Antonio Lavarello. Teoria e critica del “Cerchio rosso”

Vista aerea dell’area di progetto, © The Big Picture, courtesy by Stefano Boeri Architetti

Il concorso per la risistemazione dell’area interessata dalla costruzione del nuovo viadotto Polcevera, indetto dal Comune di Genova, costituisce un episodio di una certa rilevanza nel panorama architettonico e urbanistico italiano, oltre che, naturalmente, nell’ambito del dibattito locale sulle trasformazioni del capoluogo ligure. L’importanza di questa procedura selettiva e del suo esito, di recente presentato ufficialmente, deriva non solo dall’attenzione generale della politica, della società e dei mezzi di comunicazione nei confronti delle vicende che hanno seguito il crollo del ponte progettato da Riccardo Morandi, ma anche dal notevole interesse delle specifiche questioni urbane che il concorso chiamava ad affrontare: dalla complessità del contesto costituito dalla bassa Val Polcevera alla relazione con il viadotto in costruzione (realizzato con la supervisione del Renzo Piano Building Workshop), dalle inevitabili valenze simboliche relative alla memoria della tragedia alla difficile congiuntura economica e sociale nella quale versa Genova, sino alla scelta di governare la risistemazione di un ampia porzione di città attraverso il disegno di un parco.

In attesa di poter effettuare, come sarebbe auspicabile, una comparazione relativa perlomeno ai sei progetti finalisti (se non alla totalità dei 31 partecipanti alla prima fase), i cui elaborati non sono al momento stati resi pubblici dall’ente banditore, è possibile provare a formulare alcune osservazioni di carattere critico e teorico riguardanti il progetto vincitore, firmato dagli studi di architettura milanesi Stefano Boeri Architetti e Metrogramma e dalla paesaggista olandese Petra Blaisse (studio Inside Outside), insieme a un folto gruppo di consulenti specialistici (Mobility in Chain, Transsolar, Tempo Riuso, H&A Associati, Laura Gatti, Luca Vitone, Secondo Antonio Accotto). Le riflessioni che seguono, che somigliano più ad appunti rapsodici che ad un’analisi sistematica, non intendono soltanto contribuire alla comprensione e alla critica delle scelte progettuali alla base del lavoro di Boeri e del resto del gruppo, ma anche cogliere l’occasione per affrontare – senza alcuna pretesa di esaustività o di organicità del discorso – alcuni temi di carattere più generale che dal progetto emergono in modo quasi emblematico.

Prologo. In una Genova lontana lontana…

…diciotto anni fa, Stefano Boeri entrava nel novero dei finalisti del concorso per la trasformazione di Ponte Parodi, uno spazio di importanza strategica al centro del bacino portuale. Il progetto, battuto al fotofinish da quello di Un Studio e firmato da Boeri insieme a Rem Koolhaas, prevedeva una grande piazza quadrata incassata al di sotto del livello del mare, e circondata da un perimetro edificato che sembrava contenere la spinta dell’acqua (i). Il concorso di Ponte Parodi è stato con tutta probabilità l’ultimo concorso di architettura di una certa rilevanza bandito dall’amministrazione pubblica a Genova, prima del Parco del Ponte.

Affinità e divergenze

Il progetto vincitore del Parco del Ponte è stato immediatamente soprannominato dai media mainstream e dal pubblico generalista “il cerchio rosso”, in ragione della figura che emerge con più evidenza dal disegno generale. Se oggi come allora Boeri metteva al centro della propria proposta un grande vuoto definito da un deciso gesto geometrico, molti elementi concorrono a misurare le differenze tra la Genova (l’Italia) di allora e quella di oggi, oltre che sull’architettura dei primi anni 2000 e su quella di un ventennio dopo.
La prima significativa divergenza riguarda la risposta al bando. Nel 2001 tra i finalisti, accanto ai già menzionati Un Studio (vincitore) e OMA e a Giancarlo De Carlo compariva Foreign Office Architects, mentre tra i partecipanti di alto livello internazionale si possono ricordare Ove Arup, David Chipperfield, Dominique Perrault, Bernard Tschumi, MVRDV. Nel 2019 l’unico soggetto davvero paragonabile per prestigio ai nomi sopra elencati è proprio Stefano Boeri e le partecipazioni non italiane non solo risultano esigue per numero, ma anche per rilevanza (ii).


