Antonino Terranova. In ricordo di un intellettuale ironico

Antonino Terranova

In ricordo di Antonino Terranova, architetto e intellettuale ironico attento alle mutazioni contemporanee, prematuramente scomparso, in occasione del suo settantesimo compleanno gli amici, i colleghi e gli studenti della Facoltà di Architettura de La Sapienza-Dipartimento di Architettura e Progetto, lo ricordano con un reading dei suoi testi oggi 2 aprile 2012 alle ore 18 alla Casa dell’Architettura di Roma. Archphoto gli rende omaggio con la pubblicazione di uno dei suoi più significativi saggi “La Portuense non è la banlieu”. Un particolare ringraziamento ad Alessandra Criconia.
EP

Progettare con l’abitante nella mente

Mi presento. Sono lo studioso, ma sono anche un abitante dei paraggi della Portuense, e lo sono stato per più di mezzo secolo, cambiando le età, i ruoli sociali, i luoghi, gli spostamenti, le affettività, gli umori, gli amori nei confronti degli stessi luoghi ripercorsi oppure dei nuovi luoghi che nel lungo frattempo si configuravano su una ragnatela mai completa.

Guardare le cose dal punto di vista dell’abitante che non visita giornalisticamente i luoghi pronto a lasciarli, ma che invece vi rimane confitto nel bene e nel male, significa essere detentore di una personale affettività che senti poco riconosciuta, poco interpretabile, troppo soggettiva in fondo per essere utilizzata o strumentalizzata ad un progetto. Tuttavia è questo un punto di vista reale che merita di essere messo a confronto con i marchi urbani della fetta di città in cui si abita(1). Progettare con l’utente, con l’abitante, significa assumerne il punto di vista che a qualche affettato può sembrare neobarbarico ma è vitale e speriamo progressivo.

Ovviamente, per l’architetto che voglia occuparsi di architettura in modo privilegiato, vuol dire dismettere le mitologie intorno ad una continuità arte-vita, assumersi il compito interpretativo e mitopoietico dell’architettura, situarsi nondimeno nelle nuove multisoggettività dei processi insediativi metropolitani. Senza ammiccamenti politico-populistici. Con rigore.

Tonino si chiamava Nino
Fu con entusiasmo che ci spostammo da un affitto intensivo presso piazza Bologna ad una cooperativa di impiegati e funzionari statali alla fine della circonvallazione Gianicolense in una palazzina borghese piccola piccola sull’orlo estremo della crescita urbana, di fronte alla campagna ancora agricola. Era il 1950. Dai giochi proibiti tra i plinti di fondazione del mercato di via Catania, dai giochi segreti tra i balconi e sotto i tavoli in stile rinascimento con piedi di leone e testine e cornicette dappertutto, ci eravamo trasferiti nello spazio ampio e ignoto della vallata della Marana grande, quella che sboccava nel Tevere alla Magliana, allora sconosciuta. Sullo sfondo si scorgeva, misterioso, il Buon Pastore, poi scoperto del Brasini, cui negli anni Settanta dovevano cancellare le fatate guglie; in una lontananza invisibile, si temeva il tendenzialmente famigerato Trullo. La Marana era un universo di canne e calle lungo il quale si svolgeva la lotta sorda tra ragazzini e contadini che correvano addosso quando scemo scemo, giocavi con armi giocattolo a piumini o gommini contro mucche e pecore brucanti.

Era bello guardare dai balconi la valle della Marana grande. Era bello anche prendere ogni mattina il tram 28 per andare alla scuola media, al ginnasio, al liceo classico Virgilio, dal quale si diramavano altre differentissime serie di itinerari topografici e relazionali che ti fornivano altre appartenenze. Come, incredibile a ricordare, la disinvolta facilità con la quale a lungo potevi parcheggiare la Seicento lungo via del Corso, via Bissolati, via Nazionale per andare a fare le spese, una facilità che non ti faceva sentire estraneo al centrostorico e ti faceva godere i primi tempi di percorribilità dei lungotevere o della via del Muro Torto. Era normalmente piacevole dividere le giornate tra Monteverde Nuovo, i cinema di seconda visione, le case degli amici, le passeggiate avventurose nelle campagne che non sapevi pasoliniane, il biliardo per qualche tempo ossessivo e quegli spicchi di centrocittà cui facilmente arrivavi, quasi un conquistatore, quando fosse utile.

