Emanuele Piccardo. Bill Menking, un californiano “radicale”

E’ mancato ieri Bill Menking, amico prima che editore e direttore della sua creatura The Architect’s Newspaper, dopo una lunga lotta contro il cancro, come scrive Matt Shaw nell’editoriale sulla sua rivista, aveva 72 anni. Nel 2006 insieme a Filippo Romano eravamo in viaggio verso Arcosanti quando, nell’intermezzo newyorchese, mi ha presentato Bill. Fin dall’inizio ho potuto apprezzare la sua generosità e la sua umanità, ogni volta che ci incontravamo a NY o Venezia. Nel 2010 Nina Rappoport, storica dell’architettura sua collega al Pratt Institute, la scuola dove insegnava insieme a Giuliano Fiorenzoli (architetto e membro del gruppo radicale fiorentino Zziggurat), mi aveva invitato a presentare il documentario che avevo girato sull’industriale Adriano Olivetti (Lettera22) in un seminario su architettura e industria Vertical Urban Factory, una ricerca da lei condotta. Ero ospite a casa di Bill a Tribeca, in un bellissimo loft in cui chiacchieravamo di America ma soprattutto di architettura radicale. Lui aveva scritto con Peter Lang il primo libro sui Superstudio, che Luca Molinari gli aveva pubblicato nel 2003 per Skira, aprendo la strada ad altre ricerche compresa la mia. Proprio l’architettura radicale era l’altra ragione della mia permanenza a New York perché Beatriz Colomina mi aveva invitato a presentare la ricerca “Dopo la rivoluzione. Azioni e protagonisti dell’architettura radicale italiana 1963-1973”, ai suoi dottorandi alla Princeton School of Architecture. Ricordo che insieme a Bill scherzavamo sulla coppia Colomina-Wigley che-lui raccontava essere soprannominata, nell’ambito accademico newyorchese, “a power couple”. Nel 2014 ero a New York insieme all’artista Gianni Pettena, ospiti da Bill, stavamo raggiungendo Los Angeles per la mostra “Beyond Environment”, che avevo curato insieme ad Amit Wolf al Los Angeles Art Contemporary Exhibition, dove Pettena era protagonista. Una sera organizzò una cena in onore di Gianni a cui partecipò anche Fiorenzoli e dalle parole di Bill si percepiva ancora intatto il suo amore per la Toscana e Firenze, quando trent’anni prima aveva conosciuto Superstudio, UFO, Archizoom, Pettena…

Questi mie ricordi privati aiutano a comprendere la sua umanità e curiosità nel confronto con gli altri. Tuttavia il suo contributo alla critica dell’architettura, non è avvenuto solo con la rivista, bensì con la sua partecipazione all’attività dello spazio no profit Storefront for Art and Architecture di cui era un sostenitore. Nel 2008 Menking fu nominato curatore del padiglione americano alla biennale veneziana. Era ancora presidente George W. Bush, poco prima che nel novembre Obama vincesse le elezioni Bill aveva già impostato il padiglione anticipando i temi del “yes we can”. All’ingresso del padiglione un diaframma di tela con impressa una immagine della recinzione tra Messico e U.S.A. accoglieva i visitatori, a rimarcare la sua volontà a far riflettere su una questione che allora e ancora oggi non è stata risolta. Nel 2010 insieme ad Aaron Levy aveva pubblicato con l’Architectural Association il libro Architecture on display: on the history of Venice Biennale of Architecture. Il libro raccoglieva una serie di interviste ai direttori delle biennali, dal 1975 al 2010, (Vittorio Gregotti, Paolo Portoghesi, Francesco Dal Co, Hans Hollein, Massimiliano Fuksas, Deyan Sudjic, Kurt W, Forster, Richard Burdett, Aaron Betsky, Kazuyo Sejima e al presidente Paolo Baratta) con lo scopo di indagare il cambiamento del display e quindi del rapporto tra mostra-contenuto-spettatore.

Fare critica per Bill era considerare tutti i punti di vista dimostrando una onestà intellettuale nel presentare i temi, anche nell’ultima controversa polemica sulla chiusura della School of Architecture at Taliesin, The Architect’s Newspaper aveva rappresentato tutte le posizioni in campo dalla Frank Lloyd Wright Foundation alla The School of Architecture at Taliesin dagli studenti ai professori, senza far sentire il punto di vista della rivista. Un modo di fare critica a cui noi siamo poco avvezzi ma che consente di formarsi una opinione sui fatti in modo chiaro e inequivocabile.

Questa sua attitudine e schiettezza nell’affrontare le questioni sono l’eredità che ci lascia questo grande uomo californiano “radicale”!

[Emanuele Piccardo]

12.4.20

 
 
 

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