OMA, Stefano Boeri, progetto per il Concorso di Ponte Parodi

Il secondo punto di contrasto è relativo all’occasione da cui scaturisce il concorso; allora si demoliva per precisa scelta il passato portuale della città – i silos granari – nell’ambizione di costruire un futuro di servizi, turismo, intrattenimento, oggi si è costretti a far fronte, non senza un certo serpeggiante disincanto, al crollo di un’importante infrastruttura ereditata da un passato del quale ormai siamo ben lontani dal poter scegliere liberamente di fare a meno. In terzo luogo è interessante notare la distanza tra allora e oggi nella comunicazione grafica del progetto da parte del medesimo progettista. Mentre l’aggressivo attivismo delle politiche urbane perseguite in tutta Europa nei primi anni 2000 era ben rappresentato dai rendering di Boeri e OMA, crudeli espressioni di avanguardia, dichiaratamente grossolani, acidi e cupi come un rave party, oggi sarebbe probabilmente quasi suicida comunicare un progetto come quello di cui ci occupiamo – portatore di profonde trasformazioni urbane – senza il mellifluo fotorealismo delle immagini presentate di recente a Palazzo Tursi, avvolte nella luce di un sole splendente o tuttalpiù nel chiarore attenuato di un rassicurante crepuscolo; una patina di forzato ottimismo che seppur necessaria, risulta largamente insufficiente a placare i dubbi sulle coperture economiche della realizzazione, sulla gestione degli edifici e degli spazi aperti, sul contenimento dei tempi di costruzione, e suscita invece quell’amaro sarcasmo, tipicamente genovese, che qua e là ha già cominciato ad affiorare.

Soprattutto però sembra importante rilevare le differenze tra gli elementi più rilevanti di ciascun progetto, che pure, come già notato, presentano una qualche analogia strutturale. Nel concorso di Ponte Parodi il perimetro che circondava la piazza quadrato era costituito da grandi volumi costruiti, mentre nel Parco del Ponte la circonferenza che prova a ricucire il frammentato tessuto urbano ai piedi del nuovo viadotto è un sottile file rouge, niente di più che percorso pedonale destinato ad assumere maggiore consistenza soltanto saltuariamente, in corrispondenza di alcuni specifici episodi; in luogo della muscolarità degli interventi urbani di fine/inizio millennio, la ritirata strategica del progetto urbano post-2008 che, perlomeno in Italia, suggerisce ai più avveduti – tra i quali Boeri – una certa economia di mezzi, una salutare continenza nelle ambizioni. Al di là della scaltrezza della scelta di un segno sufficientemente semplice e diretto da risultare in sintonia con il pragmatismo che sembra connotare Marco Bucci e la sua giunta, e da costituire un vettore presumibilmente efficace nel trasmettere il progetto alla cittadinanza e ai mezzi di comunicazione, emerge l’abilità dei progettisti nel governare la scala quasi territoriale dell’intervento, confrontarsi con la presenza ingombrante delle infrastrutture (non solo il viadotto disegnato Piano, ma anche la ferrovia e l’autostrada A7), ottenere una limpida unitarietà del disegno e persino permettersi un certa monumentalità, attraverso un elemento tutto sommato delicato. Solo la torre eolica, sembra contraddire questo apprezzabile equilibrio espressivo, entrando in competizione con la necessaria verticalità delle strutture del ponte senza alcuna vera buona ragione per farlo, al di là della retorica della sostenibilità con cui i progettisti hanno provato a giustificarla.

Genova per noi

Tuttavia, al di là del gioco – non del tutto peregrino – delle analogie e delle differenze, il progetto vincitore del Parco del Ponte conferma la capacità di comprendere e trattare una città complessa e peculiare come Genova da parte di Boeri – che nel capoluogo ligure in passato ha insegnato per una decina d’anni – già dimostrata nella proposta per Ponte Parodi. In entrambi le occasioni viene esaltato il carattere infrastrutturale e stratificato dello spazio urbano genovese; se nel progetto firmato con OMA prevaleva una declinazione hard, con i tunnel sotterranei che sbucavano nel grande vuoto centrale dell’isola artificiale realizzata in sostituzione dei vecchi silos, in perfetta continuità con una città fatta di gallerie, muraglioni, ascensori, funicolari, strade a scorrimento veloce sopraelevate, il cerchio che attraversa la Val Polcevera incarna una concezione più leggera e flessibile di infrastruttura, ma altrettanto genovese, basti pensare alle passerelle metalliche che nei quartieri collinari connettono gli edifici al terreno acclive o ai portici della Ripa (la prima e più rilevante opera pubblica della Genova medievale).

