Tommaso Michieli. La casa in una stanza

Nella quotidiana lettura del bollettino di guerra contro questo nemico invisibile, scorrendo i nomi della, ormai tradizionale, task force emergenziale emergono come sempre gli assenti. Ovviamente nessuno se ne accorge da anni. Ma nelle più recenti crisi mancano sempre architettura ed architetti, se non in alcuni casi isolati di archistar particolarmente generose. Scrivo da una regione colpita da un terribile sisma nel 1976 e conosco bene il ruolo che hanno avuto gli architetti nel permetterle di rialzarsi. Ma questa nuova emergenza non tocca aspetti strutturali, così per questa ragione gli architetti sembra che non siano parte attiva. Eppure questa volta credo che l’architettura sia la protagonista drammaticamente presente! La pandemia, che colpisce l’umanità a tutte le latitudini, ha costretto i governi ad adottare severe misure di controllo che ci hanno portati a chiuderci nelle nostre abitazioni. Questa reclusione abitativa ha, contemporaneamente evidenziato, il valore della casa ed il valore dello spazio pubblico. La prima attraverso una sua forte presenza nel nostro quotidiano mentre il secondo per la sua assenza in queste giornate chiuse tra quattro mura.

Casa e spazio pubblico sono la materia di studio degli architetti da sempre, tuttavia nessun architetto viene interpellato in questo difficile momento. La fase della ripartenza, dovrebbe prevedere una nuova progettazione dei sistemi relazionali tra individui nello spazio, sia esso una stazione ferroviaria, un ristorante, un cinema. Le misure, in termini strettamente geometrici cambieranno, tutto dovrà essere dilatato ma ugualmente funzionale, tutto dovrà essere pensato e non lasciato al caso. Ma già sappiamo che così non sarà. Non siamo in nessuna task force, la nostra professionalità sarà presa in considerazione o saranno sociologi ed economisti a riprogettare il nostro modo di vivere? A noi lasceranno fare qualche opera simbolica da usare per il marketing. Questa è ormai la nostra immagine socialeSono anni che ho studiato modelli abitativi minimi, dagli aggregati modulari prefabbricati piuttosto che generati dall’assemblaggio di container industriali, come hanno fatto anche altri architetti alla ricerca di nuove soluzioni innovative. Lo abbiamo fatto a volte immaginando questi sistemi abitativi come strumento per risolvere delle emergenze.

Oggi guardo a quei progetti e mi rendo conto che erano un modo per schivare il problema, per bypassarlo, per parlare d’altro… più alternativo, più accattivante. Ma l’emergenza, nel nostro Paese, era sotto gli occhi di tutti e non abbiamo avuto la forza di affrontarla davvero. Non lo ha voluto la politica e noi come architetti non siamo riusciti a porre adeguatamente sul tavolo la questione abitativa. Ed ora, gli italiani costretti a vivere dentro le loro case, si rendono conto quanto queste siano troppo spesso inospitali. Questa è la vera emergenza oggi! Case costruite troppo spesso più per interessi economici che per assolvere alla funzione di accoglienza. Case che dovrebbero essere un rifugio e divengono una prigione. La casa ha un ruolo determinante sulla qualità della vita delle famiglie e lo dovrebbe fare in molti modi differenti: offrire riparo, sicurezza, privacy, ma allo stesso tempo offrire uno spazio in cui rilassarsi, studiare, vivere in modo appagante…Questo vale se le consideriamo singolarmente poi, quando sono considerate nella loro aggregazione urbana, possono influire in termini di facilità di accesso ai servizi per l’infanzia, agli istituti scolastici, all’occupazione, alle opportunità ricreative, ai negozi, ai servizi pubblici e più in generale allo sviluppo di interazioni sociali tra individui, anche molto differenti tra loro in termini di reddito e fascia anagrafica. Relazioni quest’ultime che divengono imprescindibili per un sano sviluppo sociale improntato alla mixitè, così tanto combattuta ed evitata da ogni politica urbanistica in questo Paese.

L’UE non ha competenze specifiche in campo abitativo; al contrario, i singoli governi nazionali sono tenuti a perseguire proprie politiche in tale materia. Politiche che dovrebbero consentire il rinnovo del corpus abitativo, il controllo del consumo di suolo, l’edilizia sostenibile e l’accesso al mercato abitativo da parte dei giovani e dei gruppi svantaggiati. Al contrario in questi giorni ci rendiamo conto quanto siamo indietro. Le case degli italiani non sono particolarmente piccole, il MEF ci dice che le dimensioni medie sono di 117 mq, in linea con altri paesi quali Francia e Germania, dati imparagonabili con i 245 mq di dimensioni medie delle case negli USA. Tuttavia secondo quanto pubblicato dall”ISTAT nel “Rapporto Bes 2016: il benessere equo e sostenibile in Italia” nel 2015 «circa il 9,6% della popolazione lamenta condizioni abitative difficili». Percentuale molto più alta rispetto alla media Ue: fanno peggio solo i paesi dell’Est (Polonia, Bulgaria, Lettonia, Ungheria e Romania). Meglio di noi anche la Grecia, il Portogallo e la Spagna. Aumenta il fenomeno del sovraffollamento (dal 27,2% del 2014 al 27,8% del 2015). Stando alle definizioni Eurostat, per sovraffollamento si intende quella situazione in cui non ci sono abbastanza stanze per tutti (per rispettare gli standard minimi ci deve essere, ad esempio, una stanza per la coppia, una ogni due bambini e una per ogni adulto).