Non ti rendevi conto che nella Roma fatta a spicchi c’erano confini poco permeabili tra il tuo spicchio e quelli, dopotutto contigui, di via Portuense e di via Aurelia.
Solo gradualmente – anche se molto accadde negli ultimi anni Cinquanta e poi con i lavori in occasione delle Olimpiadi del 1960 e ancora con alcuni effetti ritardati di quella decisiva vicenda – dovevano intervenire, e in alcuni casi vincere, gli attraversamenti trasversali alla raggiera, soprattutto la direttrice nata come via Olimpica, che oggi avvicina i quartieri Portuense e Monteverde all’Eur da una parte, e dall’altra al Flaminio rivisto con palazzetto dello sport e Villaggio Olimpico.
Credo che il culmine della crescita positiva abbia coinciso con lo spostamento a via dei Colli Portuensi. Destinata a proseguire fino all’Eur attraverso la via Isacco Newton e il viadotto della Magliana (ma bloccata per decenni anche a causa dell’incrocio con la Portuense), via dei Colli Portuensi si è configurata come una larga passeggiata alberata e commercialmente affluente per una clientela di media borghesia mercantile e professionale, e conserva ancora oggi tali fattezze benché insidiate dallo scorrimento presunto veloce che, sottopassando la Portuense in viadotto, costituisce la direttrice di relazioni urbane antiradiali. L’attraversamento benché ulcerante della villa Pamphili diventata parco pubblico unisce di molto la Portuense alla via Gregorio VII e la pasticceria svizzero-siciliana di piazza Pio XI può diventare un appuntamento veloce e piacevole. La via Portuense conosce nuovi sviluppi intorno senza mai riuscire a diventare supporto di una vita urbana arricchita.

Dal Sessanta in poi tutto rapidamente si disperde, io forse più di altri sposto il mio centro vitale e simbolico a Valle Giulia e al nostro studio studentesco di via Flaminia. La trasversale di via Olimpica prende per me il sopravvento, mi piace il tragitto in automobile con poca fretta, altri amici si allontanano, li incontro sempre di meno poi ogni tanto mi dicono che hanno una figlia laureata in architettura. Mi sorprende non averlo saputo.
L’atmosfera della palazzina è stata per lungo tempo idilliaca grazie alla partecipazione comune al progetto cooperativo e alla fruizione naturale della campagna. Dalla parte della città c’era su via Jenner l’allora misconosciuta ma strana palazzina della cooperativa Astrea dove c’era una ragazzina particolarmente carina, e poi verso il centro lontano la piazza mai formata di San Giovanni di Dio dove c’era il mercato rionale, dove c’era il cinema di seconda o terza visione.
Poi la tua vita di Tonino si spostava sempre ulteriormente e per più tempo praticamente l’intera giornata tra valle Giulia e via Bissolati dove c’era la prima libreria Dedalo e la valle dei cani ed il Pincio di villa Borghese e poi di nuovo il corso Vittorio di Italia Nostra e di Rassegna di architettura e urbanistica, mentre i tempi liberi ti trascinavano non sempre felice per ogni dove, lontano da dove, dalla ragazzina strana della cantina e dalla giovinotta dirimpetto che ascoltava i tuoi dischi ma poi…gradualmente tralasciavi le amicizie e senza accorgertene subivi gestivi il distacco della dalla tua periferia. Senza invero trovare un altro Centro.

