Il giorno successivo alla estensione delle misure per il contenimento della diffusione del Covid-19 sul territorio nazionale mi ritrovo a viaggiare per necessità, ignaro del fatto che al mio ritorno in Italia, tutt’altro che scontato, dovrò restare a casa a lungo e praticare un rigoroso isolamento. Osservo in viaggio, da spazi protetti e sanificati, l’attraversamento della città, della prima periferia, del periurbano, del semirurale, infine di ciò che resta della campagna; quindi l’inverso fino al cuore della metropoli. Si dice che le periferie sono tutte uguali; ora appare invece uguale una sorta di azzeramento del gradiente urbano, un diradaramento uniforme della presenza, un senso di solitudine acutizzato dal principio di quarantena. Le città sono semideserte, quasi spettrali, prive di quella animazione che, allontanandosi dal centro, si estingue di solito gradualmente fino a sciogliersi negli spazi estremi del periurbano, nel silenzio della campagna. È la risposta ad una nuova paura: il coronavirus. Una pandemia che da subito si è cercato di limitare agendo sulla dimensione biopolitica, mediante distanziamento (ancora adesso, a quanto pare, l’unica strada per frenare il contagio su larga scala), confinamento, restrizioni delle libertà personali, ripristino di barriere geografiche, controlli capillari sul territorio. Si fa appello alla responsabilità individuale, non senza mettere in campo – quando i comportamenti dei singoli sono insufficienti – procedure di controllo da parte della forza pubblica.

Bacteriofobia, da un lato; fobocrazia dall’altro. In nome della salute pubblica, lo stato di emergenza appare oggi una necessità fondata sulla paura vissuta come qualcosa di diffuso e impalpabile, come “atmosfera” secondo Donatella Di Cesare. Sullo spettro di un’assenza inquietante, di una minaccia potenziale che può coinvolgerci in prima persona. Consapevoli che nell’universo infinitamente aperto (e insieme infinitamente chiuso) ridisegnato dall’economia neoliberista, i confini materiali non possono essere ripristinati se non in questo stato di emergenza (o di eccezione), ci sottoponiamo a limitazioni per evitare che il virus si diffonda. Per non aggravare le condizioni critiche negli ospedali, che si trovano però in questo stato – impietosamente rivelato dal coronavirus – principalmente a causa della gestione miope del sistema sanitario e dei tagli degli ultimi anni (basta vedere il numero di ventilatori polmonari disponibili per abitante). Da tutto questo impariamo in primo luogo che il mercato non può continuare ad essere sovrano nella vita degli individui; che senza un radicale ripensamento della sanità pubblica, e in generale delle infrastrutture e dei servizi pubblici, della loro equa ridistribuzione sul territorio e dell’accesso da parte delle categorie meno favorite, non c’è principio di responsabilità individuale che possa tenere nel medio e lungo periodo.

Quali conseguenze potranno avere nel futuro le strategie a cui ci stiamo assoggettando? Nel nuovo millennio, gli effetti della globalizzazione hanno radicalmente modificato le migrazioni, i modi di vita, i comportamenti individuali e collettivi, le abitudini quotidiane (anche alimentari). L’impatto di tali effetti è evidente dal confronto tra l’epidemia di Sars del 2003 con l’attuale del Covid-19. Medesima origine, ma proporzioni molto diverse quanto a diffusione e mortalità: il perimetro della Sars era sostanzialmente limitato tra Cina e Taiwan; quello del coronavirus sembra invece non avere barriere. Il contagio non risponde ad alcuna contiguità territoriale, visto che l’Italia è al momento il secondo Paese, dopo la Cina, in termini di persone colpite. La globalizzazione appare un fattore decisivo di accelerazione del contagio. L’intensità della circolazione internazionale delle persone e delle merci ha il suo peso, se la Lombardia risulta la prima regione più colpita per numero di abitanti.

