Antonella Sanna. La città mineraria di Carbonia

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La propaganda fascista promosse la nascita di Carbonia quale opera civilizzatrice del regime, come se si stesse colonizzando una “landa desolata” e “povera d’uomini”, secondo una retorica già efficacemente impiegata per la bonifica dell’Agro Pontino. In realtà il Sulcis (una piana affacciata sul mare della Sardegna sud occidentale) era uniformemente punteggiato da alcuni insediamenti minori posti in punti nevralgici della struttura morfologica e territoriale. Da secoli la sua storia era segnata dall’attività estrattiva, prevalentemente legata a minerali metallici, ma già dalla fine dell’Ottocento si iniziarono a sfruttare alcuni giacimenti di combustibile fossile.

Nel giugno del 1935 Mussolini visita la Sardegna e promuove il modesto carbone del Sulcis a combustibile principe dell’Italia autarchica. La prospettiva di industrializzare e rendere massiccia la produzione porta alla necessità di provvedere all’alloggio della manodopera in prossimità dei luoghi di lavoro. Si procede quindi all’impianto delle prime residenze per gli operai nel villaggio di Bacu Abis.
La successiva scoperta del grande giacimento di Serbariu, sposta il baricentro della zona minerario. A seguito di ciò non si prevede più il solo potenziamento dei centri esistenti, che sembrano anzi perdere rilievo, ma la fondazione di una vera nuova città.

Nasce così l’idea di Carbonia. Il piano regolatore è previsto nella prima fase per 12.000-15.000 abitanti: un centro urbano con edifici pubblici ed amministrativi da cui si dipartono tre aree residenziali a sviluppo longitudinale, strutturate secondo viali alberati su cui si attestano le tipologie abitative. Queste sono riferibili al modello del “cottage” sviluppato secondo moduli quadrifamiliari. All’interno delle regole fisse imposte dal tipo, i diversi progettisti trovano spazio per proporre la propria particolare interpretazione, creando così un campionario vario e molteplice. L’utilizzo di archi per creare vani “autarchici” nelle murature portanti, la conformazione ed orientamento delle falde del tetto e la modulazione di logge e rientranze, oltre che rispecchiare differenti modalità costruttive, concorrono a dare “personalità” a ciascun progetto e ad evitare la monotona ripetizione di uno schema fisso. Lo skyline è prevalentemente orizzontale, tanto che Carbonia si può definire, in questa fase, una “città a due piani”, con le uniche emergenze del campanile e della torre littoria.
La città segue uno schema semplice, direttamente mutuato dalla teoria della città-giardino di Howard, in cui le zone residenziali devono essere in relazione diretta con i servizi pubblici e con i luoghi della produzione; essa si affranca dall’astratto modello teorico assecondando e integrando le emergenze morfologiche del territorio. Il rapporto tra sistema urbano e miniere, fondamento della stessa esistenza di Carbonia, avviene attraverso alcune strade che dalla periferia e dal centro urbano convergono radialmente sulla zona estrattiva. Esse sintetizzano efficacemente la conformazione gerarchica della città: l’asse centrale proviene dal quartiere dirigenziale e i laterali dalle zone con le abitazioni dei minatori.
Il centro civico è concepito come un ampio spazio verde, al contempo centrale e marginale rispetto allo sviluppo urbano, comprendente tutti gli edifici rappresentativi ma soprattutto giardini e parchi. La piazza principale, situata su un poggio come una terrazza affacciata sul paesaggio sottostante , è circondata su tre lati dagli edifici pubblici e lascia intenzionalmente inedificato il suo lato panoramico.

La prima idea di progetto per Carbonia si può far risalire ad una data collocabile nei primi mesi del 1937, in una fase in cui i personaggi coinvolti sono riferibili quasi esclusivamente all’ambito triestino. Il progetto prende infatti avvio nello Studio Stuard di Trieste, fondato da Gustavo Pulitzer Finale nei primi anni ’20.
Sulla scorta di numerosi documenti d’archivio sono attribuiti con sicurezza allo studio Stuard tutti gli edifici sulla piazza centrale, gli alberghi operai ed alcune tipologie residenziali; probabilmente è ad essi riferibile anche l’impostazione almeno qualitativa della nuova città.
In concomitanza con le prime ipotesi sul piano e le successive elaborazioni si ha un progressivo sovrapporsi ai primi progettisti triestini di quelli provenienti invece dall’ambiente romano, nella persona di Cesare Valle e Ignazio Guidi. Essi, reduci da una serie di faticose stesure del piano regolatore per Addis Abeba, firmano ufficialmente il progetto urbano di Carbonia e le architetture di diversi edifici pubblici (chiesa di San Ponziano, edifici dell’INA, scuola elementare ed asilo, ospedale, cimitero, ed altri non realizzati relativi a fasi successive).
Oltre agli architetti già nominati serve accennare anche alla figura di Eugenio Montuori, che collabora nel 1937, da esterno, già alla prima fase del piano, progettando la casa del direttore, le residenze per i dirigenti e gli impiegati e l’albergo centrale, e guiderà le fasi dei successivi ampliamenti della città.

