Le recenti indagini milanesi hanno messo in luce una prassi che da tempo preoccupava professionisti e studiosi intenti a cercare di dare contributi fertili alla trasformazione della città. Oltre alle effettive responsabilità penali, e il relativo dibattito sulla normativa vigente, può essere questa l’occasione di riflettere anche su quali siano alcune delle fratture avvenute tra città, società e progetto che, in modi differenti, contribuiscono a derive nel rapporto tra amministrazione pubblica e ruolo del privato nella modificazione dello spazio urbano. Il ricorso in questi giorni al “rito ambrosiano”, o all’ipotesi di una sorta di DNA milanese maligno che ciclicamente distruggerebbe il sistema immunitario della città, non deve allontanarci dall’approfondimento delle fragilità spaziali sempre più profonde e ramificate che affliggono la città da decenni.

La società milanese non è più oggetto di una comprensione a partire dalla quale concepire gli spazi della città. Se all’inizio del XX secolo la società de-individualizzata e, dall’epoca della crescita economica, re-individualizzata, aveva sempre e comunque trovato una coerenza nella forma urbana degli spazi dell’abitare, del muoversi e del produrre, questo rapporto oggi appare definitivamente incrinato1 . All’eterogeneità e all’atomizzazione dei soggetti urbani che abitano la città contemporanea ha corrisposto la modificazione dello spazio urbano incentrato esclusivamente sull’ edilizia abitativa per mano privata, malgrado gli appartamenti sfitti a Milano siano circa centomila a cui si aggiungono migliaia gli alloggi popolari vuoti. Nel contempo, una forte contrazione di dotazioni pubbliche e collettive ha impoverito lo spazio urbano e la vita della città. Turisti, studenti pendolari, professionisti, pensionati, giovani, separati conviventi, famiglie allargate, immigrati, disabili, stagisti e contrattisti non costituiscono più un complesso di soggetti in grado di innescare nuove spazialità. Rappresentano, invece, fette di mercato su cui il privato sceglie o meno di investire, determinandone permanenza o espulsione. Gli studenti per esempio, privi di residenze universitarie e per decenni costretti ad affitti in nero, grazie alle convenzioni pubbliche sono all’improvviso divenuti un riferimento appetibile per gli investitori, scatenando la corsa alla costruzione di studentati nei punti più disparati della città. La regia pubblica nell’organizzazione dell’habitat contemporaneo non può evidentemente essere ridotta alle sole agevolazioni, leggi salva-qualcosa, accelerazioni di tempistica e richiesta di oneri irrisori2 .

La città oggi procede attraverso una somma di singole operazioni per mano privata che, nella quasi totalità, si esprime in forme retoriche, autarchiche, autoreferenziali, decontestualizzate, introverse, con gravi conseguenze in termini di indebolimento della morfologia urbana sia per quanto riguarda gli interventi alla scala più ampia, come le grandi aree di trasformazione degli ex scali ferroviari, delle caserme e delle dismissioni produttive, sia alla scala più corporale della città. Il linguaggio della residenza, funzione ormai prevalente di ogni trasformazione, determina quasi sempre un effetto smaterializzante. Proposta generalmente recintata e arretrata dalla strada, con gli accessi da spine verdi private o zone filtro, declina i fronti sul tracciato pubblico in una sequenza di retri, ingressi di servizio ed entrate ai box che sottraggono forme di vitalità allo spazio urbano su cui affacciano, come accade per esempio lungo tutti i bordi delle residenze di CityLife in Via Senofonte, Via Spinola, Viale Berengario, Viale Cassiodoro e Piazza Giulio Cesare. In una forma differente, la stessa dinamica caratterizza il progetto di trasformazione di Porta Nuova, dove l’intera area è stata addirittura estrusa e separata dal suolo della città ribadendo, di fatto, la cesura preesistente della vecchia ferrovia. Altrettanto ripetitiva appare l’indifferenza nel proporre nuove dimensioni del collettivo in grado di superare la banalità sociale delle tipiche dotazioni di supporto alla città della rendita: piazze-centro commerciale, parchetti interclusi nel nuovo edificato, centri sportivi di lusso, strade-dehor. Le superfici interamente cementate delle nuove piazze e gli spazi di risulta pitturati in ambito periferico o, quando più centrali, in quartieri in via di gentrificazione, costituiscono, invece, le sempre più impoverite realizzazioni da parte dell’amministrazione pubblica, che pure produce preziosi studi e scenari su potenziali reti di spazio collettivo e verde ma il cui impatto, nelle scelte finali dell’amministrazione, appare marginale3.

