Emanuele Piccardo. Gli oggetti ingombranti del MoMA

Questo primo articolo apre un nuovo tema di indagine di archphoto sul rapporto tra l’architettura e la sua rappresentazione (in parte iniziato con il saggio di Michela Gulia sul Pompidou) attraverso il display delle mostre, dalle biennali veneziane alle monografiche, per comprendere se abbia ancora senso mostrare l’architettura che è uno spazio tridimensionale, di cui è difficile, se non impossibile, rappresentarne le complesse articolazioni spaziali senza attraversarle e viverle.

momaModern Architecture: International exhibition, MoMa, 1932

Quando diciamo MoMA esprimiamo il concetto di MUSEO. Non ci sono altri MoMA, è uno ed unico così come hanno pensato nel 1929 “the daring ladies” Abby Aldrich Rockfeller, Lillie P. Bliss, Mary Quinn Sullivan, quando lo fondano. Il suo primo direttore Alfred Barr Jr consacra il museo alle arti, in particolare il modernismo europeo e l’architettura. Sotto la sua direzione due giovani, lo storico Henry Russel Hitchcock e l’architetto Philip Johnson curano la mostra “Modern Architecture: International exhibition”(1932), dove per la prima volta il modernismo europeo viene esposto oltreoceano. Ma il museo è ricordato anche per il dipartimento di fotografia fondato dal fotografo Edward Steichen, curatore della famosa mostra The Family of man (1955), a cui gli succede John Szarkosky, promotore della grande fotografia americana da Walker Evans a Stephen Shore. Quando si parla di MoMA non accade come con il Solomon Guggenheim che si pensa al capolavoro di F.L.Wright, ma si pensa all’archivio fatto di disegni, fotografie, plastici di architetture, film, quadri, oggetti di design. Il MoMA è questo, un archivio infinito dove perdere i sensi, fattore che pare interessare poco la governance del museo che ha annunciato la chiusura delle gallerie espositive dedicate all’architettura e al design. La motivazione ufficiale riportata da quotidiani e blog online come The Architect’s Newspaper, diretto da Bill Menking, è aprire il museo alle arti senza distinzione che è condivisibile se c’è una parità tra pittura, scultura, architettura e design. La necessità, in seguito all’ampliamento di Diller e Scofidio+Renfro, è di amalgamare tutto in una condizione di incertezza anche per le scelte dei nuovi curatori del dipartimento architettura, Gadanho e Stierli. L’architettura- scrive Menking- d’ora in poi, vista la sua importanza (circa 30.000 modelli, disegni dei progetti, oggetti di design tra i quali la Frankfurt Kitchen) come collezione all’interno del museo, dovrà guadagnarsi spazio con le altre collezioni, generalmente più forti e alle quali viene data molta visibilità”.

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The Family of man, MoMA, 1955, photograph by Ezra Stoller

La suddivisione in stanze tematiche del museo consente una migliore lettura delle collezioni e non impedisce di creare dei display multidisciplinari, quindi le argomentazioni del MoMA appaiono alquanto deboli. In questa sorta di minestrone di generi diversi il MoMA rinnega parte della sua storia. D’altronde come stupirsi quando lo stesso MoMA ha acquisito nel 2011 l’American Folk Art Museum, realizzato nel 2001 da Williams e Tsien che è stato chiuso e inglobato nel nuovo museo distruggendo l’architettura preesistente? Forse ha ragione il New York Times quando nel 2014 scrive a proposito del Folk Art Museum “ il Manifest Destiny ha i suoi costi”. Infatti il Manifest Destiny, che nasce nel periodo dei padri fondatori della nazione, è la motivazione per cui gli americani si sentono gli eletti e devono intervenire sempre perché sta scritto nel loro destino di essere i salvatori del mondo. Ma allo stesso tempo sono i massimi interpreti del mercato e pur di realizzare un interesse personale avallerebbero qualsiasi scelta, compreso scelte politiche per dimostrare la supremazia, come nel caso MoMA. Oggi i musei sono alla ricerca di pubblico e anche se il MoMA non ha queste necessità, si vogliono aumentare sempre più i profitti, con maggiori servizi che non c’entrano nulla con il museo (caffeterie, librerie, ristoranti). Inoltre con lo sviluppo sempre più massivo delle mostre blockbuster, non solo in America, il grande pubblico viene drogato con gli Impressionisti e Picasso, determinando, da parte di chi gestisce le istituzioni museali, la crescita di una società sempre più superficiale e ignorante senza nessuna capacità di visione critica.

Quello che emerge, come nella recente polemica alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma per la rimozione dell’opera di Alfredo Pirri, è l’incapacità dei burocrati-gestori-curatori-storici a convivere con l’esistente. Incapacità che nel caso newyorchese riguarda, purtroppo, anche gli architetti Diller e Scofidio che,supportati dallo staff del museo, attuano una confusa idea museografica, nel ripensare concettualmente uno spazio che funziona bene da quasi ottant’anni. Poi se volete trovare un catalogo ragionato delle collezioni del MoMA, oppure i cataloghi delle mostre recenti non esistono, tutto è delegato all’online, certo i libri non generano profitti come il mercato immobiliare.

[Emanuele Piccardo]

(1-continua)

20.4.16

Peer review Luca Guido