Già il giorno dell’inaugurazione Mussolini proclama la necessità di accelerare la produzione mineraria e lancia il programma di espansione di Carbonia per la quale si auspica il passaggio ad una dimensione di 35.000 abitanti in capo a pochi anni e un ulteriore incremento fino a 50.000 previsto entro il 1945. Un primo potenziamento della dotazione abitativa si ha con l’inserimento delle tipologie denominate”a pistone”: volumi alti tre piani, plurifamiliari e intensivi progettati da Montuori. Essi costituiranno l’avanguardia della città oltre il rio Cannas, lungo il quale ne verranno disposte alcune serie parallele.
Ma tutto questo non è ancora sufficiente, iniziano a spirare venti di guerra ed il carbone diventa vieppiù necessario; Mussolini annuncia che intende portare la produzione da 1 a 5 milioni di tonnellate annue e la popolazione insediata nella zona carbonifera a 100.000 unità. È noto un verbale dell’Assemblea Generale dell’ACaI, datato al luglio 1939, nel quale si programma l’ampliamento e si chiede a Valle e Guidi la redazione del piano di espansione della città e di un piano generale per tutta la zona del Sulcis. Attraverso l’applicazione di questo programma di lavoro si predispone in una prima fase il Piano Regolatore dell’intera zona carbonifera, a cui fa seguito quello alla scala urbana per la nuova Carbonia. Il progetto del 1940 interviene specificamente in due punti della città: colloca alle spalle di piazza Roma il nuovo centro urbano dirigenziale e pianifica il quartiere di espansione sud oltre l’alveo del rio Cannas. La relazione che accompagna il piano regolatore precisa come la progettazione originaria del villaggio operaio fosse basata sull’idea di “una vasta area da occuparsi in prevalenza con piccole case contenenti al massimo 4 appartamenti e con appezzamenti di terreno di circa 500 mq” mentre il nuovo piano cambia decisamente rotta. Il nuovo quartiere oltre il rio Cannas, lì collocato per non interferire con zone potenzialmente interessate da attività minerarie, “dovrebbe assumere la fisionomia di un quartiere di abitazione a carattere semintensivo, con vie inquadrate da edifici, con nuove piazze e con zone verdi”. Il nuovo piano si concentra quindi sulla dotazione di nuove aree residenziali, ottenute in zone assolutamente non edificate, e sul restyling della città che deve diventare il centro principale dell’intero bacino carbonifero. Proprio per questo viene progettata la nuova grande piazza monumentale, alle spalle di quella originaria, nella quale trovano spazio le imponenti dotazioni del nuovo centro amministrativo, a discapito dei parchi urbani previsti inizialmente.
Gli elaborati del nuovo piano per la città sono firmati indistintamente da Guidi, Montuori e Valle, ma alcuni fattori fanno supporre che i due autori del piano originario si concentrino quasi esclusivamente sulla zona della nuova piazza nel centro della città e che invece Montuori disegni quasi in totale libertà il nuovo quartiere di espansione. Possiamo considerare questo ampliamento come un nucleo con una marcata autonomia dalla città preesistente, distinto da essa per collocazione, densità abitativa e disegno, e dotato di tutti i servizi necessari per essere autosufficiente. Il nucleo centrale dei servizi è circondato da isolati con le tipologie abitative di dimensioni più rilevanti e maggior numero di piani. La densità della zona residenziale decresce dal centro verso la periferia, ciò in netto contrasto con la “prima” Carbonia nella quale il nucleo urbano era a densità praticamente nulla, occupato quasi esclusivamente da spazi verdi. Centrifuga l’una e centripeta l’altra, in perfetto accordo con il passaggio da città-giardino a città-città voluto dal piano del 1940.
L’incombere della guerra ed il precipitare della situazione politica impedirono completamente la realizzazione del progetto. Né la piazza rappresentativa né il nuovo centro urbano vennero mai costruiti. Solo alcuni esemplari della tipologia “B”, progettata da Montuori, vennero edificati nel dopoguerra, secondo i dettami del piano di espansione. Essi rimasero per anni una vera oasi nel deserto, poi circondata da comuni lottizzazioni di case a schiera, tipiche degli attuali quartieri periferici.

[Antonella Sanna]