Arcipelago o enclave

La proposta del gruppo di progettazione guidato da Boeri per il nuovo Parco del Ponte rappresenta un’ulteriore affermazione dei percorsi pedonali sopraelevati come un nuovo tipo di spazio pubblico, via via sempre più disgiunto dalla originaria funzione di semplice collegamento. Con tutta evidenza il capostipite di questa famiglia sempre più numerosa è costituito dal parco lineare (più di 2 chilometri) realizzato in più fasi tra il 2004 e il 2019 da James Corner Field Operations, Diller Scofidio + Renfro e Piet Oudolf. nel Meatpacking District di Manhattan trasformando la High Line, una linea ferroviaria sopraelevata in disuso. Se una rapida ricerca negli archivi di siti come Archdaily o Divisare rivela il moltiplicarsi di passerelle che provano a trasformarsi non solo in landmark visivi, ma anche in spazi dotati di una propria funzione sociale, alcuni episodi particolarmente rilevanti come il Luchtsingel (2015) di Rotterdam, progettato dallo studio Zone Urbaines Sensibles (ZUS) e lungo 400 metri, o lo Skygarden (2017) costruito a Seoul su progetto di Mvrdv e lungo quasi un chilometro, esprimono la volontà di arricchire la città di un ulteriore livello di fruizione, dotato di specifiche qualità spaziali e di una sua autonomia.

Diller Scofidio+Renfro con James Corner Field Operations e Piet Oudolf, Highline a NYC

L’utilizzo di percorsi sopraelevati consente di fornire continuità allo spazio pubblico laddove il tessuto urbano sia particolarmente discontinuo, frammentato dalla presenza di aree abbandonate, zone industriali, plessi infrastrutturali: è il caso del Meatpacking District nelle prime fasi di riqualificazione post-industriale (e conseguente gentrification), intensificata proprio dal recupero della High Line, è il caso dei grandi tracciati ferroviari e stradali scavalcati dallo Skygarden e dal Luchtsingel, ed è anche il caso della bassa Val Polcevera percorsa dal cerchio rosso di Boeri, lungo all’incirca un chilometro e mezzo.
Le notevoli potenzialità che dispositivi urbani come questi sembrano promettere non devono nascondere alcuni rischi, in particolare quello di trasformarsi in sistemi disconnessi dal contesto a cui si sovrappongono; anche il progetto per il Parco del Ponte non esente da tale pericolo.

A questo proposito val la pena di risalire alle radici teoriche di Boeri e ricordare il titolo di un testo per certi versi fondamentale, Arcipelaghi e enclave. Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo (2008), scritto da Alessandro Petti, che con Boeri ha condiviso l’esperienza di Multiplicity (e può esserne in qualche modo considerato allievo); certamente con Boeri (e con Andrea Boschetti di Metrogramma) Petti condivide un debito teorico e culturale nei confronti di Bernardo Secchi, acutissimo critico della città contemporanea. Nell’analisi di Petti gli arcipelaghi sono gli spazi contemporanei interconnessi, ma attraversabili facilmente solo da chi ne ha titolo, mentre le enclave sono gli spazi volontariamente disconnessi dal resto della città per mano di chi governa le trasformazioni urbane; lo strumento più efficace per ottenere la connessione e la disconnessione sono le infrastrutture, spesso capaci di ottenere i due risultati al medesimo tempo, come nel caso delle strade di scorrimento veloce delle città americane, che costituiscono contemporaneamente un rapido e agevole collegamento tra le gated communitiy e un’insormontabile barriera con cui isolare i quartieri-ghetto. Il Parco del Ponte progettato da Boeri genererà arcipelaghi o enclave?

