Emanuele Piccardo. Il futuro non esiste, viviamo il presente!

Negli anni cinquanta Buckminster Fuller si pone al servizio dell’uomo: “l’uomo non inventa nulla scopre princìpi che sono operativi in natura e spesso trova il modo di generalizzare questi princìpi e riapplicarli in direzioni sorprendenti. Ma quello che fa l’uomo non è affatto artificiale, la natura lo deve esprimere e se la natura lo permette è naturale” (1).
Gianni Pettena, artista e architetto radicale, nel 1978 incontra Fuller e nella intervista pubblicata su Domus l’architetto americano afferma:
“Pensando in modo globale alla nostra nave spaziale terra (Spaceship Earth), io ho dato alla terra questa definizione di astronave, come ad una nave che ha a bordo tutte le sue risorse, che ha a bordo tutta la conoscenza accumulata finora, e anche le persone che sanno come usare quella conoscenza e quelle risorse, e questo riguarda tutti, come a bordo di una nave” (2).

La nave spaziale terra oggi è in pericolo, l’uomo per cinquant’anni ha iniziato il processo di distruzione della terra attraverso una società fondata unicamente sul capitale finanziario che ha prodotto deforestazione, degrado del suolo ed erosione di coste e ghiacciai, necessari alla sopravvivenza di animali e umani. La pandemia globale del Corona virus (Covid-19) ha messo in evidenza le fragilità e la dissoluzione della società contemporanea alterando quegli elementi fondamentali su cui i nostri stati si sono costituiti: democrazia, solidarietà, uguaglianza. Ha determinato un radicale cambiamento delle nostre abitudini di vita, nelle metropoli, nelle città, in pianura, al mare o in montagna, e il conseguente ritorno ad una dimensione claustrofobica della vita come se fossimo in stato di guerra. Il virus ha cambiato il nostro rapporto con lo spazio e il tempo. La maggiore concentrazione del nostro tempo all’interno dello spazio domestico diventa una grande opportunità per ripensare il nostro modello di vita famigliare, di sviluppo delle metropoli e dell’economia. Il futuro non esiste più oggi come prospettiva alla quale tendere, va eliminato dal lessico e sostituito con la parola presente. Oggi viviamo il presente, dove i fenomeni, siano essi alluvioni, pandemie, terremoti, si manifestano in tempo reale e dobbiamo assumere atteggiamenti nuovi, immediati, attraverso l’elaborazione di un pensiero critico politico.

D’altronde il cinema ha anticipato lo stato attuale se pensiamo a Sabotaggio, girato a Londra da Alfred Hitchcock nel 1936 che si basa sulla paura collettiva generata da un black out. Proprio durante il black out si manifesta il panico dei londinesi mentre ladri e assassini possono agire liberamente. Infatti la pandemia genera uno stato emotivo di insicurezza, al pari delle restrizioni imposte, giustamente, dal Governo Conte, la cui diretta conseguenza sono l’occasione per le rivolte nelle carceri italiane o la disubbidienza dei “migranti” dalla Lombardia verso le località di villeggiatura o di origine. Queste azioni ci fanno tornare alla mente un altro film 1997: Fuga da New York (1981) diretto da John Carpenter. “La Manhattan fatiscente che divora i condannati nelle sue voragini oscure-scrive il critico cinematografico Fabrizio Violante- funziona allora come un monito urgente del regista al mondo: la città sta morendo, o forse è già inesorabilmente morta. La grande mela, l’iperluogo immaginifico dove si coagulano desideri e valori del sogno americano, è ridotta a una gated community al contrario, dove la società ha confinato gli a-sociali, siano essi pellerossa, killer, zombies, alieni, o altri mostri, ossia tutto il campionario dis-umano del rimosso della civiltà americana” (3). Noi stiamo vivendo la stessa situazione in cui la gate community però è l’intero Stato, in cui ogni abitante di qualsiasi etnia, reddito, educazione vive “democraticamente” nello stesso modo e con le stesse regole per un periodo limitato di tempo. Una situazione post apocalittica che Ray Milland, attore e regista, ben rappresenta nel suo film Panic in the year Zero (1962) dove una famiglia  lascia Los Angeles con la roulotte mentre lui stesso nei panni del protagonista scorge l’esplosione nucleare nello specchietto retrovisore. Questa nuova situazione genera l’anarchia nella popolazione che assalta i market e compie ogni tipo di soverchiamento delle regole democratiche.

Tuttavia la consolidata allergia alle regole degli italiani si manifesta anche nel momento in cui la politica invoca il cosiddetto “modello Genova” (la ricostruzione del viadotto sul Polcevera) per la gestione della crisi sanitaria, dove si agisce senza il rispetto delle leggi solo ed esclusivamente per affermare la propaganda dell’efficienza in un perenne stato di emergenza, dai crolli ai terremoti. Il Corona virus ci offre una grande occasione per ripensare il nostro rapporto con gli altri, con la tecnologia, con la natura. Proprio in questo momento l’utopia tecnologica, come veniva definita negli anni sessanta dagli architetti radicali, da Archigram ai 9999, deve consentire alle comunità disagiate e marginali, italiane e internazionali di poter sopravvivere economicamente e socialmente grazie al superamento del digital divide. Se analizziamo i dati, in gran parte delle regioni italiane oltre il 60% delle famiglie ha raggiunto una velocità di download tra i 30 e i 100 mbps, ma restano ancora aree in cui si raggiunge solo un range di abitanti del 35-40% come la provincia di Cuneo, Verbano-Cusano-Ossola, gran parte della Val d’Aosta, Trentino Alto-Adige, Friuli-Venezia Giulia, le province interne dell’Abruzzo, il Molise, le Marche, e il beneventano campano (Fonti AGCOM aggiornate al 29/10/19). Non bisogna dimenticare che nelle aree interne italiane vive un quarto della popolazione pari al 22,3% (circa 13 milioni di abitanti, dati SNAI) residente in Italia, ciononostante questo tema non riesce ad entrare nel dibattito politico perché sovrastato dalle continue emergenze, esito di una debolezza italica: l’assenza di programmazione preventiva.

Il futuro non esiste più, viviamo il presente!

[Emanuele Piccardo]

10.3.20

(1)R.B.Fuller, Architectural Design n.12, 1972
(2)G.Pettena, Bucky Fuller tre anni dopo, Domus 582, Milano 1978
(3)Versione in italiano del testo scritto da Fabrizio Violante all’interno di E.Piccardo (edited by), Visionary Thinkers, archphoto2.0, plug_in, Busalla 2017

 
 
 

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