La frattura tra Milano e i suoi spazi pubblici è storica, soprattutto per quanto riguarda la dimensione ambientale, oggi con risvolti anche climatici. Lo spazio verde urbano di cui la città è innervata è ancora in gran parte eredità del piano Beruto, già al tempo oggetto di forti critiche. La proposta di una densa lottizzazione dell’ex Piazza d’Armi attorno al Castello, insieme a una scarsa previsione di boulevard alberati nella città, sollevarono profonde proteste da parte di soggetti diversi. Una decisione restrittiva di natura economica, dovendo il piano concentrare le risorse all’emergenza di domanda abitativa legata all’industrializzazione, poi parzialmente mitigata con la realizzazione del Parco Sempione. Ma è un precedente storico da cui la città non pare essersi più discostata. Sorte differente ha avuto il verde dei quartieri di edilizia residenziale pubblica, per decenni nel corso della prima metà del novecento terreno di sperimentazione tipologica e di suolo che ancora oggi caratterizza brani di città. L’esperienza milanese dei quartieri Iacp nel decennio tra gli anni ’30 e ‘40, del QT8 nel primissimo dopoguerra, fino ai grandi quartieri popolari degli anni ’60 situati a sud della Milano compatta come il quartiere Sant’Ambrogio o il quartiere Forlanini, proponeva il verde tra l’edificato come elemento strutturante dello spazio urbano, permeabile e di connessione, e non come enclave. Un approccio che non ha trovato forme rilevanti di evoluzione contemporanea: il suolo ambientale alla scala urbana è oggi relegato a contropartita sporadica dell’edificazione privata, perdendo ogni potenziale di definizione della forma della città.

Alla scala alta le condizioni ambientali dello spazio vuoto appaiono migliori, come testimoniano i grandi spazi aperti del Parco Nord e del Parco Sud, del Parco Lambro, del Parco delle Cave e in generale dei suoli verdi non centrali. Risorse pregiate ma possibili perché posizionate ai confini urbani, in punti per lungo tempo scarsamente appetibili agli investitori, spesso esito di collage di spazi residuali a diverse scale e spia, soprattutto, di quella storica difficoltà a coniugare la forma radiocentrica di Milano con il territorio vasto e le sue complesse geografie4 . In quello scarto di configurazioni morfologiche, densità e tipi di città, dove la forma urbana tende a sfrangiarsi, o si condensa a ridosso di infrastrutture, e dove si mescolano grandi volumi della produzione, del commercio, snodi, residui di campagna, aree dismesse, borghi e sistemi delle acque, accade un corto circuito. Potenziali terreni di sperimentazione progettuale e di crescita urbana della contemporaneità, delegati all’investitore privato si riducono a contesti di frammenti offset di città compatta in un’eterna ripetizione dei caratteri del cuore cittadino verso l’esterno. Repliche degli isolati della città borghese, delle piazze e dei boulevard commerciali cittadini, le troviamo per esempio nelle varie versioni del progetto del quartiere di Santa Giulia. Oppure, nell’adozione del linguaggio architettonico e tipologico che rimanda ai nuovi poli della centralità di Milano, come Porta Nuova o CityLife, basati sull’altezza. E’ il caso delle torri di Cascina Merlata, ennesimo tentativo di spostare una presunta idea di “centralità” verso l’esterno.

