Luigi Manzione. Rammendi nel vuoto

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Napoli, periferia, immagine da Google Earth

“Uno scrittore – diceva Luciano Bianciardi – dovrebbe vivere in provincia (…) perché la provincia è un campo d’osservazione di prim’ordine.”1 Sostituiamo “scrittore” e “provincia” con “architetto” e “periferia” e ritorniamo al 2014, un anno appunto “vissuto in periferia” dal gruppo di lavoro G124 istituito dal senatore Renzo Piano, i cui risultati sono raccolti nel “Diario di un anno di rammendo”.2 “Il lavoro che abbiamo svolto quest’anno – affermano i giovani architetti impegnati sul campo – rappresenta una vera novità, (…) una metodologia di lavoro e un approccio alle problematiche della città molto diverso da quelli consueti. Ci siamo chiesti come un cittadino qualunque si potrebbe comportare al nostro posto.” Cerchiamo allora di capire come hanno operato e se sono riusciti nell’intento.

Il lavoro di G124 si articola su sei temi (consolidamento e restauro degli edifici esistenti, trasporto pubblico, luoghi di incontro e scambio, processi partecipativi, verde come connettivo e “bellezza nascosta”), tre aree periferiche (quartiere Borgata Vittoria a Torino, viadotto dei Presidenti a Roma, quartiere Librino a Catania) e venti punti sul “rammendo”. La sfida è racchiusa in un interrogativo-chiave: queste aree di margine, in termini fisici e socioeconomici, “diventeranno o no parte della città”? Ma le periferie possono diventare città nel senso tradizionale se le si riguarda nei loro caratteri e potenzialità, nelle esclusioni e nei conflitti di cui continuano a parlarci le cronache delle ultime settimane? I testi e i progetti si concentrano sull’ascolto sociale, sui processi di partecipazione, sui laboratori di quartiere, sul “cantiere leggero”, sull’idea di bellezza, sulla piccola dimensione. Fulvio Irace evoca gli Smithson, Aldo van Eyck e Giancarlo De Carlo, senza però evidenziarne le differenze. Gian Antonio Stella racconta le “periferie costruite senza amore” ma parla del passato, della loro formazione, per concludere che ci sono quasi trenta milioni d’italiani “assetati di bellezza”. Fosse solo quello il problema…

Cosa resta di questo passato? Delle periferie nate negli anni del boom economico per rispondere al fabbisogno di abitazioni, secondo una logica dell’emergenza diventata nel tempo ordinaria e imperante senza mai farsi visione d’insieme? Pur vivendo in un’epoca nella quale si profila una comune istanza di ricostruzione, le condizioni sono oggi radicalmente cambiate. I problemi complessi e globali; i soggetti, i linguaggi e i desideri molteplici e discordi. La periferia si rivela sempre più luogo della intolleranza e del conflitto. Di questo ci parlano le storie recenti delle periferie romane, milanesi e torinesi: di luoghi in cui è diventato difficile vivere e convivere, riconoscersi e comunicare. Le ondate d’immigrazione ne hanno segnato il destino, sovrapponendo tracce differenti e inconciliabili sui tessuti socioeconomici, sulle culture e sui modi di vita. Tutto è accaduto senza rivedere nel tempo le modalità di interpretare e progettare le periferie, rinunciando così ad intervenire nel vivo dei conflitti, lasciandoli del tutto irrisolti. A partire dalla mancata integrazione tra italiani e stranieri, di cui abbiamo sotto gli occhi gli effetti – e non solo sul terreno dell’habitat e della residenza – con esplosioni la cui intensità ricorda le banlieues francesi del 2005, da cui pensavamo di essere lontani anni luce.

Di fronte a tale scenario, il minimo che si possa fare è chiedersi se ha ancora senso puntare tutto sulla piccola dimensione, riproporre microinterventi e microcantieri (pure utili in certi contesti), o se non sia invece opportuno ricalibrare la strategia del rammendo puntuale proposta da G124 in un quadro più ampio. Microinterventi e microcantieri, originati anche da processi bottom-up, vanno incoraggiati: occorre però ripensarli come nodi di relazioni non limitate alle singole aree esaminate; come azioni dotate di valenza strategica e non solo come gesti puramente volontaristici. Operare nelle periferie presuppone quindi un progetto politico prima che disciplinare. Un progetto molto diverso da quello perseguito negli anni ’60-’80 proprio perché la realtà non è più la stessa. Le periferie saranno la “città del futuro”: lo afferma Renzo Piano ma lo dice anche, con meno ottimismo, Mike Davis. Di fronte alla portata del tema, la prospettiva del “rammendo” del G124, per quanto “gigantesca” nelle intenzioni,3 rischia di produrre effetti marginali nell’attuale formulazione. Il contenimento della crescita e dell’espansione periferica è un presupposto necessario, ma non sufficiente: il problema è planetario, e lo spettro potrebbe essere quello di una “bidonville globale”. Si può certo dubitare della sua imminenza ma, al di là delle indicazioni consolidate di progetto urbano (spazi pubblici lontani dal centro, verde attrezzato, trasporto pubblico efficiente come alternativa credibile all’automobile, etc.), il punto critico è che si intende operare in una periferia ancora letta nei termini del tardo Novecento, senza tener conto di quanto in Italia vi è accaduto negli ultimi trent’anni.