Non riuscirà forse a travolgere i presupposti della globalizzazione (movimenti di capitali, merci e persone) (1), ma di certo il Covid-19 fotografa una nuova condizione planetaria. Una fotografia di cui occorre però decifrare aree ancora sfocate, a cominciare dalle dimensioni del tempo e dello spazio, alle quali ci riporta l’appello #iorestoacasa, diffuso viralmente (non a caso) in queste settimane. Il tempo: siamo di fronte ad un’emergenza che travolge i ritmi quotidiani, le abitudini, le temporalità su cui reggono le nostre esistenze individuali e collettive. Non si sa come impiegare il tempo, risorsa che nella vita ordinaria ci sembra tanto limitata, da ottimizzare fino all’ultimo secondo. Viviamo ora un tempo dell’attesa di quando tutto sarà finito; un tempo dell’ignoto da razionalizzare o esorcizzare per non soccombere all’angoscia. Viviamo tempi diversi: dei bambini rinchiusi in pochi metri quadrati; degli adulti lontani dai luoghi del lavoro; degli anziani isolati e privi di contatto e di assistenza; dei malati nelle corsie e nelle sale di rianimazione degli ospedali; dei tanti cittadini che, lavorando senza tregua, consentono a tutti di sopravvivere.

L’epoca del coronavirus ci fa confrontare soprattutto con lo spazio pubblico e privato. Con questi spazi della solitudine, divenuta globale al tempo della pandemia, su cui riflettere partendo dalla nostra esperienza, che si sovrappone a quella di una moltitudine alle prese con problemi ed interrogativi comuni riguardo al presente e al futuro. Confinati nelle nostre case, esperiamo questi spazi con sguardi e sentimenti diversi. In quanto sociali, economiche e culturali, queste diversità non ci riguardano solo come individui, ma esprimono disuguaglianze e si traducono in differenze: trascorrere intere giornate in isolamento in un piccolo appartamento quando si è una famiglia con bambini piccoli; vivere da anziani, soli o in coppia, non autosufficienti; abitare in un alloggio in città o in periferia; in una metropoli o in un’area interna; al nord o al sud. Le modalità con cui di solito si fa fronte alle incombenze quotidiane vengono sconvolte nello stato di emergenza. Le reti familiari, amicali e di solidarietà si smagliano e spesso si dissolvono. In molte città le amministrazioni e le associazioni di volontariato si attivano per venire in aiuto di chi non ce la fa. I problemi tuttavia non sono circoscritti a questo tempo speciale: si risolvono nelle situazioni di emergenza, ma si riproporranno poi in altre forme nel tempo della normalità.

Si dovrà allora ripensare ciò che l’epidemia mette oggi in evidenza: in primis quel prodotto perfezionato dal neoliberismo che è la città diseguale, “la città dei ricchi e la città dei poveri” (Bernardo Secchi). Una città sempre meno luogo della sicurezza e della convivenza, delle opportunità e delle speranze. Questo è il quadro in Europa: l’urbanizzazione tende a levigare, se non omogeneizzare, la geografia, imponendo la riformulazione del lessico e dei temi consolidati. In Francia si delineano processi e spazi di ghettizzazione (dall’alto e dal basso), con una inedita polarizzazione: nelle metropoli affluenti permangono tendenzialmente i ceti situati agli estremi della gerarchia sociale (nelle rispettive enclaves), mentre le classi medie si allontanano sempre di più. Le medio-alte nelle periferie meglio collegate ai centri, nella dispersione agiata delle prime corone periferiche, in cui con fluidità si vive in campagna e si lavora in città; le classi medio-basse si spostano più lontano, negli spazi periurbani ai limiti delle zone agricole, dove la prossimità con i centri (e con i relativi vantaggi) sfuma progressivamente. Nelle agglomerazioni minori e nelle città colpite dalla crisi, i vecchi e i nuovi poveri continuano ad abitare nel centro, mentre i ricchi si stabiliscono nei pavillons della prima periferia.