La mancanza di un approccio progettuale fertile e innovativo in grado di dare forma al dialogo tra città densa, frange, territorio disperso e salti di scala appare evidente anche nel nuovo distretto Mind nell’ex-area Expo, che ripropone lo schema del luogo atopico, funzionalmente autarchico, senza riferimento alcuno alla significativa localizzazione tra margini di città profondamenti differenti che si incontrano. Il suo percorso, come altri che hanno caratterizzato recenti trasformazioni strategiche di Milano, suscita inquietudine se paragonato a quello per esempio del concorso per il progetto della Bicocca bandito da Pirelli, in accordo con Comune e Regione Lombardia alla fine degli anni ’80 e curato da Bernardo Secchi. Nelle linee guida del bando di Bicocca, a seguito di una ricchissima analisi e interpretazione delle potenzialità e dei caratteri dell’area, si poneva come obiettivo la ricucitura dei tessuti urbani attraverso un progetto di suolo in grado di declinarne l’estrema complessità. Il progetto di Gregotti che, come una scacchiera, rende l’area permeabile e strutturante alle diverse scale, è stato parte di una trasformazione oggetto di un significativo ed esteso dibattito sin dai lavori preparatori del concorso, proseguito per tutta la durata della realizzazione progettuale e a posteriori. Un confronto pubblico e disciplinare prolungato che ha coinvolto cittadini, istituzioni, studiosi di tutto il mondo e diverse generazioni di studenti di architettura.

Il rapporto tra Milano e il suo territorio vasto, anacronisticamente costretto nella configurazione della Città Metropolitana che, lontana da ogni coerenza morfologica, ricalca i vecchi confini provinciali, è ben riassunto nella pagina di “Milano 2030” del sito del Comune di Milano e intitolata “Una città connessa, metropolitana e globale” sotto a cui campeggia una fotografia di un dettaglio di Piazza del Duomo5 . Una schermata simbolo della frattura tra una Milano sempre più auto-riferita e l’area vasta in cui si trova, che blocca da tempo la città in una dimensione economica, sociale e fisica estremamente limitata. Contribuiscono anche le concezioni arretrate su cui si basa la narrazione milanese. “Attrarre ricchezza” non è produrla: è piuttosto l’esito di una serie di politiche urbane e vantaggi fiscali che agevolano la speculazione, complice l’assenza di un progetto di città in grado di cogliere le immense potenzialità produttive insite nell’integrazione con il suo contesto territoriale più ampio. “Attrarre ricchezza” non è neanche sinonimo di crescita urbana. Lo si intuisce dal Pgt allo studio, che immagina Milano oggetto di un’espansione per nodi periferici di edilizia densa. Una concezione ancora una volta incapace di confrontarsi con la vera dimensione a scala vasta di Milano e dei suoi bordi eterogenei, proponendo l’ennesima configurazione per “porte” della città di ligrestiana memoria a segnare nuovi “dentro” e “fuori” attraverso confini, separazioni, rivalutazioni immobiliari. E’ questa forse la fragilità più critica di Milano, che se aspira a una dimensione internazionale deve impegnarsi in un progetto contemporaneo ampio, pensandosi come un frammento di una configurazione complessiva dove la definizione della città compatta deve essere funzionale alla messa a sistema di una scala territoriale caratterizzata da grandi spazi aperti, infrastrutture di collegamento metropolitano, reti della mobilità quotidiana minuta, spazi della produzione, dell’abitare e della mixité oggetto di profonde e delicate trasformazioni in atto.

Martina Orsini

4.8.25

Fotografia di copertina: Milano, Porta Nuova, ph. M.Introini

1. Si veda B. Secchi, La città dei ricchi e dei poveri, Anticorpi Laterza, Roma-Bari, 2013, pp. 63-69

2. Si veda A. Coppola, E. Granata, A. Lanzani, A. Longo “Necrologio per l’urbanistica? Se per cercare di salvare Milano si mette a rischio tutta l’Italia, pubblicato in glistatigenerali.com il 25/11/2024

3. Si veda l’Atlante dei Quartieri reperibile sul sito del Comune di Milano al link: https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/rigenerazione-urbana-e-urbanistica/pgt-revisione/atlante-dei-quartieri

4. Si veda M. Secchi, “Il suolo di Milano. Aree di rigenerazione e paesaggi metropolitani” in corso di pubblicazione da Milano Urban Center edizioni, Milano, 2025.

5. https://pgt.comune.milano.it/dpmilano-2030-visione-costruzione-strategie-spazi/visione/milano-2030/una-citta-connessa-metropolitana-e-globale