Emanuele Piccardo. Acqua alla gola

Garessio, fotografia Centro Meteo Piemonte

Ci risiamo, sono passati due anni dalla tempesta perfetta e quattro dall’ultima alluvione, così Liguria e Piemonte sono legati a un destino comune, la catastrofe e l’emergenza permanente. Ricorrono le stesse parole nel tempo, “mai più”, “è colpa del cambiamento climatico”, “siamo isolati”, “il ponte deve essere abbattuto”, “chiediamo lo stato di calamità”. Purtroppo con le parole non si agisce e dopo aver smantellato i territori con la cancellazione delle provincie e delle comunità montane che seguivano la difesa del suolo, oggi siamo più poveri di risorse e competenze. D’altronde la recente alluvione del Tanaro a Ormea e Garessio, la distruzione provocata dal fiume Roja a Ventimiglia, le mareggiate a Rapallo e Santa Margherita Ligure, hanno messo in evidenza la debolezza dell’uomo cittadino e dell’uomo politico nei confronti della natura. Si continuano a ripetere gli stessi errori e non si fa tesoro dell’esperienza pregressa. Nonostante il lavoro di previsione delle agenzie regionali nell’emissione delle allerte, a volte azzeccate a volte no, si registra una diminuzione di vittime ma con effetti collaterali ancora pesanti.

Fotografia Emanuele Piccardo, Nasagonando Art Project, Ormea 2017-2019

Negli ultimi sessant’anni si è costruito lungo fiumi e torrenti ma non c’erano fenomeni così intesi a breve distanza, oggi occorre iniziare a parlare di demolizioni. I ponti devono essere ricostruiti mobili come in Olanda, le abitazioni site in aree alluvionali devono essere demolite e ricostruite in aree sicure, e soprattutto i boschi devono essere puliti. Le regioni ad alta densità boschiva sono sorde nei confronti della manutenzione dei territori marginali, le aree interne ai confini dell’impero, come avviene per l’Alta Valle del Tanaro e preferiscono investire risorse nei centri urbani popolosi o nelle ricche Langhe. Questo vale anche per le azioni messe in campo dalle fondazioni bancarie più attente alle ragioni dell’economia e della cultura che alla sostenibilità ambientale e al dissesto idrogeologico. Anche il governo ci mette del suo quando il Conte I elimina la struttura Italia Sicura, una delle poche buone politiche del governo Renzi, attivata nel 2014 coordinava gli interventi contro le fragilità territoriali. A giugno 2014 risultavano bloccati 1.781 cantieri per circa 2,3 miliardi di euro. Ad aprile 2017 1.337 erano stati sbloccati e di questi 891 chiusi. Oggi il risultato è l’assenza di coordinamento con le Regioni in ordine sparso se non quando occorre chiedere soldi allo Stato come avvenuto per Piemonte e Liguria.

Così “i cambiamenti climatici influiscono in termini di frequenza, perché i fenomeni ci sono sempre stati-afferma Alessandro Scarpati, geologo e disaster manager ligure alle prese con il problema dell’innalzamento del livello del mare nella sua Alassio.
Quali sono dunque le azioni da compiere per cambiare il paradigma nei confronti della natura lavorando con essa e non contro, come stanno facendo gli olandesi?
“Noi abbiamo i piani di bacino in cui ci sono le aree esondabili in 50, 200, 500 anni, questa statistica è saltata a causa dei cambiamenti climatici. Però se analizziamo le mappe, molte strutture sono in aree esondabili, e non dobbiamo dimenticare che i piani di bacini sono dei primi anni duemila…ma non si può risolvere il problema in tempi brevi. I corsi d’acqua secondo la normativa regionale ligure devono avere delle portate con un tempo di ritorno di 200 anni riferiti a portate liquide, invece c’è una quantità enorme di altri materiali che portano i corsi d’acqua. C’è una immagine che resterà, è quella della strada principale di Garessio con un tappeto di tronchi e rami…E’ una situazione difficile e il costo sociale tra una alluvione e l’altra non lo si riesce ad ammortizzare”.