Diminuisce invece la quota di chi lamenta problemi strutturali, come infiltrazioni, umidità da soffitto o infissi, anche se resta alta (dal 25% al 24,1%). Rimane stabile, al 7%, la quota di chi dichiara di avere problemi di luminosità. È invece pressoché nulla la percentuale di coloro che si ritrovano a non avere un bagno, una doccia o acqua corrente. L’indice di bassa qualità dell’abitazione deriva dalla combinazione di tutti questi elementi, trattandosi della percentuale di persone che vivono in ambienti sovraffollati e che presentano almeno uno tra i problemi strutturali (riferiti a soffitti o infissi), di luminosità o relativi alla mancanza di bagno/doccia con acqua corrente. Il risultato è che quasi uno su dieci riscontra la combinazione. Fin qui la media nazionale, ma le differenze sul territorio non mancano: l’indice di bassa qualità dell’abitazione è più alto nel Mezzogiorno (11,8%) e più basso al Nord (8,4%) e al Centro (8,9%).

La qualità delle nostre case risulta piuttosto scadente oggi. Case costruite con materiali di bassa qualità, case i cui spazi sono molte volte ridotti ai minimi termini, case in cui i coefficienti di aereo-illuminazione sono stati interpretati solo come fastidiosi impicci normativi da aggirare per minimizzare i costi dei serramenti, che comunque risultano sempre di bassa qualità. Case in cui molte volte mancano tutti quegli spazi “in più” perché si è progettato per risparmiare lo spazio, per sfruttarlo, perché il mq costa. Ma oggi quanto vale un mq? Qual’è il valore di un metro quadro per chi si trova in quarantena domiciliare e la sua casa deve essere contenuta in una stanza? Quanto vale la luce del sole e la vista per chi suo malgrado è un hikikomori separato dalla realtà? E domani quale enorme valore avranno gli spazi collettivi ed i giardini condominiali quando bambini e anziani potranno ritrovarsi in piccole nuove comunità, quando vicini di pianerottolo dopo essersi ignorati per anni nella frenesia quotidiana svilupperanno nuove relazioni? E quanto valgono i terrazzi abitabili in queste giornate di sole? Quante vale oggi un mq?

Saremo in grado di rimettere mano a standard minimi di luce, aria e verde? Saremo in grado di recuperare dai nostri archivi meravigliosi progetti elaborati da generazioni di architetti per far sì che il social housing sia quello delle relazioni e non quello fatto sui nostri divani guardando gli smart phone? Ma soprattutto saremo in grado di farci sentire come categoria e convincere il resto del mondo rispetto alla necessità di ripensarlo a partire dalla casa così a lungo dimenticata? Tutte queste domande al momento aperte fanno sentire sempre più urgente la necessità di riportare l’architettura al centro delle politiche del nostro Paese. Architettura davvero centrata sulla qualità dello spazio pubblico e privato. Sappiamo che oggi il patrimonio edilizio è progettato e realizzato in minima parte da architetti e sappiamo che le logiche edificatorie si sono prevalentemente basate su meccanismi di prevalente interesse economico piuttosto che sociale e qualitativo. Questa emergenza dovrà riscrivere queste regole, si dovrà guardare a quanto hanno fatto gli altri paesi europei, rispetto ai quali siamo cronicamente in ritardo, in termini di concorsi, affidamenti d’incarico e semplificazione normativa. Il concorso di progettazione pubblico e privato dovrà divenire lo strumento principale per la progettazione, allo scopo di attingere ogni volta alle migliori risorse intellettuali a disposizione. I concorsi dovranno essere trasparenti e pensati ogni volta con il solo ed unico obbiettivo di realizzare l’opera. Si dovrà cercare sempre preventivamente il più ampio consenso all’avvio del procedimento interpellando in fase pre-concorsuale tutti gli stakeholders. Gli architetti dovranno necessariamente divenire figure centrali nei processi edilizi circondandosi di preziose altre professionalità complementari. Gli studi professionali dovranno quindi espandersi per andare ad assorbire in parte anche quei professionisti che, oggi in un mercato ampio e disorganizzato, esercitano attività progettuali in sostituzione all’architetto. La nuova logica dovrà vedere un’integrazione tra le professioni e non una loro sovrapposizione. Il tutto ad esclusivo interesse della qualità del costruito. L’Italia da anni ha un disperato bisogno di Architettura, scritto non a caso con la maiuscola, probabilmente questo è uno di quei momenti in cui potrebbe essere possibile riscrivere le regole di un sistema che prevalentemente la scrive in minuscolo quando non la sostituisce con edilizia.

[Tommaso Michieli]

15.4.20

 
 
 

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