Ad una prima, superficiale, analisi del progetto di Boeri la passerella circolare pare disegnata per interagire in modo articolato e flessibile con ciò che incontra nel suo percorso: edifici di nuova costruzione, edifici esistenti, spazi aperti, infrastrutture sollecitano il nastro rosso a reagire e modificarsi, utilizzando un repertorio di figure e soluzioni spaziali già in gran parte introdotto dal progetto per la High Line (peraltro evolutosi e consolidatosi con il succedersi delle diverse fasi di realizzazione) e ripreso dagli altri progetti qui menzionati e da altri ancora di minore rilievo. In questo modo l’infrastruttura pedonale instaura un dialogo percettivo e funzionale con il contesto e sembra avviata sulla buona strada per dar vita ad un arcipelago senza definire alcuna enclave. In questo senso giocherà un ruolo molto importante il processo partecipativo, curato da Tempo Riuso (Giulia Cantaluppi, Isa Inti, Camilla Ponzano) e già intrapreso, affinché la complessa articolazione con cui da subito è stata concepita la passerella (che qui sta anche, metonimicamente, per il resto del progetto) si riverberi nella disponibilità ad essere modificata nel corso delle successive fasi di sviluppo (iii).

Vi è però un rischio ulteriore, dal quale la buona progettazione della passerella e il successo delle sue relazioni con il resto del progetto e del contesto non mettono al riparo: anche se il circuito funzionasse, potrebbe restare un circuito chiuso (iv) – o un sistema chiuso, proprio come sembrerebbe suggerire quella populistica narrazione della sostenibilità che a tratti pare fare capolino anche in questo caso – se non riuscisse a scambiare energie con il resto della città, cosa non banale in un contesto come quello genovese. Se le non irrilevanti superfici destinate a parcheggi – abilmente contenuti nelle modellazioni del suolo ottenute anche attraverso l’ipotesi di riutilizzo delle macerie – non sembrano costituire una risposta tranquillizzante (se c’è una cosa di cui non ha bisogno la Val Polcevera è nuovo traffico veicolare), maggiori speranze vengono accese non solo dal tentativo del masterplan di arrivare a sfiorare la fermata della metropolitana di Brin, ma soprattutto dalla presenza di una nuova stazione ferroviaria, suggerita da una pensilina che come un grande cuneo rosso si inserisce laddove la passerella interseca i binari: se questa sia destinata a rimanere una pia illusione o meno purtroppo non dipende dal progetto di Boeri.

Architettura generica

“Quali sono gli svantaggi dell’identità e, inversamente, quali sono i vantaggi della neutralità?” si chiedeva Rem Koolhaas aprendo uno dei suoi testi più noti, La Città Generica. Andrea Boschetti di Metrogramma, che ha curato la progettazione degli edifici previsti dal masterplan di Boeri e che da giovane architetto lavorò per qualche tempo presso lo studio di Koolhaas (v), potrebbe oggi rispondere che uno dei vantaggi della neutralità è che si vincono i concorsi. In primo luogo di fronte ad un futuro vago – in particolare dal punto di vista economico – come quello a cui sembrerebbe destinata la realizzazione dell’intero programma funzionale previsto dal Parco del Ponte, risulta particolarmente efficace la scelta di non affidare il valore del progetto a specifiche prefigurazioni linguistiche e formali, quanto piuttosto di affiancare all’eccezionalità del cerchio rosso – infrastruttura leggera e monumento soft, come si è provato ad argomentare sopra – quelle che appaiono poco più che generiche ipotesi tipologiche, modulabili quantitativamente e specificabili qualitativamente a seconda della piega che prenderanno le fasi successive di sviluppo del progetto. In secondo luogo il ritmo rassicurante delle coperture a shed e a botte, il sobrio abbigliamento dei rivestimenti standard, i banali telai trilitici in calcestruzzo armato rivelati con noncuranza sono caratteri dedotti con tutta evidenza dall’ordinaria edilizia industriale e commerciale presente in dosi massicce nel paesaggio urbano della Val Polcevera, e complessivamente costituiscono una forma di intelligente contestualismo e di prudente pragmatismo che sembra ben accordarsi con l’understatement genovese. Metrogramma, con una sapiente rinuncia al protagonismo architettonico, ha messo in atto una produttiva strategia improntata all’indifferenza programmatica.