L’installazione Tòn-No di Alessandro Chiossone e Roberta Volpone nell’ambito di Nasagonando Art Project, Ormea 2017-2019

E’ necessario investire risorse umane ed economiche da parte delle regioni in competenze professionali e tecnologia con la creazione di gruppi interdisciplinari, e contemporaneamente formare una cultura della catastrofe…”E’ un approccio tuttora in atto-continua Scarpati- e le vittime sono state poche rispetto al passato, questo vuol dire che il sistema di Protezione Civile funziona nell’emergenza, le persone hanno la percezione del pericolo. Il problema è strutturale, gli eventi creano danni. C’è tutta una gamma strutturale di interventi che si possono fare come le dighe nella parte alta dei bacini e nella parte bassa gli scolmatori, l’allargamento delle luci dei ponti e delle tombinature, l’allargamento del letto dei corsi d’acqua. Purtroppo abbiamo un territorio abbandonato e dissestato”.

Stefano Boccalini, Una parola sul bosco, Nasagonando Art Project, Ormea 2017-2019

Un altro problema è la comunicazione in tempo reale tra Comuni e cittadini, il digital divide è anche questo…”Molti comuni investono nella tecnologia, altri no. L’informazione deve essere ridondante, devi raggiungere tutti i cittadini a partire dagli anziani, quindi usare strumenti di comunicazione differenziati dalle brochure ai pannelli luminosi, dalle app agli altoparlanti che diffondono le informazioni nelle strade”. In questo senso il codice di Protezione Civile è chiaro quando nell’art.12 comma 5 scrive:  “Il Sindaco, in coerenza con quanto previsto dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, per finalità di protezione civile è responsabile, altresì: b)[…] dell’attività di informazione alla popolazione sugli scenari di rischio, sulla pianificazione di protezione civile e sulle situazioni di pericolo determinate dai rischi naturali o derivanti dall’attività dell’uomo[…]”. Nell’art.31 comma 2 si evidenzia che i cittadini “hanno il dovere di ottemperare alle disposizioni impartite dalle autorità di protezione civile in coerenza con quanto previsto negli strumenti di pianificazione”.

Nonostante la normativa chiara che definisce responsabilità penali per Sindaci e cittadini, la tecnologia, soprattutto nei piccoli centri, non viene usata. Anche nelle medie città si usano mezzi obsoleti come le dirette facebook per avvisare i cittadini, ma non si realizzano applicazioni per tablet e smarthphone e nemmeno brochure esplicative sui comportamenti di protezione e non si forma una cultura della catastrofe che consenta di conoscere cosa fare in caso di pericolo, alluvione, tornado o terremoto.
La tecnologia consente di monitorare i fenomeni e di avvisare in tempo reale come avviene con CFR app della Regione Toscana che avvisa su allerte, vigilanza meteo e dati, o la lombarda AllertaLOM altrettanto efficace. Liguria non pervenuta se non per LIVESTORM sul rischio temporali fatta in collaborazione con Arpa Piemonte, come se fossero quelli i problemi anziché avvisare con strumenti efficaci i cittadini.

Tuttavia, emerge una necessità fondamentale: ritornare a una reale pianificazione territoriale con il contributo di tutti, dagli scienziati agli urbanisti, dagli ingegneri ai geologi. Solo con una mappatura dei territori e l’elaborazione di scenari previsionali si potrà ridurre l’impatto dei fenomeni. Dobbiamo cambiare approccio, studiare di più, intrecciare i fili delle competenze e fare delle scelte per il presente e il futuro prossimo dei nostri territori.

[Emanuele Piccardo]

4.10.20

*NASAGONANDO ART PROJECT, è un progetto plug_in, a cura di Emanuele Piccardo, è stato realizzato nell’ambito del bando “Residenze d’artista” della Fondazione CRC e con il sostegno del Comune di Ormea.

 
 
 

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