Emanuele Piccardo. Mario Bellini: USA 1972

bellini206Davide Mosconi con la sua Arriflex, fotografia Mario Bellini

Ci sono anni in cui pare sia accaduto tutto, uno di questi è il 1972. Il MoMa organizza la mostra sul design italiano, curata da Emilio Ambasz, Italy: the new domestic landscape, che invita i designer più “tradizionali” come Zanuso&Sapper, Aulenti, Bellini, Pesce, Mari contrapposti alla neo-avanguardia dell’architettura radicale, Archizoom, Superstudio, Gruppo Strum, 9999, Ugo La Pietra.

Il 1972 è anche l’anno americano di Gianni Pettena che presenta il suo lavoro alla John Weber Gallery, poco dopo aver terminato la residenza a Salt Lake City dove ha incontrato Robert Smithson, ma soprattutto dove ha fatto tre lavori: Red Line, Clay House, Tumbleweeds catcher.

bellini209In viaggio da Chicago alla costa del Pacifico lungo la Interstate 80, fotografia Mario Bellini

Proprio dopo la mostra newyorchese Mario Bellini, noto per il design della P101, il primo personal computer prodotto dalla Olivetti su progetto dell’ingegnere Piergiorgio Perotto, intraprende un viaggio on the road dalla costa east alla costa west degli USA, insieme a Francesco Binfaré, direttore del Centro Ricerche Cassina e l’artista Davide Mosconi incaricato di filmare il viaggio. Humboldt Books, casa editrice milanese creata dalla fotografa Giovanna Silva, dedica al viaggio americano di Bellini un interessante diario fotografico. Dalla Chicago di Wright alla Salt Lake City dei mormoni, il designer inquadra con la sua Hasselblad, frammenti di paesaggi urbani e naturali americani, in quello stesso registro narrativo dei New Topographics.

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F.L.Wright, Unity Temple, Chicago, fotografia Mario Bellini

bellini190aCongregazioni religiose, Chicago, fotografia Mario Bellini

Ritornando all’anno 1972, Stephen Shore gira l’America per raccontarne sogni e speranze raccolte in American Surfaces: camere d’albergo, ristoranti, strade, gasoline station, ritratti istantanei, sono realizzati in 35 mm e compongono una narrazione del paesaggio umano e sociale americano. Bellini percorre le highways dove per centinaia di miglia non si incontra nessuno, compiendo una esperienza spazio-temporale dell’attraversamento dei territori. L’obiettivo del viaggio è ricostruire un atlante dell’abitare americano, dalla casa della middle class alla mobile home. I luoghi ritratti poi non sono cambiati nel tempo.

bellini106Salt Lake City, Tempio dei Mormoni, fotografia Mario Bellini

A Salt Lake City, la città fondata da Brigham Young nel 1847, uno dei padri dei mormoni, il tempio oggi è ancora lì che sfoggia la sua “purezza” nel bianco della pietra e nello svettare delle torri. A Chicago “peccato di gola irresistibile per un architetto”-come la definisce Bellini- il tema sono le case di Oak Park, lo Unity Temple e la Robie House. Invece un altro luogo che muta profondamente è Arcosanti. La comunità fondata dall’architetto torinese Paolo Soleri, che sembra San Francesco, nasce dal concetto di arcologia ossia l’unione di architettura ed ecologia, nel deserto dell’Arizona dal 1970 al 1990. Qui la stiuazione è in continua evoluzione con l’edificazione della seconda volta, delle Ceramic e Foundry Apse, il Crafts, l’East Crescent, l’Anfiteatro e le Guestrooms. Nel 2006, insieme a Filippo Romano, siamo lì per la campagna fotografica Soleritown e lo spirito degli arcosantiani è lo stesso ripreso trent’anni prima da Bellini durante l’inaugurazione della prima volta in cemento armato.

bellini050aPaolo Soleri mentre illustra il suo progetto di Arcosanti, fotografia Mario Bellini

bellini057aArcosanti, fotografia Mario Bellini

bellinia049bArcosanti, alloggi degli studenti, fotografia Mario Bellini

arcosanti032Arcosanti, South Vault, fotografia Emanuele Piccardo, 2006

bellini053aArcosanti, South Vault, fotografia Mario Bellini

foto-27Arcosanti, North Vault, fotografia Filippo Romano, 2006

Il viaggio in America è un leitmotiv della cultura architettonica italiana, i primi negli anni Sessanta a compierlo sono Carlo Caldini e Mario Preti, dal 1967 all’estate del ’68, da costa a costa sconfinando in Canada per una ricerca sui campus universitari, base della loro tesi di laurea sull’Università di Firenze. Caldini, Preti e Fabrizio Fiumi (anche lui in America per conto suo), erano membri del gruppo radicale fiorentino 1999, poi trasformatosi nel 1970 in 9999 con l’adesione del fotografo Giorgio Birelli. I luoghi attraversati e fotografati sono gli stessi che Bellini ritrae cinque anni dopo, Arcosanti e Cosanti, Berkeley, San Francisco, ad eccezione dell’Expo Montreal ’67, Las Vegas, Los Angeles e della NASA a Cape Canaveral.

Il viaggio, dunque, non è un modo solo europeo di appropriarsi dei luoghi e conoscerli, ma fa parte anche del nomadismo americano nel cambiare spesso città e modalità abitative, da case più stabili a quelle più temporanee, privilegiando alla città luoghi più isolati. Questo nomadismo si inserisce nella storia dell’America che vede protagonista l’epopea della frontiera e la conquista del West per ragioni essenzialmente commerciali. La fotografia è il mezzo per raccontare il Nuovo Mondo e le sue contraddizioni sperimentali, è erede delle avanguardie storiche e negli anni Sessanta è al centro dell’interesse di molti intellettuali tra i quali gli architetti. Viene usata per fare fotomontaggi (Superstudio, Hans Hollein, Archigram) e per fotografare le opere degli artisti, laddove proprio la fotografia testimonia l’esistenza stessa dell’opera. Nel caso di Bellini la fotografia sostituisce il taccuino di memoria lecorbuseriana, e con estrema attenzione alla composizione delle immagini restituisce una iconografia del paesaggio americano fresca e fuori da quel genere fotografico, il reportage sociale, di cui la società italiana del tempo era pregna. Fotografare le strade, le insegne dei negozi, le chiese battiste e gli interni delle case, rientra in quella narrazione che ha avuto prima in Walker Evans e dopo Robert Frank, Robert Adams e Shore i fautori di un nuovo linguaggio visivo basato sul racconto della quotidianità; fuori dagli immensi vuoti dei deserti e dei parchi resi celebri da Carleton Watkins e Ansel Adams.

[Emanuele Piccardo]

19.10.15

archphoto ringrazia Giovanna Silva per aver concesso il diritto di utilizzo delle immagini.

 
 
 

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