Emmanuele Jonathan Pilia. Lettera ad archphoto sul gruppo G124

pilia

Caro Emanuele,

dopo diverse sessioni di scrittura, o almeno di tentata tale, devo sentirmi costretto ad alzarmi dal tavolo. I miei tentativi sono semplicemente stati dei buchi nell’acqua. Il mio problema credo sia molto semplice: non riesco a capire cosa ci sia da commentare riguardo questo ricettario. Sento di poter descrivere la mia attitudine come quella di critico interessato ai fatti sociali ed i fatti estetici. Potresti rispondermi che questi due sono presenti, ed in effetti è così. Ma di fatto entrambi scivolano nella loro diretta degradazione: nel populismo retorico e nel populismo romantico. Ogni singolo insuccesso nel terminare il mio scritto per voi è stato accompagnato da un fastidioso retrogusto. Non era il mancato approdo ad infastidirmi, quanto il sapore di quella carne che ero costretto ad assaporare tentando di farne emergere le sfumature dalle papille. Gli ingredienti sembrano pregiati e di buon taglio (effettivamente, le città italiane stanno pagando lo scotto di decenni di pianificazione errata), eppure il condimento è dosato in modo tale da vanificare lo sforzo culinario. Vorrei parlarti di questo mio stato d’animo perché racchiude una mia preoccupazione: il fatto che in ben pochi abbiano percepito la bassezza teorica di questo rapporto, nonché delle basi culturali e tecniche che lo supportano, mi fa pensare che un mio antico sospetto si stia concretizzando, ossia la (per ora quasi) totale auto-destituzione da qualsivoglia ruolo culturale ed urbanistico da parte degli architetti. Il fatto che solo in pochissimi ed attenti osservatori abbiano rilevato le basi prima accennate (retoriche e neo-romantiche, comunque due facce della stessa medaglia) mi getta in uno strano sconforto. Ma vorrei argomentare evitando di lasciare le mie impressioni coperte da una metafora gastronomica.

Che il documento del gruppo g124 si aprisse con una serie di saluti, dediche e interventi istituzionali, inseriti più per rito che per reale funzione nell’economia del testo, non era da mettersi in dubbio. È altrove che l’antipasto mostra il suo aspetto, introducendo al vero cuore dell’operazione: due citazioni, una di Céline ed una di Calvino, mostrano l’arrogante ingenuità che sottostà all’approccio sulla periferia. Un ideale che nasce da un sentimento edulcorante ed evanescente, dove le parole chiavi “frammento” e “periferia” giustificano la presenza di una frase che comunque continua ad essere una mera decorazione.

In periferia, è soprattutto con i tram

che la vita arriva al mattino.

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

Ci sono frammenti di città felici

che continuamente prendono forma

e svaniscono, nascoste nelle città infelici.

Italo Calvino, Le città invisibili

Una decorazione che si ripete ancora ed ancora, ottenendo un ruolo davvero notevole, se non strutturale, occupando con ogni coppia di frasi l’intero spazio della pagina. Le fotografie da stock, come in ogni guarnizione, aggiungono davvero poco al sapore del complesso, coprendo unicamente il lavoro di corredo alla retorica delle enormi citazioni di cui sopra.

Perché insistere sulle soluzioni grafiche? Perché le scelte segniche conferiscono qui una determinata atmosfera, che influisce non poco nell’esperienza della lettura del bollettino. Difatti, la retorica viene mantenuta e perseguita nei tantissimi e brevissimi scritti che guidano la lettura, così come ovviamente in quello dello stesso Renzo Piano. Ma nonostante il tono fastidioso, è in queste poche righe che emerge il vero obiettivo del Senatore: «le periferie sono sempre abbinate ad aggettivi denigranti. Renderli luoghi felici e fecondi è il disegno che ho in mente»1. A cui prosegue la domanda che Piano pone in effetti a se stesso: «diventeranno o no parte della città? Riusciremo o no a renderle urbane, che vuole anche dire civili?»2. Il capoverso conclude con una frase che è definibile come esercizio dadaista: «esse rappresentano la bellezza che ancora non c’è»3.