Non che quella lettura sia oggi del tutto priva di valore. Il racconto della formazione delle periferie è veritiero, ma riguarda appunto il passato: il loro dramma è di essere state pensate in origine per il lavoro e non per la vita delle persone. E così sono rimaste. Per incuria, per incapacità, spesso anche per calcolo, nonostante la carica utopica di cui in certi casi sono state investite. Il problema è che in molte di quelle periferie nate per lavorare il lavoro è scomparso, così come sta scomparendo il consumo, tanto idolatrato dal postfordismo, che ne ha costituito il debole collante per un certo tempo. Da spazio originario della speranza, la periferia si è trasformata, dopo la metà degli anni ’80, in “realtà scomoda per tutti gli appassionati ricercatori di finezze estetiche, per i cultori esaltati del virtuale, per i frequentatori assidui dei paradisi semiotici”.4 È vero che nelle periferie non esistono spazi pubblici ma solo spazi “senza nome” (per persone “senza nome”), non esistono relazioni ma piuttosto separazioni. Continuare tuttavia a pensarle in termini esclusivamente spaziali o formali non ha più senso. Non aiuta a comprendere la natura e la scala delle questioni, né a costruire soluzioni e scenari possibili. A meno di non volersi accontentare dell’orticello da coltivare, dei container e degli pneumatici da riciclare quali emblemi della “bellezza nascosta”. A meno di non voler esportare una “città senza luoghi” in una periferia non solo senza nome, ma senza politica e senza speranza…

Ribadita a gran voce nei testi e nei progetti di G124, l’intenzione di restituire centralità allo spazio pubblico diventa un mantra quando si riconduce, in maniera immediata, la rugosità dello spazio sociale alla apparente levigatezza dello spazio reale. Quest’ultimo è attraversato nel profondo dalle relazioni sociali ed economiche, ma reagisce alle trasformazioni con un’inerzia infinitamente maggiore rispetto ai cambiamenti nella società, nell’economia, nei modi di vita. È proprio nell’inerzia degli spazi fisici che si delineano però le direzioni di questi cambiamenti. Tener conto di questa resistenza – che coincide con la temporalità lunga delle stratificazioni – non significa che si possa continuare a leggere la periferia attraverso il filtro dei paradigmi del passato, ignorando ciò che in essa è profondamente mutato (nel lavoro, nel consumo, nella convivenza tra etnie, nelle relazioni con il sociale e con il politico). Per non ritrovarci a lavorare su un’immagine sfocata della periferia e dei “periferici”, dovremmo sforzarci di riformulare il tema quasi da capo: reinventare le strategie di partecipazione, condivisione, cogestione nei risvolti operativi rispetto ai contesti socioeconomici, agli apparati normativi, alle risorse finanziarie; veicolare presso gli addetti ai lavori uno strumentario minimo di indagine e d’intervento, implicando gli abitanti nei processi di trasformazione e incoraggiando la formazione di una coscienza civica. Il gruppo G124 sottolinea, ad esempio, l’importanza delle pratiche di manutenzione condivisa. Un eccellente proposito, ma come attuarlo – al di fuori degli esempi-manifesto – se poi i regolamenti urbanistici ed edilizi impongono una pletora di pareri e autorizzazioni, alimentando un ottuso sistema burocratico? Quando poi le sole figure riconosciute nelle procedure autorizzative sono il committente, l’impresa e il referente burocratico di turno? Si dovrebbe mettere mano, una buona volta, ad una riforma sostanziale dell’ordinamento urbanistico nazionale, puntare su pochi strumenti di pianificazione – e non basta certo il regolamento edilizio unico del decreto “Sblocca Italia” – anziché continuare a tenere in piedi un sistema condotto alla paralisi dalla sua stessa farraginosità.