Il Centro Storico nel frattempo istituito sembrava allontanarsi sempre più, non parcheggiavi più su via del Corso davanti a Schostal pre-intimissimi o yamamay, non posteggiavi più mezza giornata sul Lungotevere ristrutturato per le Olimpiadi né ai Mellini né vicino a piazza del Popolo. Dovevi sempre più abitarci o esserne escluso, tantopiù dal momento dell’istituzione dei cosiddetti varchi, non esistenti in natura. Nondimeno i luoghi topici della vita di Tonino si dislocavano sul piazzale del Pincio o lungo la via Flaminia, sulla via del Governo vecchio o nei dintorni di piazza Mazzini.
Olimpiadi, nel 1960 queste nel bene e nel male rivoltavano come un guanto la forma urbana di riferimento. La direttrice Olimpica diventava l’ossatura principale del quartiere, dall’Eur al Foro italico completati e poi oltre, volendo il canottaggio di Castelgandolfo ed i campi sportivi dell’Acua acetosa. Incrociava altre radiali un tempo inesistenti come la Gregorio VII o lontane come Andrea Doria e Mazzini. Benchè con ritardo più che decennale il segmento di via Isacco Newton doveva infine sottopassare la via Portuense con un’opera traumatica proprio mentre ormai sorgeva oltre il Trullo il Corviale. Mentre la crescita dell’aeroporto di Fiumicino segnava il destino di una direzione di sviluppo della città verso il mare già anticipata ma poi rimossa dalla pianificazione urbanistica pubblica, oggi molto sviluppata e tale da ridisclocare le centralità relative.

Un proliferare di palazzine sfuse e poi sempre più di quartierini di palazzine e palazze sempre più trans-tipologiche e più o meno sovvenzionate o convenzionate, un proliferare di collegi o conventi o scuole privato-religiose, uno sprawl più o meno abusivo di case isolate….
Prendendo la Portuense per il pesce di Fiumicino o la sabbia di Fregene per decenni scavalcavi una zona intermedia dove malagrotta dove ….
Ma quando Tonino mette su famiglia si sposta poco lontano, dopo un intermezzo in via Spinazzola, sulla via dei Colli Portuensi che ha tombato la grande Marana ancora capace di sprigionare canne e calle nelle crepe dell’asfalto e ancora per un po’ ultima propaggine urbana poi trasformata in viabilità di attraversamento mescolato stranamente allo shopping semi-centrale…le scuole delle bambine, il circolo del tennis, la villa Pamphili nel frattempo aperta al pubblico e subito defraudata di molta scultura e decorazione….
Ora il Monteverde di Tonino è invecchiato senza rinverdire ancora in questa periferia intermedia di borghesia piccola o minima, zona grigia senza eroismi né squallori ma pervasa di banalità irredimibile, depauperata dei cinema e d’ogni altra infrastruttura appropriata. Pochezza “naturale” di stimoli ed occasioni quotidiane o eventuali, nemmeno più le pellicole quotidiane d’ogni specie.

Il nonno di Anna

Il nonno di Anna, nata nel 1950, ha abitato in una casa del Trullo destinatagli in quanto rimpatriato dal Fascismo come ex-minatore dalle parti di Lione. Vi abitano ancora la madre ed il fratello, e conservano ancora una grossa reliquia di carbone. Erano molti così, e “si parlava francese” tra loro, e si lasciavano le porte di casa aperte, fermate con uno spago. Ricordi d’infanzia. Anche miei, ma altrove. Basta pensarci, tutti ne hanno. Progettare con l’utente in mente non dovrebbe escludere l’abitante con ogni suo carico di storie e radici magari più incerte e fragili di altre, ma paradossalmente epiche.
Le genti di Monte Cucco, sul colle che guarda dal lato opposto la via Isacco Newton che era ancora la marana, quella grande, che scendeva verso il Tevere alla Magliana, vennero più tardi, dall’alluvione di Prima Porta, senza arte né parte, se non quella di arrangiarsi che recava una cattiva nomea che rende famigerato il quartiere.
Ancora più tardi cresce il comprensorio di Monte delle Capre, disordinato ma per lotti di piccoli proprietari, dice Anna. Con un certo rispetto. Un chiosco di giornali su quella strada interessa oggi altri suoi parenti.

