gli effetti del cambiamento climatico, con ricadute sulla nostra quotidianità: dalla mobilità alle case. Anche se i segnali dal mondo dell’architettura non sono incoraggianti, come ha dimostrato la recente biennale di Venezia, con il progetto di SOM per Marte. Non contenti di aver distrutto un pianeta, tentiamo di fare altrettanto con il pianeta rosso. Forse è una missione impossibile quella di non aumentare le superfici costruite nelle città, forse bisognerebbe costruire in percentuale alla demolizione, in modo da mantenere un equlibrio. Le spinte dal basso, esito di un processo partecipativo reale e competente, può orientare la politica verso una società dei diritti e delle uguaglianze. Sempre nell’ambito veneziano l’artista danese Olafur Eliasson, attento alla salvaguardia ambientale attraverso i suoi lavori, propone il progetto Future Assembly (4), nato dalla collaborazione delle Nazioni Unite. “Future Assembly invita tutti noi a re-immaginare nuovi percorsi per la nostra architettura di governance globale- scrive il segretario Guterrez- e a rafforzare il multilateralismo in modo che sia più interconnesso e inclusivo. In questo momento cruciale per le persone e per il pianeta, le Nazioni Unite sono determinate a lavorare con tutti i partner per sostenere i nostri valori condivisi, affrontare sfide comuni e cogliere le opportunità del secolo a venire”.

Così Eliasson e l’architetto Sebastian Behmann, fondatori di Studio Other Spaces, provano a immaginare un pianeta oltre l’umano. “Quali sono gli interessi di un albero?-si domanda Eliasson- I bisogni di una pulcinella di mare? Cosa vuole una cascata? E quali sono, in un mondo definito dagli umani e dalla nostra tenace fede nell’eccezionalismo umano, i loro diritti non umani? È urgente porsi queste domande, dal momento che la crisi climatica colpisce tutto sul pianeta: esseri umani, animali, piante e oggetti inanimati”.

Future Assembly, installazione di Olafur Eliasson e Sebastian Behmann, Biennale di Venezia, 2021, fotografia di Marco Introini

Siamo pronti al cambio di paradigma?

Cambiamo prospettiva, noi come cittadini, attivisti, politici, intellettuali, parte di una comunità locale che agisce sul globale, attuando la rinuncia alla distruzione, in favore di un ritorno etico e radicale alla natura, come aveva cercato di fare Henry D. Thoureau, per ritrovare noi stessi.

Emanuele Piccardo

6.2.22

1. Proprio la California ha rappresentato l’avanguardia dell’ambientalismo a seguito della esplosione di un pozzo petrolifero a Santa Barbara nel gennaio 1969. Questo disastro determinò una ribellione, soprattutto di giovani, e venne instaurato il 22 aprile 1970 il primo Earth Day. Nel 1961 venne fondato in Svizzera il WWF mentre nel 1971 in Canada nacque Greenpeace.

2. Si veda: https://www.treccani.it/enciclopedia/effetto-serra_%28Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica%29/

3. Si veda: https://www.enea.it/it/Stampa/File/enea-innalzamento-mediterraneo.pdf

4. Si veda: https://www.studiootherspaces.net/futureassembly/

Immagine di copertina: Simon Kofe, Isola Tuvalu