La parola con la R

L’impianto planimetrico degli spazi aperti – il parco propriamente detto – disegnati da Inside Outside in collaborazione con l’agronoma Laura Gatti riprende ed enfatizza la struttura urbana che già caratterizza quel tratto della Val Polcevera, striato da fasce omogenee orientate in direzione sud-nord. La scelta, espressa con chiarezza nei diagrammi piacevolmente naïf di Petra Blaisse, ha il vantaggio della semplicità, ma non risulta del tutto convincente: le proporzioni dell’area libera a ovest del torrente non consentono alle fasce tracciate dal progetto di distendersi davvero, privandole della scala urbana che invece possiedono quelle già esistenti (il profilo dei rilievi a est e a ovest della valle, il Polcevera, i tracciati ferroviari, il tessuto residenziale di via Porro); un sistema urbano di grande forza viene ridotto, con la compressione di scala, alla reiterazione quasi decorativa di un pattern geometrico. Inoltre la frammentazione quasi ossessiva dello spazio determinata dal sincopato alternarsi delle strisce rischia di risultare ancor più debole in ragione della presenza incombente del viadotto autostradale.

Il disegno a fasce parallele risulta però più apprezzabile se lo si immagina utile, come par di capire che possa essere, al funzionamento idraulico del parco, la cui rilevanza emerge con forza dalla descrizione del progetto: “Tutte le aree verdi e le piazze saranno realizzate in modo da assorbire l’acqua piovana e le acque di scolo; l’acqua in eccedenza verrà stoccata e destinata ad altri usi come l’irrigazione”. Al netto dei prevedibili accenti politically correct (“La resilienza di questo nuovo paesaggio […] incarna anche una valenza simbolica per la ripresa di Genova dopo la tragedia del Ponte Morandi”), la concezione degli spazi aperti come un sistema capace di rispondere in modo organico alle sollecitazioni climatiche costituisce probabilmente l’aspetto più interessante della proposta di Petra Blaisse, ben più significativo del layout complessivo sopra descritto o del memoriale proposto dall’artista genovese Luca Vitone, dove 43 alberi disposti in cerchio paiono incerti tra ricordare le vittime del crollo del ponte Morandi o celebrare i personaggi liguri, a cui, attraverso un anagramma, sono dedicati (vi).

Il Parco come sistema organico resiliente
courtesy Stefano Boeri Architetti, Metrogramma, Inside Outside/Petra Blaisse

Il comportamento resiliente del parco – e forse in questo caso l’usuratissima parola-con-la-R suona meno peregrina che in molti altri – risulta rilevante non solo per la drammatica attualità della combinazione tra perturbazioni sempre più violente e un territorio sempre più fragile – ci riferiamo ai gravi danni causati dal maltempo nell’Oltregiogo nella giornata dello scorso 22 ottobre – quanto soprattutto per il legame di questo specifico progetto con una più generale idea delle relazioni tra struttura urbana ed elementi naturali. Si tratta di una questione culturale, simbolica, estetica persino, ancor prima che tecnica. La crisi demografica, sociale ed economica che ha investito molte città occidentali, tra cui proprio Genova in modo particolarmente feroce, rende sempre più difficile pensare agli agglomerati urbani come a strutture completamente artificiali, calate sul territorio e mantenute in vita facendo ricorso alla forza; appare sempre più necessario trovare pragmatici e prudenti compromessi tra l’efficienza nel funzionamento della città e la gestione di inevitabili fenomeni di rinaturalizzazione, dalla violenta rivincita dei corsi d’acqua sui tentativi di irreggimentazione alla sempre più diffusa frequentazione degli spazi urbani da parte di specie animali considerate selvatiche. Si tratta di mettere in campo ritirate strategiche che evitino tragiche e improvvise Caporetto o graduali ma implacabili consunzioni del tessuto urbano. Proprio Stefano Boeri, non solo come progettista, ma anche come ricercatore e docente universitario, ha prodotto interessanti riflessioni su questi temi, che vanno oltre il facile (e redditizio) green washing rappresentato dal Bosco Verticale: dalla riforestazione di Milano, introdotta con il progetto Metrobosco (vii) nel 2007 (con Multiplicity e Politecnico di Milano) e ripresa in tempi più recenti con ForestaMi (promossa dal Politecnico e sostenuta dal Comune di Milano), all’“etica urbana non-antropocentrica” sviluppata per due anni di seguito con l’esperienza didattica e scientifica di Milano Animal City (con Michele Brunello e Azzurra Muzzonigro) (viii). La progettazione di un parco che sappia assorbire e addirittura sfruttare l’intensità delle precipitazioni piovose e l’eventuale esondazione del torrente Polcevera, combinata con l’attenzione alla biodiversità (tradotta molto concretamente nella consistente varietà di essenze arboree impiegate) (ix), pare ispirata a buone pratiche già applicate altrove in Europa – valga come esempio il lavoro dello studio danese Tredje Natur, ed in particolare il “climate-resilient neighbourhood” di Østerbro (x) – e può rappresentare un buon modello per ripensare molte aree critiche del territorio genovese, e più in generale, un’ispirazione per riflessioni sul futuro della città e sul suo rapporto con il delicato ambiente nel quale si colloca.