Il Trullo è il primo riferimento che Anna sceglie, riconoscendo certo che è per via delle sue radici, ma anche per via delle migliorie, relativamente rilevanti, che vi sono state introdotte, tra cui apprezza panchine e altri arredi urbani, marciapiedi da un po’ ben messi e lo spartitraffico di quelli metallici a croce di sant’andrea. Il Trullo rimane anche il primo luogo del commercio ordinario, delle piccole commissioni quotidiane. Anna lavora ancora qui a via Jenner dove ha accompagnato per anni fino alla fine, Attilio, e conosce anche il mio barbiere, sa che anche lui abita da sempre al Trullo. Me l’aveva anticipato lui stesso un giorno.
A Corviale abita invece, bene, essendosi anche allargato su qualche cellula contigua, Franco. Prendere il punto di vista degli abitanti veri, insediati, significa anzitutto dimettere atteggiamenti catastrofisti, spocchiosamente critici, disciplinarmente razionalizzanti dall’alto o meglio dallo specifico specialistico.

Anna quando si sposa, si sposta a Colle del Sole. Dove in anni recenti stanno costruendo grandi comprensori residenziali travolgenti. Il marito è elettrauto prima di entrare nell’azienda tranviaria comunale. Nel 1980 la famiglia si costruisce una nuova casa a Spallette di Ponte Galeria. Duecentocinquanta metri quadrati su un lotto di 3.000, con orto e giardino.Recentemente la casa è stata ampliata per riportare dentro i tre membri della famiglia di una figlia.
Le due figlie lavorano entrambe nel settore dell’aeronautica civile. Molti a Ponte Galeria lavorano a Fiumicino, bassa e media forza ci tiene a precisare. Credo intuisca dietro le mie questioni cenni di ammirazione per la storia della sua larga articolata fattiva famiglia. L’altra figlia si è trasferita vicino ad un aeroporto in Sardegna.

Sono storie che in una sessantina di anni partono dal Veneto del nonno e dalla sua emigrazione, incontrano i suoceri di Anna che abitavano a Casetta Mattei in una condizione di sopravvivente agricoltura e piccoli commerci e trasporti – insomma, accanto al Corviale che ancora non è nemmeno nella mente di Giove – arrivano ad un oggi in cui Anna parla con disinvoltura di complanari e discariche, di centri commerciali e multisale, di discariche e di raffinerie. Commerce City e Parco Leonardo e Collina Alitalia. Una condizione ancora problematica però inserita in un processo urbano riconoscibile, con anche qualche effetto urbano locale della cui qualità sarà utile discutere. Le danno fastidio le palazze nuove che hanno costruito, con il Piano regolatore, intorno alle case monofamiliari su lotto quasi agricolo che avevano caratterizzato la sua zona.

Passeggiata è una parola che evoca ad Anna il centro storico, che le piace ovviamente molto e dove può andare con il trenino metropolitano Termini-Aeroporto di Fiumicino; l’Eur che le piace con qualche riserva (credo intorno ai monumenti più monumentali del Fascismo duri da digerire) ma anche il Corviale su cui ci sarebbe da approfondire e Parco Leonardo. I centri commerciali certo ci danno l’emicrania e il bruciore agli occhi, ma funzionano bene e le nuove generazioni vi si recano con grande piacere. Certo mettono in difficoltà il piccolo commercio, ma il viale del Trullo regge abbastanza.

Anche il Corviale, ma devo insistere, e ne esce un doppio tipo di valutazione. Le abitazioni, dentro le quali si smarrì mentre distribuiva tra i ballatoi Noi Donne fino a farsi accompagnare da un inquilino, meritano ancora un giudizio negativo senza remissione. La presenza che io dico incomprensibilmente monumentale del manufatto si chiarisce solo dopo, lo vediamo sempre da tutti i lati tutti i giorni, ma si oppone ancora alla qualità architettonica, seriale e carceraria, mentre ne accoglie il fattore effetto urbano, anche qui centri commerciali e vari servizi pubblici e privati. Una piscina pubblica, tra l’altro, che ha un prezzo accessibile.
Emerge ad ogni passo ovviamente la questione caratterizzante per molta periferia. Hai mobilità e accessibilità ad una rete di cose utili e buone, ma con l’obbligo di andare in automobile. Ne consegue che lo spazio di parcheggio diventa un carattere qualitativo eminente per la scelta e la valutazione di ogni altra meta.

