Luigi Manzione. La città senza qualità

Che cos’è la periferia oggi? Esiste una specificità italiana? Un insieme di caratteri nelle diverse situazioni geografiche (nord, centro, sud, etc.)? Le variabili sociali, economiche, culturali, geo-ambientali non permettono generalizzazioni; si può tuttavia dire quella che ci interroga maggiormente ha poco più di mezzo secolo, e lo dimostra in pieno. Una realtà dai confini incerti, di conseguenza una definizione non univoca. Qui si rileva l’eclissi progressiva della città-palinsesto e la rarefazione delle gerarchie di spazi definiti nella durata, con l’emergere di nuove forme di centralità. La concentrazione delle qualità non è più criterio esclusivo per definire la città, né indicatore certo di urbanità. Non più di quanto risiede tra i centri: margini, tragitti, spazi intermedi. Senza riproporre l’opposizione centro-periferia, si può dire che quest’ultima si caratterizza non solo per la presenza di edilizia residenziale, più o meno dispersa, ma anche di infrastrutture e manufatti che rappresentano in un certo senso l’equivalente del monumento per la città storica: catalizzatori di paesaggi, di eventi, di modi inediti di socialità. Oltre la città – lungo i segmenti di raccordo della rete dell’urbanizzato, lungo gli assi delle infrastrutture, del commercio e della residenza – i contorni della continuità si sfocano; le relazioni di leggibilità tra costruito e tessuto si decompongono. Un po’ ovunque, in Italia e in Europa.

Intesa come entità irriducibilmente altra dalla città, la periferia da speranza (nel secondo dopoguerra) si è mutata in disillusione (al volgere del millennio), in luogo della negazione. L’osservazione delle periferie italiane produce descrizioni in parte diverse da quelle dello scorso ventennio. Descrizioni meno retoriche e più asciutte, nelle quali passano in secondo piano alcune mitologie: la dispersione senza limiti, il transito incessante, l’atopia, etc. I non-luoghi diventano superluoghi; le periferie si tramutano in superperiferie, aggregazioni complesse e onnipresenti di “luoghi in cui la società lascia il suo inprint”(1). È quasi un’ovvietà affermare che oggi la periferia è la città, la città della maggioranza degli abitanti, in cui si sovrappongono i segni di nuove specie di spazi (pubblici o privati, esclusivi o popolari, eterogenei, mercificati). Ma è anche il luogo in cui si rappresenta plasticamente la progressiva crescita delle disuguaglianze, dove si materializzano le differenze tra la “città dei ricchi” e la “città dei poveri” (2).

Appena varcati i limiti della città consolidata ritroviamo un arcipelago disseminato di “isole concrete”, regolato da apparati normativi (nazionali, locali, di settore, etc.) e, al contempo, dominato da una logica individualistica di tipo NIMBY, quella della casa unifamiliare con piccolo giardino o del condominio sempre più “securizzato” e autosufficiente. Una logica spesso assecondata, quando non alimentata, dai governi e dalle amministrazioni locali. Ritornare a osservare la periferia, come qualcosa avente a che fare con l’identità di moltitudini più che di comunità, è un atto difficile nonostante il patrimonio accumulato negli ultimi decenni del Novecento. Sappiamo che in quella che una volta era identificata come una distesa senza nome sono avvenute e stanno avvenendo mutazioni radicali.
Sappiamo dove cercare, ma non sappiamo ancora cosa cercare.

Quale specificità italiana allora? Tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento si instaura una duratura frattura nella continuità della città consolidata: in Italia, dove l’armatura di nuclei storici comprende insediamenti di ogni dimensione (dalle metropoli come Milano, Roma e Napoli, ai medi e piccoli centri), una nuova rete di formazioni frammentarie – comequella che Arnaldo Bagnasco denomina la “Terza Italia”, o la metropoli diffusa veneziana o adriatica, o ancora il continuum largamente abusivo tra Napoli e Salerno – si sovrappone ad un preesistente decentramento dell’habitat. Il dispiegarsi di nuove logiche insediative fa “saltare” le regole millenarie della costruzione della città e, insieme, l’illusione che sia ancora possibile esportare nella periferia il modello della città, ricrearvi in maniera puramente analogica l’”effetto città”.