[Antonio Lavarello]

24.10.19

(i).Val la pena di rileggere le riflessioni sugli esiti del concorso di Ponte Parodi pubblicate allora da Emanuele Piccardo http://architettura.it/files/20010604/index.htm.

iiTra le partecipazioni internazionali di un certo interesse al concorso del Parco del Ponte si può evidenziare proprio quella di Ben Van Berkel, nel 2001 vincitore del concorso di Ponte Parodi. Inoltre si può fare menzione dei paesaggisti tedeschi di Topotek1 e della sezione italiana di Arup. Tra i sei finalisti del Parco del Ponte compaiono i genovesi di Studio4 (insieme ad Ariu+Vallino e Gap associati), che in occasione del concorso di Ponte Parodi parteciparono insieme a David Chipperfield.

(iii)Che si tratti di un processo di partecipazione capace di provocare effetti concreti sullo sviluppo del progetto sembra farlo sperare la notizia di una prima modifica presa in considerazione dai progettisti in seguito ai primi incontri con i cittadini. https://genova.repubblica.it/cronaca/2019/10/10/news/il_parco_del_ponte_cambia_gia_forma_giu_la_passerella_rossa-238134250/.

(iv)Paradossalmente tale rischio è simboleggiato proprio dall’autoreferenzialità geomet del cerchio.

(v)Dei rapporti di collaborazione tra Boeri e OMA si è già scritto in relazione al progetto di Ponte Parodi; val la pena di ricordare anche la partecipazione di Koolhaas e Boeri (insieme a Sanford Kwinter Hans Ulrich Obrist e Nadia Tazi) al volume collettaneo Mutations (2001).

(vi)Il carattere vagamente cervellotico del memoriale si traduce nel tortuoso percorso seguito dalle parole di Vitone per descriverlo: “Ogni albero sarà dedicato a un personaggio ligure di ogni epoca dell’ambito culturale, da Montale a Pivano, da Germi a Villaggio, da Strozzi a Scanavino, da Alberti al Coppedé. Personalità nate nella regione o che nella regione hanno trovato linfa per la propria crescita, figure che con la propria immaginazione hanno contribuito a esportare nel mondo l’immagine di Genova e della Liguria. Ogni nome dell’autore sarà celato dal suo anagramma che darà il titolo alla pianta e sarà cura del visitatore, come in ogni gioco enigmistico, scoprire la persona a cui l’albero è dedicato. Un percorso libero che ognuno potrà intraprendere all’interno del Bosco e dove troverà diverse sedute caratterizzate da un disegno particolare a forma di ruota o di croce su cui potrà sedersi, leggere e riposarsi all’ombra delle fronde. La curiosità del visitatore sarà soddisfatta da delle schede botanico‐simbolico‐biografiche che per ogni albero/autore ne racconterà affinità, accostamenti e relazioni. Queste informazioni, con la relativa soluzione dell’anagramma, saranno disponibili con un’applicazione pensata apposta per il progetto. Parallelamente si vuole allestire una biblioteca dedicata a volumi di botanica e degli o sugli autori protagonisti del Bosco”.

(ix)Il tema della bioversità in ambito urbano e la sua applicazione nella piantumazione diversificata di essenze arboree sono già stati sviluppati in Italia da Petra Blaisse nel progetto per il parco Biblioteca degli Alberi di Milano (2008-2018), che significativamente si estende ai piedi dei due edifici del Bosco Verticale progettati da Stefano Boeri.

(x)Su si veda sia la pagina dedicata a tale progetto sul sito dello studio Tredje Natur (“Terza Natura”) https://www.tredjenatur.dk/en/portfolio/the-first-climate-district/, sia il sito ufficiale del Klimakvarter http://klimakvarter.dk/en/.

 
 
 

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