Luca Guido. Frammenti Expo ’67: Alexander Calder e Emilio Vedova

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Emilio Vedova, schizzo per Percorso/Plurimo,/Luce, Expo, Montreal 1967
Courtesy Fondazione Vedova

L’Expo dell’anno in corso, consacrato al tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita, ha generato una pletora di mostre, dibattiti e pubblicazioni dedicate a cibo e alimentazione, mettendo in luce una certa mancanza di fantasia nel declinare le questioni che la manifestazione milanese vorrebbe e potrebbe evocare.

Fa eccezione la mostra Frammenti Expo ’67: Alexander Calder e Emilio Vedova, organizzata a Venezia presso la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, poiché propone, in maniera intelligente e curiosa, un astuto parallelo con l’Expo ’67 di Montreal. L’esposizione universale realizzata in Canada era, infatti, ispirata al tema Terre des Hommes/Man and His World, suggerito dall’omonimo libro di Antoine de Saint-Exupéry del 1939 (in italiano tradotto come Terra degli uomini , e in inglese conosciuto col titolo Wind, Sand and Stars), poeticamente vicino alle questioni messe in gioco dall’edizione del 2015.

Calder e Vedova furono tra i protagonisti dell’Expo del 1967 e la mostra veneziana, divisa in due parti, con allestimento a cura di Italo Rota, si pone l’obiettivo di ricostruire il loro contributo. In una sezione, a cura di Germano Celant e realizzata in collaborazione con la Fondazione Calder, è presente l’interessante documentazione dell’intervento di Calder a Montreal. La gigantesca scultura astratta commissionata dalla International Nickel Company of Canada (INCO), installata all’ingresso dell’Expo e denominata Trois Disques, (ma nota, per motivi opportunistici, anche col titolo Man/L’Homme), viene dettagliatamente documentata attraverso maquettes, film, disegni e alcune preziose fotografie di Ugo Mulas.

16---AC-Trois-disques-foto-MulasAlexander Calder, Trois disques, Expo, Montreal 1967, fotografia Ugo Mulas
© Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati Courtesy: Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli. All works by Calder © 2015 Calder Foundation, New York / SIAE, Roma

Nell’altra sezione, a cura di Celant con Fabrizio Gazzarri, si propone ai visitatori un’interessante ricostruzione critica dell’installazione di Vedova denominata Percorso/Plurimo/Luce, che era parte integrante dell’allestimento del Padiglione italiano del ’67. Le installazioni di Vedova e Calder rappresentavano un mondo fiducioso nel futuro e nelle risorse offerte dalla tecnica, pronto ad immergersi in situazioni nuove e a sperimentare sensazioni mai provate prima. Se oggi siamo orientati a guardare al mondo in maniera preoccupata, cercando di promuovere un’azione sostenibile ed eco-compatibile, dal settore alimentare a quello industriale, la visita alla mostra della Fondazione Vedova mette in luce l’approccio degli anni ’60, legato ad un’impronta progressista che incentrava le sue attenzioni sugli sviluppi tecnologici dell’età moderna: l’opera di Calder si presentava come una sfida costruttiva, oltre che artistica, mentre quella di Vedova metteva in gioco le potenzialità dell’elettronica.

Pianta-Padiglione-italiano_Expo-1967

Pianta padiglione Italia, Expo, Montreal 1967

Tra le due sezioni della mostra, risulta significativa per gli architetti quella dedicata a Vedova per la quantità di suggestioni evocate, oltre che per i riferimenti storico-architettonici che richiama. L’intervento di Vedova è, infatti, intimamente connesso al Padiglione Italiano dell’Expo di Montreal, la cui storia è utile tracciare brevemente al fine di cogliere le differenze qualificanti tra le procedure promosse oggi dal governo italiano, per questo tipo di eventi, e quelle attuate nel passato.

Il programma funzionale e le scelte operative furono elaborate da un comitato di cui facevano parte Giulio Carlo Argan, Michele Guido Franci, Vincenzo, Fausto e Lucio Passarelli, Bruno Zevi. Mentre i registi della progettazione vera e propria del padiglione furono Bruno Munari, Leonardo Ricci, Carlo Scarpa ed Emilio Vedova. É lo stesso Zevi a dirci che furono propositi anticonformisti e coraggiosi a guidare le decisioni: “Abbiamo ragionato che se la poesia, il costume e il progresso costituiscono gli elementi distintivi delle nostre terre des hommes, certamente dovevano già trovarsi espressi nelle tendenze artistiche contemporanee; bastava individuarli. Una vocazione lirica, affidata alla forma perfetta, all’uso raffinatissimo del materiale, alla modanatura personalizzata come quella classica –vengono subito in mente i nomi di Carlo Scarpa e Arnaldo Pomodoro. Poi una corrente aggressiva, inquieta, neorealistica o meglio neoespressionistica, fondata sullo scavo manuale e brutalistico, remota da ogni geometria elementare, memore di una tradizione artigiana –Leonardo Ricci e Leoncillo. Infine, il mondo della grafica e il design –Bruno Munari e Cosimo Carlucci […] Una terre des hommes non si può tuttavia decomporre senza registrare il grado di tensione tra i suoi poli. Ed ecco il percorso, l’architettura distrutta come fatto autonomo, ansiosa di luci e colori che parlano gioie e angosce, trionfi e cadute, moti di rinnovamento e antichissimo dolore. Qui urgeva un inventore gestuale, e Emilio Vedova apparve il più idoneo.” (1) Dunque un padiglione orbitante su tre poli (poesia, costume e progresso industriale) e raccordato da un percorso qualificato da immagini vive e in movimento.

