Emanuele Piccardo_Renzo Piano, architetto-artigiano

Genova, capitale europea della cultura, dedica al suo figlio più noto, Renzo Piano, un’antologica negli spazi, da lui restaurati, della rinascimentale Porta Siberia progettata da Galeazzo Alessi all’interno del porto storico.
E’ la prima volta che la città dedica all’architetto portabandiera della nostra cultura nel mondo una così ampia esposizione, ricca di materiali che consentono al cittadino semplice di “entrare” nel mondo Piano in punta di piedi, con discrezione. Piano offre una visione di sè umile, senza esagerare nella tecnologia digitale per raccontare il suo percorso professionale ma usando il modello di legno icona del suo fare architettura.

Oggi nell’architettura lanciata sempre più sui volumi zoomorfi, sui blob fini a se stessi, l’architettura raffinata e tecnologica di Piano colpisce per l’atemporalità che la configura come un’architettura che non invecchia durante il processo progettuale e poi in quello realizzativo.

Il rapporto con il ridisegno dei contesti urbani che opera nelle città lo differenzia da altri suoi contemporanei, spesso impegnati nel progetto dell’oggetto singolo senza considerare il contesto e le ripercussioni che un intervento di dimensioni notevoli comporta. Dagli alloggi in rue de Meaux a Parigi alla sede del NYtimes l’attenzione per le relazioni tra l’architettura e l’esistente diviene il concetto-chiave del suo operare.

Piano più volte si è definito artigiano: ciò è comprovato dal suo Building Workshop, sorta di bottega, officina contemporanea, erede della tradizione quattro-cinquecentesca di Brunelleschi e Leonardo, i primi architetti hi-tech, dove la sperimentazione tecnologica sui materiali consente alla sua opera di avvalersi di soluzioni innovative. Non a caso anche OMA e Herzog e De Meuron si sono dotati, negli ultimi anni, di laboratori di ricerca sui materiali a dimostrazione di quanto Piano sia stato anticipatore ma anche sperimentatore di una grande quantità di materiali applicati in differenti usi e ambiti geografici.

Allievo di Albini e Louis Kahn, si forma a Londra insieme a Rogers e Foster nell’ambito culturale che ha visto la nascita dell’hi-tech, a partire dalle città tecnologiche immaginate dai radicali Archigram che ne hanno influenzato i primi progetti.

Vetro, acciao e legno sono i materiali che sperimenta fin dall’inizio e ritornano in più progetti come il centro culturale Jean Marie Tjibaou in Nuova Caledonia, la Fondation Beyeler a Basel, la sede Hermes a Tokio.
Piano nello studio sulle alture genovesi, isolato nel verde del paesaggio ligure a contatto con il mare riesce a fare ricerche sperimentali sui materiali concentrandosi su elementi quali la facciata e la copertura, basta pensare al progetto per la chiesa di Padre Pio dove la copertura rivestita in lastre di rame ossidato è sostenuta da archi di pietra radiali, che configurano uno spazio accogliente definito proprio dalla copertura.

All’inizio Piano progetta edifici pubblici quali il Centre Pompidou e il De Menil entrambi musei contenitori di collezioni pubbliche e private con un riguardo per il contesto differente; provocatoria l’astronave tecnologica a Parigi, più consono alla tradizione costruttiva americana il De Menil con l’uso delle tavole di legno in facciata ma ricco di dettagli architettonici a cominciare dalle “foglie” di ferro-cemento della copertura progettate insieme all’indimenticabile Peter Rice dello studio Ove Arup. Nel rapporto con Piano, umano e professionale Peter Rice è stato un riferimento importante che ha contribuito alla riuscita dell’architettura del maestro genovese, simbolo dell’unione professionale tra l’architetto e l’ingegnere.

Nel tempo Piano concentra il suo sguardo sulla ricucitura del tessuto urbano com’è accaduto a Berlino, dopo la caduta del Muro, dove aveva la regia del masterplan o per tornare in Italia, nel progetto di riconversione funzionale dell’area portuale genovese per le Colombiane del 1992, del G8 nel 2001 e per gli Erzelli, la collina dei container, alle spalle di Cornigliano.

Nel 1979 si inventa il laboratorio di quartiere a Otranto in collaborazione con l’Unesco, in cui venivano coinvolti gli abitanti nelle varie fasi del progetto di recupero del centro storico: la diagnostica, la progettazione, il laboratorio operativo, la memorizzazione; tutte le attività coinvolgevano gli abitanti così entravano in gioco la partecipazione e la comunicazione delle azioni progettuali definendo “l’arte dell’ascolto”.

Insomma un grande architetto, maestro contemporaneo, molto umano che si emoziona perchè la sua città gli rende omaggio ancora da vivente com’è accaduto qualche tempo fa a Roma ad Alessandro Anselmi, con la mostra che la Darc gli ha dedicato. Finalmente ci si accorge degli architetti che contribuiscono allo sviluppo culturale ed economico di una nazione.

[Emanuele Piccardo]

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