Una sorella si fa la casa vicino ad Anna, l’altra si sposta dal marito a Primavalle. Il fratello abita con la madre ancora al Trullo, e fa lo chef al Pulcino ballerino di San Lorenzo.
Anna alla fine rammenta che la via Portuense è vincolata, non si può estendere la sede stradale, che è stata allargata solo in alcuni tratti. Un vincolo che ha avuto più effetti negativi che positivi. Molte incongruenze edilizie non sono state evitate nei suoi dintorni, poche riqualificazioni hanno interessato un patrimonio già poco rilevante e fragile. Ingorghi epocali si ricordano al sottovia verso piazzale della Radio e durante i lavori per le grandi attrezzature recenti.

Anna si sorprende del grande sviluppo della zona, visto che il piano regolatore prometteva altre direttrici, ma sorride con me quando le ricordo che l’insediamento dell’aeroporto a Fiumicino non poteva che spingere a sviluppi in quella direzzione, e aggiungo che la via verso il mare, e la radiocentricità di Roma, erano sempre stati nell’anima vecchia, e nel portafogli, della Roma che contava. Anna non soffre ovviamente troppo per la mancanza di bella architettura, è sensibile ma non più di tanto alla mia affermazione che l’architettura bella e monumentale può costituire un fattore di identità sociale, di autorappresentazione. In fondo sembrano bastarle gli Altrove del Centrostorico o dell’Eur che vive come escursione o passeggiata di piacere. Ai suoi propri paraggi chiede una qualità dell’urbano riferibile piuttosto alle attività, e agli impegni personali di costruzione e di partecipazione – Anna sente molto l’idea di Pubblico, racconta con piacere i volantinaggi per il PCI ma anche l’autocostruzione e l’espansione della propria casa, evoca soddisfatta i contatti più ravvicinati con gli amministratori.

La mia simpatia per Anna deriva anche dal mio stesso sentirmi, benché diversamente, di periferia, dal suo rapporto certo con Attilio, dall’essere andata Livia ad abitare recentemente al Trullo (e sostenere che preferisce la selvatica spontaneità di via Monte delle Capre alla neoricca volgarità di viale dei Colli Portuensi).
Il Trullo oggi è molto differente, ma non ancora appetibile come è già accaduto a Primavalle.

Anna legge il suo pezzo di Roma nel tempo della storia della sua famiglia. Dal suo punto di vista c’è crescita dopotutto. In periferia non ci vai spontaneamente, se non in una villa ad esempio al Casaletto. Però la periferia come si va trasformando può costituire un habitat urbano soddisfacente, ammesse alcune lontananze dei beni rari, ammesse necessità inderogabili come l’automobile. Augurandoci che vengano presto superati inconvenienti gravi contro cui si lotta come la famigerata discarica di Malagrotta oppure quell’area petrolchimica che credo costituisca lo spostamento della mitica Purfina pasoliniana, dove avvenne un bell’episodio di immobiliarismo.

Quaroni e De Carlo

Ho conosciuto Ludovico Quaroni nel 1963 a Roma alla Facoltà di Architettura e De Carlo nel 1969 a Bergamo Città Alta, in due circostanze per loro e per me molto differenti. Avevo avuto di entrambi l’eco di un celebre Seminario di Arezzo, nel quale architetti e urbanisti che si sentivano innovativi rispetto alle tematiche forti ma ideologicamente ristrette del dopoguerra e del primo sviluppo. Non conobbi allora, ma solo studiando Ludovico Quaroni, la X triennale del 1954. Due convegni strategici si erano svolti intorno al 1960, pubblicati da Urbanistica in sintomatico parallelismo, che preludeva ad una spaccatura, poi registrata dall’INU.

