Emanuele Piccardo. Aree interne: demagogia senza progetto

Riesi, Villaggio Monte degli Ulivi, opera di Leonardo Ricci.

In queste ultime settimane abbiamo assistito alla nascita di profeti e discepoli delle aree interne dal nulla, solamente per un elementare, quanto ingenuo, processo di sottrazione: non posso più occupare le città, allora vado a occupare altri territori semi-vergini con le mie idee smart, senza conoscere quali fattori, per lo più negativi e di sistema, le caratterizzano. Ed ecco sorgere discussioni e dibattiti totalmente privi di basi scientifiche in contrapposizione con altri utili ed esito di ricerche approfondite. Atteggiamenti che rappresentano bene una Italia fatta di improvvisazione e superficialità dove ogni volta è una gara a chi si appropria della parola più mediatica, la parola del momento: aree interne.

Per la verità nessuno si era accorto di questa parte periferica del paese, finché l’economista Fabrizio Barca, prestato alla politica nelle vesti di Ministro per la coesione territoriale del pessimo governo Monti, non aveva costituito insieme a Sabrina Lucatelli la Strategia Nazionale Aree Interne (Snai). Una avanguardia italiana a tal punto che:
“Il Parlamento europeo ha deciso-scrive Samuele Maccolini su Il Foglio, nell’ambito della programmazione 2021-2027 del Fondo europeo di sviluppo regionale, lo stanziamento del 5 per cento di risorse a favore delle aree interne. Sarebbero, per l’Italia, non meno di tre miliardi. L’istituzione europea dunque accoglie la sperimentazione italiana di questi anni e la giudica non solo positiva, ma anche degna di essere ‘esportata’ negli altri paesi dell’Unione”.

Ma come si identificano le aree interne? Quanti sono gli abitanti?Quali sono le problematiche? Quali soluzioni di medio-lungo periodo?

“L’indicatore di perifericità-scrivono Carrosio e Faccini- creato dalla Snai classifica infatti i comuni italiani sulla base delle opportunità che hanno le persone residenti di esercitare appieno i diritti di cittadinanza” (1). Diritti che riguardano l’accesso ai servizi primari quali scuola, trasporti pubblici, sanità, invece spesso ci troviamo di fronte a realtà periferiche distanti dai capoluoghi regionali o provinciali, prive di qualsiasi struttura sanitaria di primo soccorso e senza nessun trasporto pubblico ad eccezione dei bus, con orari inutili alle esigenze della cittadinanza. In più in tali realtà l’assenza di occupazione e l’incapacità delle comunità locali a fare imprese legate al territorio determinano il quadro completo.
L’Italia ha una conformazione policentrica, dove appunto ci sono poli che erogano servizi pubblici a un territorio frammentato, sia dimensionalmente che fisicamente, tra montagne e pianura, tra appennini e mare. Ufficialmente le aree interne sono suddivise in quattro fasce misurate in distanza dai poli (che possono essere singoli comuni e sia insiemi di comuni confinanti): “aree peri-urbane o cintura (meno di 20 minuti), aree intermedie (da 20 a 40 minuti); aree periferiche (da 40 a 75 minuti); aree ultra-periferiche (oltre 75 minuti)[…] L’Italia è molto estesa-continuano Carrosio e Faccini- dal punto di vista territoriale: il 60 % del territorio e il 52% dei comuni; ha una importante presenza antropica: più di 13 milioni di abitanti” (2).

Tuttavia il modello di sviluppo di tali aree, nell’ultimo trentennio, è stato fallimentare e ha provocato l’abbandono degli appennini e delle montagne, nonostante i piani pluriennali di finanziamenti europei, quando esistevano le provincie e le comunità montane. Infatti l’abolizione di queste ultime ha determinato il collasso delle aree marginali che vivevano di progettualità legate alla difesa del suolo (ora in capo alle città metropolitane), alla agricoltura e alla cultura. Amministratori pubblici e comunità non sono riusciti a inventarsi un nuovo modello economico mettendosi in rete con realtà simili che vivevano le stesse problematiche, ma questo si inserisce nella scarsa attitudine italiana a fare rete. Aree come l’Alta Valle Scrivia, mia terra di origine peri-urbana nell’appennino ligure, ha saputo creare negli anni novanta la rete dei “miseri” prodotti locali (formaggetta, miele e sciroppo di rose) a fronte di altri luoghi marginali, come Ormea nella remota provincia cuneese, dove una maggiore presenza di prodotti agro-alimentari non ha attivato nessuna economia se non una mera economia di minima sopravvivenza. O ancora Volpedo, il paese in cui  nacque il pittore Giuseppe Pelizza, il cui studio è visitabile solo nei fine settimana, dove l’eccellenza della pesca non va oltre le provincie del basso Piemonte, del Genovesato e del Pavese. Laddove vi era una progettualità (Alta Valle Scrivia) non vi erano prodotti pregiati e comunque assimilabili a qualsiasi altra area appenninica italiana, invece in quelle zone dove l’agricoltura era ed è ricca non vi è progettualità.

Ha ragione Antonio De Rossi, architetto e coordinatore del progetto Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, quando scrive che ” si assiste oramai da anni a un’inedita tensione e attenzione, quasi una moda che pare attraversare la società italiana, per montagne e aree interne[…] tale centralità conferita alla qualità degli aspetti fisici-continua-non trova riscontro nelle ordinarie pratiche di gestione e trasformazione di questi territori”. Riferendosi alla qualità degli interventi (edilizi più che architettonici) sono poche le nuove realizzazioni e quelle che ci sono tendono a mimetizzarsi senza un linguaggio architettonico contemporaneo, d’altronde si continua a perseguire la “valorizzazione delle risorse storiche e naturali dei luoghi” (3)

Come possiamo fare per rilanciare le aree interne? Continuando con i finanziamenti per progetti già falliti sulla carta? Credo che ci debba essere una suddivisione di responsabilità politiche, tra lo Stato che deve ricostruire i contesti con le infrastrutture stradali, sanitarie, ferroviarie, digitali e le regioni che devono individuare quelle linee di sviluppo basate sul turismo, la cultura, l’innovazione tecnologica, attraverso le risorse europee, che consenta di fare impresa in quei territori dove la presenza dello Stato è ancora latitante, come accaduto in alcune aree interne, dall’Aspromonte alla Sicilia centrale. Le risorse economiche rappresentano solo una parte della soluzione senza la partecipazione delle comunità e senza la capacità di inventarsi nuovi modi di fare impresa non si riuscirà a risolvere nulla. Tuttavia il campanilismo presente nei vari paesi non aiuterà nel definire quali luoghi hanno eccellenze, in modo da essere considerati dei poli, e quali si dovranno aggregare per usufruire dei benefici indotti dal comune rivale. Questa sarà l’unica via per salvare le comunità, si dovrà agire con serietà e trasparenza per definire le linee guida e gli obiettivi per coinvolgere il più ampio numero di comuni ma partendo da criteri oggettivi e non parziali.

Il covid-19 ci offre una grande opportunità per riprogettare il Paese con serietà, non sprechiamola.

[Emanuele Piccardo]

3.5.20

 

Note bibliografiche

(1) G.Carrosio, A.Faccini, Le mappe della cittadinanza nelle aree interne, in A.De Rossi (a cura), Riabitare L’Italia Le aree Interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, Roma, 2018, p.54

(2)ibid. 58

(3) A.De Rossi, L.Mascino, Progetto e pratiche di rigenerazione: l’altra Italia e la forma delle cose, in A.De Rossi (a cura), Riabitare L’Italia Le aree Interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, Roma, 2018, p.500

 
 
 

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