Gli universi contemporanei dell’architettura, della città e della periferia sono ormai molto distanti dal tempo in cui Luigi Ghirri e Gianni Celati (3) ci accompagnavano alla scoperta del “paesaggio italiano”: nelle dinamiche in atto, nelle concettualizzazioni, nelle prospettive. Eppure un filo, esile ma resistente, non si è del tutto slegato se oggi – nell’epoca della non città o dell’anticittà – i meccanismi di formazione e riproduzione del costruito, sempre meno attribuibili a professionalità identificabili e qualificate, restano ancora sostanzialmente omogenei (nei tipi, nelle forme, negli spazi), anche al di là dei luoghi specifici della geografia peninsulare. La diffusione sotto i nostri occhi di manufatti governati, almeno in apparenza, da un principio di anarchia – tentativi individualistici di convertire spazi in luoghi, di aggregare pêle-mêle dimensioni private e pubbliche, di far convivere attività, soggetti, potenzialità differenti e spesso incompatibili – è un processo casuale o sottintende, invece, regole più o meno formalizzate, più o meno localmente determinate?

Difficile rispondere, trovandosi di fronte una metropoli (diffusa) senza luoghi, ma anche una metropoli senza architettura che, nel Mezzogiorno, ha peraltro una tradizione di più lunga durata. Non solo nell’assenza di servizi, ma anche per la carenza di urbanizzazioni secondarie e, in certi casi, addirittura primarie. Le modalità di occupazione del suolo, i tipi edilizi, le pratiche abitative, la frequentazione-appropriazione dello spazio pubblico appaiono qui arbitrari e aleatori, accostati in vis-à-vis talvolta sconcertanti. Il rapporto classico tipologia-morfologia si inverte: mentre nella città storica è la dimensione morfologica a stabilire le regole di costituzione della tipologia, nella città diffusa si osserva, al contrario, una riduzione della complessità morfologica a vantaggio della ricchezza delle soluzioni tipologiche (dei moduli di aggregazione, ripetizione, serialità/eccezione). Soluzioni spesso ottenute mediante processi di autocostruzione in situazioni di precarietà e abusivismo diffusi. Ricchezza, questa, che come spesso accade nel Mezzogiorno è il risultato della elusione sistematica di apparati normativi non di rado ridondanti e ottusi, inevitabilmente in collusione con una “società di individui”, ovunque consolidata. È in questo contesto che va collocata la “fine di qualsiasi regola urbanistica” che caratterizza la città del Sud, a partire da Napoli.4 In tali condizioni, la descrizione della città diviene un esercizio complesso, non più riassumibile nella sequenza camminare-vedere-rilevare. Occorre spostare lo sguardo sulle pratiche quotidiane, sulle temporalità (ripetitive e differenti), sulle microstorie dei luoghi e degli abitanti.

Una ricerca sulla periferia italiana in questa prospettiva è ancora tutta da fare.
Archphoto si propone di affrontarla a partire dal concreto delle situazioni locali, dello stato dei luoghi e dei progetti possibili. Ne proponiamo qui solo un inizio, o un indizio, su cui lavoreremo in futuro. Le immagini mostrano una prima sequenza nello spazio e, insieme, nel tempo, che diviene poi una sequenza tematica: progressivamente ci si allontana dal centro e ci si avvicina all’epoca attuale. Il luogo è Eboli, in provincia di Salerno, ma potrebbe essere una qualsiasi periferia meridionale, se questa può ancora chiaramente differenziarsi da quella italiana o europea.

manz1Anni ’60: pubblico

manz0

Anni ’70 – ’80: pubblico-privato

manz3Anni ’80: pubblico-privato

manz4Anni ’90-2000: privato

manz5Anni ’90-2000: privato

manz6Dispersione territoriale

manz7Dispersione territoriale e campagna urbanizzata

La progressione è, da un lato, dall’idea di periferia come spazio del collettivo e predominio della dimensione pubblica (delle politiche residenziali, degli standard di attrezzature e servizi, etc.) a spazio dell’abitazione privata, sempre più isolata e protetta; dall’altro, dal tentativo di connessione, negli anni ’60-’70, dell’espansionecon il centro città alla casualità di un insediamento sempre più disperso, senza soluzione di continuità tra urbanizzazione e territorio agricolo.