Con Quaroni e De Carlo ho poi qualche volta interloquito a proposito di alcuni scritti apparsi sulla rivista dal significativo titolo “Spazio & Società”, che incontrava interessi di tutti sul poi anche troppo tardi e inutilmente ricercato nuovo ruolo sociale dell’architetto.
La rivista di “Comunità”, di cui ho parecchi numeri in cantina, è stato un veicolo di educazione integrale più che inter-disciplinare. Adriano Olivetti è un altro nome nevralgico ovviamente, e ancora mi interrogo. La partecipazione dei cittadini dunque era legata ad una presa di posizione ideologico-sociale socialista-comunitaria, la quale però aveva naturalmente dentro essenzialmente una retorica estetico-espressiva. L’architetto engagé si poneva comunque come un interprete della società in termini di poetica architettonica e l’idea di partecipazione era per così dire incorporata o interiorizzata, e dunque rappresentata da linguaggi architettonici: fatti di misura umana e di materiali più concreti che astratti, emotivamente carichi anche per tradizione rievocata, trascrizioni moderne dei concetti di quartiere residenziale o di core della città (dove la sproporzione era collegata al senso del cittadino per le istituzioni, sacre o profane, il Duomo o il Palazzo comunale).

Si mescolavano ambiguamente le nuove istanze conoscitive delle scienze umane – la scienza come eminenza della metodologia razionale a prescindere dal significato – e le ritornanti istanze artistiche – l’arte come luogo dello spirito e della sua espressione in significato, a prescindere dalla metodologia razionale – in una generosa voglia di ricostruire una architettura italiana però all’altezza dell’internazionale Movimento Moderno, nel frattempo aspramente criticato proprio per la modernizzazione senz’anima.

Ma, nel frattempo, i modelli della modernità razionalizzata si facevano più duramente evolutivi. E così Ludovico Quaroni, che doveva sacrificare la perspicuità del talento artistico alla dispersione sperimentale che lo conduceva dal Tiburtino a La Martella, dal quartiere di San Giusto a Prato al Casilino, attraverso lo choc scintillante delle Barene di San Giuliano, avrebbe subito definito il Tiburtino su Casabella, come “il paese dei barocchi”. La questione è ancora aperta, certo molto diversamente: quanto l’architetto è un artista interprete e quanto invece un tecnico al servizio degli abitanti resi consapevoli; quanto le scienze umane possono costituire fattori di analisi ma anche di proiezione progettuale della qualità urbana; quanto l’architettura dell’urbano è destinata a seguire le mode estetico-poetiche o quanto può o deve ritornare a costituirsi come specifica “arte di costruire la città”? Quanto contano, in tale peculiare strana arte di bordo il ruolo dei committenti differenti, della produzione edilizia e della gestione immobiliare della città? In quali modi davvero si propone l’istanza di “progettare con l’utente abitante residente nella mente”?

Nello spicchio della Portuense

Anni fa la brava fotografa Gea Casolaro impiantò un intervento ad un convegno ad Ascoli Piceno sulle risposte di un campione di cittadini ad una domanda come quella mia iniziale: quale luogo, artefatto o naturale, è per te più notevole, impressivo, visualmente ma non solo, nella fetta di città in cui abiti? In uno dei centri storici italiani più rinomati era curioso ma anche spiegabile che le risposte riguardassero il caffé d’angolo o il supermercato della vita quotidiana di ciascuno. Non so se sia bello, però, quel venire a mancare del segno dell’architettura.
Chi abita o meglio risiede al Corviale, al Trullo (A e B), al viale dei Colli Portuensi o a via Isacco Newton, perfino a via Jenner di Monteverde Nuovo, vive un sistema di relazioni reciproche, benché discontinue, peculiari, e forse trasversali. La direttrice viaria storica, di epoca antico-romana, è già segnata da una sua particolarità e parziale funzionalità marittimo-portuale, e forse permane un destino infrastrutturale spesso basso, solo talvolta alto, e comunque sporadico e un po’ estraneo. Le tracce del palinsesto, a parte i Forti però a lungo misconosciuti e poi recuperati alla bell’e meglio, sono poche, deboli, locali e comunque sporadiche.

I descrittori evidenziano come non immediatamente percepibile l’origine storica della strada, la Porta Portese nobilmente aperta sulla cinta muraria della città. Disprezzano l’indeterminatezza quasi colpevole di piazza della Radio o del budello che attraversa il sottovia ferroviario involgarendo o non-rappresentando l’ingresso della Portuense in Città.
In realtà l’impronta romanesca del pittoresco che vira nello sciatto comincia proprio subito, nell’eterogeneo aggregato di attività sulle mura, nelle condizioni di abbandono del lungotevere con il manufatto dell’arsenale pontificio, con l’uso sempre più banalizzato della strada per il domenicale mercato di Porta Portese.