In particolare, nelle metropoli francesi i quartieri lasciati liberi dall’esodo verso le periferie a diverse velocità vengono occupati da persone con bassi redditi, spesso da famiglie immigrate. Si oppongono così, da una parte, le aree metropolitane, dall’altra le periferie con le prime corone, il periurbano profondo, le aree rurali. È la “France périphérique”: un universo di nuove differenze radicate nella separazione tra le città globalizzate e gentrificate e le periferie delle vecchie e nuove marginalità (2). L’Italia è un Paese strutturalmente, geograficamente e storicamente diverso. Ma non è immune in prospettiva da un analogo scenario, soprattutto in seguito alla esperienza della pandemia, e con la paura di quelle che potrebbero ripetersi in futuro, verso le quali non esistono previsioni attendibili o difese sicure. Tanto più che in Italia lo sprawl rappresenta già la “forma di urbanizzazione prevalente” (3) mentre le “aree interne” annoverano sempre più piccoli comuni tagliati fuori dai servizi essenziali (scuola, sanità, mobilità).

Osservando ciò che accade nello spazio alle varie scale, si vede bene che il coronavirus non agisce, come si è portati a credere, come livellatore. Al di là delle aree densamente abitate, il maggiore impatto del contagio si verifica infatti sugli spazi mediani, sulle “città medie, urbanizzazioni periurbane e diffuse e campagne abitate”, nei “luoghi dello sviluppo spesso insostenibile del nostro Paese” (4), nei quali incidono in questo senso gli spostamenti più che la densità. Di natura sociale ed economica, le disuguaglianze non si manifestano solo all’interno dello spazio domestico, ma si riflettono anche in termini di posizione nella città e nel territorio. Alla luce di questa emergenza, non si potrà non ritornare su temi e concetti in apparenza assodati, come quelli di città e periferia, riconsiderandone le tradizionali opposizioni. Prima fra tutte tra densità, prossimità, mixité intese come qualità, per un verso; dispersione, individualismo, consumo di suolo considerati in blocco come problemi, per l’altro. Non sarà il Covid-19 a decidere delle tendenze in atto e delle preferenze diffuse – fra cui quella, più emotiva che razionale, verso la città compatta – ma ci farà senza dubbio misurare con situazioni e interrogativi di cui in futuro dovremo tener conto.

Nell’insieme è il paradigma neoliberista ad essere scosso dal coronavirus: il mercato sopra e senza lo stato – gli stati – non funziona nell’emergenza (5); non è tenuto a funzionare. E questa emergenza ci metterà, più di prima, di fronte ad antiche e nuove disuguaglianze, in particolare nell’accesso ai servizi e alle reti dei trasporti pubblici, da sempre carenti nelle periferie (6), dove chi è escluso dalla mobilità individuale si trova di fatto in una situazione di handicap. Nelle aree interne, l’isolamento recente e quello atavico si rinforzano a vicenda: la minore intensità del contagio appare un segno ulteriore della precarietà e dell’assenza di relazioni di cui soffrono queste parti cospicue del Paese (circa il 60% del territorio nazionale). Da qui dovrebbe innescarsi un cambio di rotta nelle politiche territoriali mirante a riequilibrare gli investimenti: non solo grandi opere, ma manutenzione e riqualificazione delle zone marginali, delle periferie degradate, degli spazi della dismissione, delle aree interne, dei paesi abbandonati, conciliando lo sviluppo con la messa in sicurezza del territorio. Anche con l’estensione della rigenerazione urbana ai territori periferici, per mitigare la monofunzionalità (spesso di tipo commerciale) (7), con una maggiore attenzione verso i ceti meno abbienti che la pandemia impoverisce ulteriormente, accentuando le difficoltà nel far fronte alla vita quotidiana.