Quel tentativo di porre in relazione la periferia con il centro si basava sulla realizzazione di infrastrutture, attrezzature, edifici per la comunità (biblioteca, centro sociale, ambulatorio di quartiere, uffici comunali, etc.). In realtà, dopo le case, in quella zona – denominata sinteticamente “la 167”, dalla legge del 1962 – non è stato costruito più nulla per anni, creando una ennesima “riserva” per cittadini svantaggiati. Un Bronx accuratamente da evitare. Nel tempo, le aree che avrebbero dovuto essere destinate al pubblico, alla collettività, sono state occupate da edifici residenziali, in buona parte di iniziativa privata (cooperative o edilizia su libero mercato). Il risultato è una sorta di non-finito generalizzato. Un’esperienza di spaesamento che accomuna Eboli a tanti centri meridionali: qui è possibile osservare, tra una strada tangenziale e un centro sociale, terreni incolti destinati temporaneamente a ricovero di animali – due cavalli sullo sfondo della facciata di una sala prove musicali, per esempio – o a piccoli orti, dove i piani urbanistici prevedevano, già nei primi anni ’70, dotazioni di standard per un collettività che è progressivamente sfumata in moltitudine anonima, priva di identità e diritti cittadini.

La periferia meridionale appare sempre più monofunzionalmente residenziale, senza verde pubblico, senza spazi di aggregazione per gli abitanti, con pochi uffici e negozi insediati di recente. Qui, come altrove, i temi della comunità, della dimensione collettiva, dello spazio pubblico – con le relative implicazioni sulla forma della città – sono stati indeboliti, ma non azzerati, dalla proliferazione della comunicazione immateriale e istantanea e dalle nuove forme di aggregazione che a essa si accompagnano.
La socializzazione nei quartieri e le relazioni tradizionali di vicinato sono pratiche in estinzione, è vero, ma ciò non significa che la città sia scomparsa. Essa si ricompone secondo modalità e scale diverse, di cui è difficile prevedere compiutamente gli sviluppi. Si può allora proporre nuovamente il rapporto tra (rete) globale e (esistenza) locale nei termini di spazio fisico e di relazioni interpersonali? Quali sono i modi di questa ricomposizione e, di conseguenza, le direzioni possibili di un progetto per le periferie? Si tratta di un progetto politico – sebbene molto diverso da quello perseguito negli anni ’60-’70 – prima che puramente disciplinare. È forse per questa ragione che quasi nessuno finora si è arrischiato a disegnare ipotesi e scenari concreti. Lo ha fatto recentemente Renzo Piano in un articolo pubblicato sul Domenicale del Sole-24 Ore (e ripubblicato su archphoto).

Se le periferie sono la “città del futuro”, la prospettiva del “rammendo”, per quanto “gigantesca”, appare in parte limitativa e rischia di essere ineffettuale nel suo essere un progetto senza politica. Il contenimento della crescita e dell’espansione periferica è infatti un presupposto necessario, ma non sufficiente. Costruire sul costruito, densificarlo o diradarlo, riconvertirlo, (ri)naturalizzarlo sono operazioni possibili e utili. Operazioni non derivanti però da una expertise puramente tecnica, ma scelte di campo che presuppongono un progetto di società. Si è discusso a lungo, anche in Italia, sull’opposizione centralità-dispersione, sul modello individuale (“pavillonaire”) contrapposto alla residenza collettiva, e sui relativi caratteri culturali e antropologici, sui vantaggi e sui costi di tali opzioni. La costruzione nel tempo della periferia mostra – come si può intravedere pure nella sequenza fotografica qui riportata – l’evoluzione dei discorsi e delle pratiche (anche di quelle quotidiane degli abitanti), oltre che riflettere le grandi trasformazioni della società e del territorio.