Queste righe mi sembrano guidate da un pregiudizio che sarà il principale condimento della pietanza: la periferia è opposta al centro, e questa opposizione è di ordine estetico, infrastrutturale e demografico. Ultimo assioma del teorema, la periferia nasce e cresce in funzione alla sua antinomia al centro. Centro e periferia sono due ordini di grandezza tra loro incompatibili, e la mancata centricità della periferia dipenderebbe appunto dalla differenza di peso specifico, dalla mancata erogazione di servizi e da uno scarto estetico. Gli chef invitati a preparare il banchetto, rigorosamente giovani e belli, sono stati selezionati in base alla loro capacità di progettare istituti penitenziari, gettando un’ombra lunga sulla reale percezione che si ha di quel particolare luogo che qui viene denominato “periferia”, influenzando l’intero processo.

Eppure, e questo è piuttosto grave, tale periferia non viene mai definita in modo scientifico, non si capisce quale siano gli ingredienti che servono a preparare una buona “periferia”. Questa viene conosciuta per lo scarto dal centro, ma non per le sue caratteristiche. Tanto è vero che Mario Abis, nel suo breve intervento, rivela quanto queste “periferie” siano «diverse tra loro per struttura economica, sociale, demografica, e anche per livelli di degrado urbanistico e architettonico»4. Lo stesso Abis coglie la complessità dei problemi della parte di territorio che viene qui presa in esame, rilevando la preoccupante complessità dei problemi sociali, psichici, gestionali di una realtà che non è riducibile a un’etichettatura di comodo. È possibile trovare una soluzione univoca a tale diversità? A quanto pare sì, e tale conciliazione sarebbe possibile tramite la nozione di rammendo, di cui, ancora una volta, non viene offerta alcuna definizione, lasciando all’intuito il compito di ipotizzare che si tratti di una strategia d’azione puntuale e per parti, condita di un’immancabile e latino ottimismo, sperando che questo agire per elementi puntuali possa generare un circolo virtuoso capace di insaporire una pietanza che sembrava ormai essere andata a male.

Ma affidarsi alla speranza, in questo caso, aumenta il rischio di pericolose indigestioni: come è possibile approcciare in modo così superficiale al problema? Come è possibile “sperare” che tutto vada bene, invece che progettare una visione sistemica capace di darci una quasi certezza? Perché non accettare che alcune realtà, semplicemente, sono sbagliate e che occorrono interventi radicali e su più livelli (non solo architettonici)?

Quando la modernità non aveva ancora messo a disposizione dei ventri urbani l’abbondanza e la disponibilità di cibo di cui possiamo oggi godere, era abitudine, nelle case contadine, tenere un calderone costantemente riempito dagli alimenti meno freschi, onde evitare di renderli irrecuperabili. Un po’ di immaginario cinematografico, un po’ di orgoglio di quartiere, un po’ di tenero amore sbocciato sull’asfalto: anche questa pietanza mescola tutto con tutto, “sperando” che il piatto sia gustoso e che gli ingredienti non causino mal di pancia. Ma, caro Emanuele, caro Luca, caro Luigi, e cari tutti quelli che già hanno scritto al riguardo e che invidio profondamente per esserci riusciti, l’architettura dovrebbe avere un approccio scientifico in questo tipo di pratiche, non affidarsi all’aruspice.

Inoltre, non posso rimanere indifferente ad affermazioni come quelle presenti nell’intervento di Ottavio Di Blasi, dove si può leggere che «per riqualificare le periferie serve vita vera, ricca e pulsante, servono funzioni vitali, giovani che lavorano, comunicano e scambiano. Non è dunque una questione di forma urbana, ma piuttosto di funzioni»5. Ma questo è semplicemente ingenuo, perché non tiene conto dell’importanza del rapporto tra la percezione di sicurezza di un ambito urbano ed il suo modello formale, e che questo rapporto è cruciale per la vita di quell’ambito urbano, o dei vari fattori che rendono più o meno viva un’area. Oppure, ancora più banalmente, che il disegno del camminamento, degli arredi e dei fronti stradali, sono più che semplici corredi. Non si tratta di disegnare bene la panchina, ma di come questa conforma un delimitato spazio, e come una serie disegni un ambito pedonale oppure no. Certo, mi si potrebbe dire che questa affermazione è oscenamente riduzionistica, ed in parte sono pronto ad ammetterlo, ma affermare che la forma non ha alcun ruolo mi sembra ancora più solipistico. Il riduzionismo di fondo nasce dal voler credere che basti una formula veloce per risolvere una situazione creatasi da decenni di mal governo.