Pensiamo già al “dopo”, ma non tutti credono che il dopo verrà presto o addirittura ci sarà. Intanto, chiusi nelle nostre case, disertiamo lo spazio pubblico, le strade, le piazze, i luoghi di socialità e di incontro. Quando vi ritorneremo, il nostro stile di vita avrà subito cambiamenti profondi, a partire dal rapporto tra il dentro e il fuori, tra le forme della interazione sociale e dello scambio economico, tra residenza e lavoro. Dovremo convivere con un maggiore controllo dei comportamenti privati in nome della salute pubblica; con capillari verifiche in tempo reale di dati biometrici, sanitari, di localizzazione, di movimento; con il rarefarsi degli scambi in presenza a vantaggio della shut-in-economy (8). Degli spazi di vita e di lavoro – case, scuole, uffici, musei, teatri, cinema, ristoranti, etc. – avremo una diversa consapevolezza: imparando dalla esperienza del coronavirus, saremo indotti ad inventare nuove modalità di fruizione e di progetto. Ci riconfronteremo con i luoghi del consumo: le nostre preferenze potranno essere rimesse auspicabilmente in discussione, così come l’urgenza di recarci in massa nei centri commerciali, negli ipermercati. Rivaluteremo forse l’utilità anche sociale, che stiamo oggi riscoprendo, dei commerci di prossimità colpiti dalla crisi urbana degli ultimi anni. Guarderemo con occhi diversi gli spazi che ci connettono fisicamente con il mondo: gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i porti, le reti della mobilità collettiva e le grandi arterie stradali, i primi ad essere presidiati e bloccati quando il contagio si diffonde, come è avvenuto a Wuhan, la città da cui ha avuto origine il virus. Da tutti questi spazi, oggi sottoposti a rigorosi e spesso mal tollerati divieti, si dovrà ripartire per costruire un futuro meno incerto e disuguale del triste presente che stiamo attraversando.

[Luigi Manzione]

24.3.20

(1) Andrea Califano, “Coronavirus: la globalizzazione è in pericolo?”, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 05/03/2020. http://fondazionefeltrinelli.it/coronavirus-la-globalizzazione-e-in-pericolo/

(2) Si veda, tra gli altri: Christophe Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, Paris, Flammarion, 2015; Eric Charmes, La revanche des villages. Essai sur la France périurbaine, Paris, Seuil, 2019; Eric Hamelin, Olivier Razemon, La tentation du bitume. Où s’arrêtera l’étalement urbain, Paris, Rue de l’échiquier, 2020.

(3) Cfr. AA.VV., Forme, livelli e dinamiche dell’urbanizzazione in Italia, Roma, Istat, 2017.

(4) Gabriele Pasqui, “L’impatto della pandemia sui territori fragili: pensieri per il ‘dopo’”, Gli Stati Generali, 18/03/2020. https://www.glistatigenerali.com/beni-comuni/pandemia-urbanistica-urbanistica-architettura-coronavirus/

(5) Fabrizio Maronta, “Il coronavirus e i mercati finanziari: siamo a Sarajevo 1914”, Limes, 18/03/2020. https://www.limesonline.com/coronavirus-crisi-finanziaria-economia-neoliberismo-crollo-mercati/117226

(6) Agostino Petrillo, “La periferia ai tempi del virus”, Euronomade, 16/03/2020. http://www.euronomade.info/?p=13129&fbclid=IwAR3LCkRn9HYWFxD4yIQihRGNwRBbIPI5jqAo5TFfeA7BqGCENEICfObjxM

(7) Cfr. Mibact-DGAAP, Demix. Atlante delle periferie funzionali metropolitane, Pisa, Pacini, 2017.

(8) Gideon Lichfield, “We’re not going back to normal”, MIT Tecnology Review, 17/03/2020. https://www.technologyreview.com/s/615370/coronavirus-pandemic-social-distancing-18-months/

Immagine di copertina: Marco Introini Milano, Piazza Duomo