Quando si parla di “microchirurgia” per le periferie, si guarda solo ad un certo tipo di periferia – quella progettata in opposizione alla città tra gli anni ’50 e ’70 – senza tener conto della disseminazione insediativa, largamente spontanea e anonima, del successivo trentennio che rappresenta oggi una parte cospicua del territorio oltre la città compatta. Una pratica del rammendo ha senso nelle aree di margine, a contatto con la “città di pietra”. Altrove appare poco agibile, specie dove non esistono tessuti da ricucire, ma piuttosto reti a maglie larghe punteggiate da oggetti, grandi e piccoli, e da spazi, più o meno significativi e condivisi. Se i processi insediativi hanno condotto alla devastazione e alla depredazione (economica, politica, ambientale) di quanto circonda i tessuti urbani storici – in molti casi, nell’Italia meridionale, alla radicale manomissione degli stessi centri storici – è pur vero che l’emergere di nuovi bisogni nel campo della residenza e dello spazio pubblico, in coincidenza con l’acuirsi delle differenze e delle disuguaglianze, non permette più di ridurre la periferia ad una questione di degrado, da affrontare e risolvere per via puramente disciplinare.

Il problema è anch’esso di ordine politico, prim’ancora che tecnico. La “medicalizzazione” del ruolo dell’architetto evocata da Renzo Piano non convince del tutto se si ripercorrono le retoriche e le mitologie del recente passato: la supposta inutilità del welfare, la sicurezza, la sostenibilità, etc. Se nell’immediato non si può contare sulla realizzabilità di importanti standard di attrezzature, spazi aperti e verdi, né illudersi che sia possibile soddisfare i nuovi bisogni abitativi mediante politiche esclusivamente pubbliche, si può almeno trarre profitto, con intelligenza e senso critico, dalle occasioni che, per quanto limitate, possono presentarsi nelle periferie, introducendo “qualità” e usi, promuovendo relazioni e interazioni, stimolando “partecipazione”, producendo più equità e benessere per tutti. In questo senso è orientata la ricerca in corso su archphoto sui progetti e le proposte per la periferia italiana. Per quanto detto finora, ciò non significa necessariamente “traslare” la città in periferia, nel tentativo di esportarvi l’”effetto città”, ma riconfigurare gli spazi periferici a partire dal loro essere segmenti di città senza qualità, dotati implicitamente di caratteri e di attività.

Credere che la “tecnica” possa risolvere, da sola, i problemi di cui ci occupiamo presuppone una sostanziale sottovalutazione delle implicazioni socioeconomiche e politiche sottese alla grande questione delle periferie, parte essenziale della “nuova questione urbana” del XXI secolo. Ci si lamenta spesso del fatto che la stampa generalista non interviene in modo critico quando si affronta il discorso della periferia. Il problema è che manca in Italia una cultura diffusa e una coscienza civica di ciò che è – o potrà essere – la città e la periferia. L’informazione può contribuire a formare questa consapevolezza, ma non è un compito che possa essere ragionevolmente assegnato solo ad essa. Il problema riguarda in primis la riflessione disciplinare e la discussione politica, che con tale riflessione dovrebbe mantenere (o riaprire) un dialogo come è stato negli anni ’50-’60 del Novecento. In realtà, oggi si evita di operare sulle contraddizioni, lasciandole del tutto irrisolte. Non esiste, o non esiste più, in Italia un’elaborazione teorica sulla periferia, né l’interesse da parte della classe politica ad accostarsi a temi difficili, e tutto sommato pericolosi, per chi deve gestire il territorio e i poteri ad esso connessi. Su questa assenza occorre riflettere, e da qui ripartire per costruire un progetto per la periferia considerata, al Nord come al Sud, come città esistente e da reinventare a partire dalla sua biografia e dalle tracce della sua sedimentazione. Un progetto (politico) di urbanità, e non solo un insieme di precetti e regole per ritocchi, ricuciture, piccole e grandi chirurgie senza visione d’insieme.

[Luigi Manzione]

(1) Guido Martinotti, “I superluoghi della mobilità”, in Matteo Agnoletto (a cura di), La civiltà dei superluoghi. Notizie dalla metropoli quotidiana, Bologna, Damiani, 2007, pp. 29-34.

(2) Bernardo Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Roma-Bari, Laterza, 2013.

(3) L. Ghirri, Paesaggio italiano, Milano, Electa, 1989; G. Celati, Verso la foce, Milano, Feltrinelli, 1989.

(4) Lorenzo Bellicini, “Periferia italiana ‘90”, in L. Bellicini, Richard Ingersoll, Periferia italiana, Roma, Meltemi, 2001, p. 49.