Potrei cercare in modo impietoso ogni singola idiosincrasia dei vari interventi, ma sarebbe sciocco, anche perché alcuni dei quali sono brillanti, ed altri peccano solo di qualche piccola ingenuità. Il punto è che manca una visione di insieme, capace di creare quella virtuosità di cui si è parlato. Ma, caro Emanuele, d’altronde, l’ipotesi di laboratorio è quella di una contrapposizione tra due realtà monolitiche, che, perdonami la ripetizione, sono identificate in un centro e in ciò che lo rende tale, i quali quindi sono investiti di due diverse identità. La metodologia si concentra sull’analisi di quello che in alcuni ambiti didattici vengono chiamati vuoti urbani, i quali vengono quindi, per l’appunto, riempiti secondo una strategia della congestione6. Sarebbe facile ironizzare sul termine congestione, ma non occorre essere ciechi di fronte ad una antipatia gastrica maturata nelle prime pagine, e sarebbe infame affermare che sono completamente assenti spunti di interesse nei progetti. Eppure, ancora una volta, il quadro generale è di una povertà che atterrisce: leggendo le descrizioni delle esperienze, dove le passeggiate esplorative con gli studenti delle scuole dei luoghi analizzati, l’elogio dell’autocostruzione e il disegno di arredi con materiali di recupero, non riescono ad apparirmi soluzioni avvincenti. In effetti, la delusione per l’insieme delle proposte non è poi così grande: se le prime pietanze avevano condimenti che confondevano il palato più preparato, non sarebbe stato saggio aspettarsi un dessert memorabile. Eppure, ancora una volta, una ingenuità ed uno scarso aggiornamento di fondo mi atterra più di quanto avessi sperato: le suddette fioriere con oggetti di recupero, i container, tentativo di spostare l’azione sotto i viadotti, e quanto di peggio gli anni ’90 ci hanno lasciato in eredità. Ma d’altronde, considerato la qualità del fuoco, difficilmente poteva uscire dal forno qualcosa di diverso. I progetti, infatti, prendono in eredità i vizi dell’approccio: a cavallo tra populismo retorico e populismo romantico, sembra che ciò che manca sia proprio un sufficiente realismo capace di incidere significatamente e di resistere alla prova del tempo. D’altra parte, se i progetti non appaiono credibili, al contempo non riescono ad essere neppure sufficientemente radicali per poter offrire spunti nati dall’enfasi dell’urlo. Essendo un progetto pilota, ci si sarebbe aspettati di più.

Insomma, caro Emanuele, e cari Luca, Luigi e tutti voi di archphoto, lasciatemelo dire senza ironia, che avete guadagnato la mia invidia per essere riusciti ad aver scritto su questo tema, mi dispiace non poter rispondere al vostro invito a fornire la mia opinione al riguardo. Purtroppo, come dice lo stesso Piano, «in genere, la politica teme il talento perché il talento ti regala la libertà e la forza di ribellarti». E questo, per l’appunto, pare proprio un progetto politico, utile più al consenso che alla riflessione.

[Emmanuele Jonathan Pilia]

30.3.15

1 Renzo Piano Diversamente Politico, in Periferie. Diario del rammendo delle nostre città, a cura di Renzo Piano, allegato a Il Sole 24 Ore del 27 novembre 2014, p. 12.

2 Ibidem, pp. 12-15.

3 Ibidem, p. 15.

4 Mario Abis, Cambia la periferia, cambiano i modi per capirla, in Op. Cit., p. 21.

5 Ottavio di Blasi, L’impresa di Ponte Lambro, in Op. Cit., p. 27.

6 Il microintervento: una strategia di cogestione è il titolo dell’articolo illustrativo riguardo uno dei progetti di G124 per Torino, in Op. Cit., p. 62.

 
 
 

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