Comunque la strettoia-sottovia-budello tra piazzale della Radio e via Portuense costituisce il primo traumatico segno di perifericità insignificante per la periferia portuense. Ospedali e Sanatori tardo-ottocenteschi parlano dei siti ameni extraurbani dove isolare in ghetti salubri i malati magari infettivi.
Eppure il cuneo verso il mare della città promette varie volte bene, diciamo, con l’aspirazione fascista verso i colli e verso il mare appunto, e con l’apertura dell’aeroporto intercontinentale di Fiumicino. Questo viene però servito da apposita autostrada, il trenino fatica a funzionare insieme come vettore rapido aeroportuale e come veicolo distributore ai quartieri, la via del mare affianca sempre ambiguamente e pericolosamente la via Ostiense. Il fascismo usa questo spicchio urbano per la borgata del Trullo. Famigerato a lungo e in parte fino ad oggi, e tuttavia dopo il tempo del primo insediamento soggetto a cure di miglioria adattamento affezione. Poi a lungo – trascorre fra poco un secolo! – lo spicchio sembra un’area di discarica di servizi sporchi come la discarica di Malagrotta oppure di attesa nel frattempo disponibile ad intrusioni residenziali privato-speculative o sporadicamente pubbliche non significative. Mancano in tutto il frattempo architetture e attività vitalizzanti e identificanti su livelli di rappresentatività almeno capaci di dare distinzione alla zona rispetto alle nemmeno eccelse circostanti.

Paradossalmente il monumento paradossale – Palazzo Chilometro, Chilometro Sdraiato, Transatlantico, Colosso, Il Serpentone, Muraglia di cemento armato – viene costruito al Corviale. Da allora, e durante una processualità caratterizzata da occupazioni abusive o improprie e tangenze malavitose, ma anche dalla crescita di una coscienza identitaria affidata proprio al Monumentum socialmente inviso simbolicamente riconosciuto (2).

Il Trullo B cresce contemporaneamente al Corviale, l’altra faccia spontaneo-abusivo-anarchica di un abitante in ogni caso di ceto e censo bassi, assistiti e nondimento scontento fino al vandalismo e al non pagamento dei servizi. Direi che la povertà relativa, e insieme la mancanza di insediamento di attività di livello urbano e di vitalità produttiva o mercantile all’altezza di una evoluzione che tarda a venire, costituiscono il carattere primario, direi tendenzialmente depressivo, del nostro spicchio di città. La costruzione del viadotto della via Portuense sopra la via Isacco Newton che poi prosegue verso la Magliana e l’EUR e il fuori-città costituisce un momento topico. Cresce la ancora possibile continuità della via Portuense diciamo veloce e periurbana, si interrompe radicalmente il rapporto con la viabilità fino allora tessutale dei Colli Portuensi. Il Trullo o il Corviale si avvicinano, si avvicinano l’EUR e Fiumicino, però il viadotto con snodo a quadrifoglio incompleto è un’intrusione dura e imprevista di modello città-moderna nella città ancora-tradizionale.

Né la via Portuense potrebbe mai essere una freeway. L’Ibrido si accampa sempre più nell’incontro poco progettato tra modernizzazione ritardata-dimezzata e tradizione mantenuta male più per povertà e inerzia che per intenzione. Ovviamente gli effetti sono anche controproducenti, e sono noti. Al cinema al centro commerciale al centro sportivo al parco verde o al parco divertimenti si va altrove e tendenzialmente dovunque, i tessuti dei quartieri perdono potenziale di commercio di spettacolo di tempo libero di produttività. Anche se nella storicità e nella naturalità mediterranea di Roma e dei romani tutto è addolcito rispetto al Pianeta degli Slums minacciato da Mike Davis, tutto è identicamente depotenziato!