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Emilio Vedova, Percorso/Plurimo/Luce, Expo, Montreal 1967
courtesy Fondazione Vedova

Attorno a queste intuizioni programmatiche si sviluppa un progetto eterogeneo, frutto di un lavoro di squadra, in cui architetti e artisti non progettano un involucro da riempire a posteriori, ma degli spazi che partecipano al significato etico dell’esposizione. Ecco la differenza tra questa esperienza di ieri, che dovrebbe fungere da esempio, e l’approccio di oggi: prima ci si affidava alla cultura, attualmente prevalgono i processi economici, gli appalti, le improbabili strategie di marketing; i ministri scelgono sulla base di suggerimenti dettati da sconosciuti funzionari della burocrazia statale.

Nel baricentro del padiglione viene collocato il contributo dell’artista veneziano. L’installazione di Vedova consisteva in una serie di 14 proiettori, realizzati ad hoc dalla Siemens/Bauer e programmati elettronicamente per mostrare, in sequenza asincrona, 112 lastrine di vetro preparate dall’artista in vetro di Murano, dopo un anno di sperimentazioni presso la Fornace Venini e dopo un periodo di approfondimento e di prove messe in atto presso gli spazi veneziani della ex Abbazia di San Gregorio. La proiezione, che investiva sia i pannelli delimitanti il percorso che il pubblico, era accompagnata dalla musica elettronica realizzata da Marino Zuccheri dello Studio Fonologia RAI di Milano. Tra i materiali esposti è anche possibile visionare il video del primo film a colori della RAI, Pittura-Luce per Montreal, realizzato appositamente per questa occasione e riprodotto nella puntata della trasmissione Incontri con, a cura di Gastone Favero, che documenta il lavoro di Vedova. Ulteriore nota positiva, nella ricostruzione della Fondazione Vedova, oltre a interessanti materiali d’archivio, è riproposta la “forma rotante” originale, costruita in alluminio, e all’epoca montata tra i proiettori e gli schermi del Percorso/Plurimo/Luce.

Il lavoro sulle lastrine-diapositive riecheggiava la potenza materica dei disegni su vetro di Kandinsky degli inizi del secolo scorso, mentre la spazialità del percorso portava alle estreme conseguenze le sperimentazioni del ciclo dei Plurimi e di Intolleranza 60, coinvolgendo nel discorso artistico spazio architettonico, suono ed energie luce-colore.

Argan con immediatezza e profondità critica descrive con queste parole l’esperienza: “Si è voluto dimostrare, impegnando nella presentazione una delle più forti personalità artistiche, che in Italia l’arte è ancora un modo attuale di pensiero e di lotta; si è pensato che, per dimostrarlo, fosse preferibile inserire un grande artista nel gruppo dei progettisti piuttosto che raccogliere in una mostra tematica opere di molti. Era questo, d’altra parte, un modo di intervenire nel famoso e assai confuso dibattito sulla integrazione delle arti visive all’architettura, proponendo una soluzione nuova: una concordia discors, non già per affinità (o per reciproche limitazioni) formali, ma per contrapposizioni di contenuti semantici. Vedova ha afferrato subito il problema.” (2)

Vedova in altre parole ripercorreva un’esperienza importante del dibattito architettonico: quella messa in atto da Le Corbusier e Iannis Xenakis nel progetto per il Padiglione Philips di Bruxelles (1958), dove l’architettura si intrecciava al Poème élctronique di Edgard Varese, alle musiche dello stesso Xenakis, e al lavoro sulle proiezioni compiuto da Jean Petit e Philippe Agostini.

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Allestimento mostra Frammenti Expo ’67: Emilio Vedova, Venezia 2015
fotografia Vittorio Pavan

Ecco dove risiede l’importanza della rievocazione veneziana dell’Expo 1967. Ci ricorda, tramite l’opera di Vedova, che l’arte concorre al cammino umano e delle nazioni quando è capace di veicolare, non tanto messaggi pretestuosi o meramente educativi, ma immagini emozionali capaci di agire su interessi morali. Lo stesso Vedova parlando della sua esperienza teatrale coinvolge il lavoro artistico in una dimensione etica che oggi pare sfuggire a molti architetti e artisti: “Si tratta di consegnare immagini ‘strutture della coscienza operante’ come scrive Sartre. Non elencazioni dentro un illustrativismo eludente problemi di realtà, ma il ripercuotersi profondo dei moti di questo reale drammatico e allarmistico, il partorire ‘mostri e streghe’ da questa società allucinata […].”(3)

[Luca Guido]

7.10.15

(1) Zevi, B. “L’Italia all’Expo universale 1967 di Montreal” in L’architettura, cronache e storia, n. 141 luglio, p. 143, 1967

(2) Argan, G.C. “Emilio Vedova: il percorso” in L’architettura, cronache e storia, n. 141 luglio, p. 158, 1967

(3) Vedova E., “Mia esperienza teatrale” in Nono- Vedova. Diario di bordo: Da “Intolleranza 60” a “Prometeo”, a cura di Stefano Cecchetto e Giorgio Mastinu, Torino: Allemandi, p. 27, 2005

 

 
 
 

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