I paesaggi romani della Portuense stanno ormai diventando paesaggi di uno sviluppo rallentato, implicito, misconosciuto o mascherato a lungo, anche da quando la collocazione dell’aeroporto Leonardo da Vinci a Fiumicino confermava tendenze di crescita più volte variamente emerse. Soltanto negli ultimi due decenni azioni e realizzazioni hanno confermato ed esplicitato la tendenza. Dunque il settore urbano è in una condizione di decisiva svolta, tra la memoria, le preesistenze, i nuovi assetti. Tra le generalizzazioni giornalistico-benculturalisti più diffuse e controproducenti c’è questa, che le città stiano diventando sempre più uguali e le loro periferie indistinguibili.

Semplicemente, non è vero. E occorre, finché possibile, approfittarne. Il settore urbano della Portuense, né così vistoso come un campo Rom né così drammatico come certi paraggi tossici alla Tor Bella Monaca, ormai periferia intermedia e area grigia senza spunti drammatici da politicizzare polemicamente, sta aspettando, oggi forse davvero, l’allargamento del sottopasso ferroviario che è rimasto identico, una sola corsia per ogni senso di marcia, dal tempo ottocentesco in cui tutto portava solo al mare. Come se il Potere, civile o religioso, non se ne fosse mai davvero occupato in termini di Ordine simbolico (il domestico può essere disordinato, e può esserlo il retro che non è necessario esporre, rappresentare, della città).

Circostanze nuove, ad esempio il terremoto di Napoli oggi denunciato come Occasione mancata per un vera Ristrutturazione urbana, si aggiungono a questioni antiche, come la disaffezione agli spazi esterni che oggi molti attribuiscono al postmoderno che lascia il Puro modern per l’Impuro che sconfina nello Sciatto. Per correggere occorrerebbe fare sacrifici, mobilitare energie di distruzione-ricostruzione che richiedono investimenti alti e di lungo termine, mettere in progetto ed esecuzione il Piccolo Progetto Urbano, con strategie varie, infrastrutturali e di tasselli ad esempio, cui è inadeguata la gestione pubblica ideologici. Occorrerebbe insomma una analisi progettuale del palinsesto in senso proprio, dove si cancella per scrivere di nuovo, anche negli aspetti che riguardano i significati dell’edificato.

[Antonino Terranova]

(1) Fetta lo uso di proposito, una torta a fette è la città di Roma secondo la divisione in Municipalità (quanto contano?), l’idea è rafforzata dalla permanenza delle strade radiali (Portuense esce da Porta Portese) e dalla presenza incombente del Grande Raccordo Anulare, anche se il modello centripeto si scontra con quella che ho definito “non-città a bolle e crepe”, eterogeneo conglomerato di entità differenti, piene e vuote, più incasinato della formula “macchie di leopardo” ma forse meno malato dell’epiteto “metastasi” urbana tutto negativo. La mia impressione è che al Portuense come altrove si stiano confrontando due modelli dell’Urbano, che viviamo in una certo spinosa condizione di transito. Città dei tessuti e città delle enclave. La qualità urbana deve fare i conti con tale condizione, e cercare nuovi paradigmi, talvolta neo-barbari?

(2) “Corviale, il Mostro, ha le ore contate…il Serpentone va abbattuto come il Muro di Berlino”
(15-12-2001). Il Mostro Metropolitano –poiché di questo si tratta, autorizzando me a trattarne! -, ovviamente, ancora sta lì, per fortuna sempre meglio. I nostri Mostri significativi non si demoliscono: ci si fanno i conti. Una parola, comunque, idiota. Come le troppe che noi architetti abbiamo lasciato si parlassero invano contro un’architettura singolare senza comprendere che il nostro primo onorevole onere era quello di difenderlo, anzi celebrarlo. Nella sua monumentalità di lucida follia della Modernizzazione Progressista, non per il suo fallimento censurabile, anzi al contrario. Il suo ruolo era comunque fin dall’inizio oltre, sul piano della rappresentazione simbolica, al  di là del bene e del male. Su quel piano sta fornendo già i suoi contributi. Non solo perché gli abitanti vedono lieti i pullman dei turisti giapponesi, anche perché il suo potere simbolico sta facendo da attrattore strano per le iniziative che promettono nuove considerazioni e attenzioni.

 
 
 

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