Il progetto sulle periferie richiede quindi una risposta adeguata alla complessità e alla grandezza della posta in gioco. Una risposta politica, appunto. In Francia, per citare un Paese per molti versi comparabile al nostro, l’Agence nationale pour la rénovation urbaine (ANRU), istituita nel 2003 per attuare il programma nazionale di rinnovamento urbano, ha operato e opera su 490 quartieri di habitat sociale, coinvolgendo quattro milioni di abitanti, più di 12 miliardi di euro di finanziamenti statali per circa 45 miliardi di euro di lavori (pubblico-privato). Nella prospettiva di una costruzione partecipata della politica della città, la legge francese di programmazione per la città e la coesione urbana del 2014 ha introdotto un contratto di città in cui sono trattati, in una cornice comune, la coesione sociale, il rinnovamento urbano e lo sviluppo economico, con l’attivazione di politiche pubbliche relative a educazione, impiego, sicurezza, trasporto, salute. Come risponde in Italia la politica? Ad ottobre scorso il ministro Franceschini lanciava l’ipotesi di un “piano nazionale per la riqualificazione delle periferie urbane”. Tuttavia la riforma del Mibact in vigore dal 10 dicembre 2014 prevede, per ora, una nuova direzione generale “arte e architettura contemporanee e periferie urbane” dove la riqualificazione delle periferie appare una competenza accessoria. Sempre il 10 dicembre scorso, il presidente del Consiglio annunciava l’inserimento nella legge di stabilità 2015 di 200 milioni di euro in tre anni per finanziare il progetto del rammendo delle periferie del senatore Piano e del suo gruppo. A ciò si aggiungono i 3 milioni di euro previsti dalla riforma del Mibact per iniziative culturali nelle periferie urbane. Facendo due conti, qualora il programma italiano dovesse continuare in questa misura nei prossimi undici anni, saremmo a meno di un quindicesimo delle risorse finora mobilitate in Francia. Tanto per capirci sulle competenze, gli obiettivi e le proporzioni.

Da un architetto del calibro di Renzo Piano e dal suo team ci si aspetta molto, ancor più in ragione delle drammatiche condizioni delle periferie italiane. Proprio per questo, nel vedere i risultati di un anno di lavoro, la delusione è ancora più forte. Il bilancio di un’esperienza istituzionale prima che disciplinare, sostenuta e mediatizzata dai massimi livelli dello stato e della politica, con l’allineamento della stampa generalista, non può dirsi certo positivo. Un’esperienza che partorisce tre progetti e una serie di testi (alcuni peraltro acritici e tutto sommato superflui), di fronte ai quali chi ha avuto occasione di vedere anche altro negli ultimi anni non può fare a meno di chiedersi: qual è l’apporto originale? Il G124 aveva davanti a sé almeno due strade: produrre progetti esemplari da cui trarre indicazioni di metodo per gli operatori chiamati in futuro ad intervenire nelle periferie o, se voleva mantenersi su un profilo più teorico (e politico), riagganciarsi ad una riflessione sulla periferia che in Italia è stata fertile tra la metà degli anni ’90 e l’inizio del 2000. Rilanciarla, rinnovarla e renderla operante, iniziando a definire gli strumenti per attuare davvero la riqualificazione delle periferie, possibilmente senza continuare sul registro dell’emergenza, ma secondo un programma articolato in fasi e tempi credibili, come si sta facendo da anni in altri paesi europei. La mia opinione è che ha fallito in entrambe le direzioni, almeno in questo primo anno di attività. Resta intanto insoddisfatta l’esigenza, sottolineata nei resoconti del gruppo G124, di far convergere su questi temi non solo la classe politica, i progettisti, i ricercatori ma anche i cittadini, che vivono giorno per giorno il farsi e il disfarsi delle periferie italiane.

I progetti per Torino, Roma e Catania scelgono invece, come si è detto, un approccio dimesso, basato sull’ascolto e il coinvolgimento degli utenti, l’autocostruzione e l’autogestione alla microscala. Una strategia che, per voler essere fortemente pragmatica, si appiattisce sulle singole situazioni, perdendo così l’occasione di produrre ipotesi-guida replicabili, soprattutto sul versante metodologico, in contesti analoghi. A leggere le proposte si ha l’impressione di avere di fronte una versione appena aggiornata del progetto urbano nelle aree di margine che sappiamo essere, da tempo, in forte crisi d’identità e di efficacia. E non assume valore salvifico, a questo riguardo, il contributo dei diversi soggetti coinvolti nei tavoli di progettazione partecipata. Per evitare di produrre un progetto “calato dall’alto”, non è sufficiente comporre un catalogo di desiderata ma occorre ricostruire uno sguardo complessivo, con una certa dose di ambizione di cui queste proposte fanno difetto. Così contestualizzato, il tema appare ancora di ordine politico prima che tecnico. Esso ha a che fare con il conflitto più che con la metafora clinica o sartoriale. Ricucire e suturare nelle periferie non è un’operazione asettica. Ne parlava all’inizio degli anni ’80 Bernardo Secchi, anticipando che “cucire e legare tra loro parti diverse della città (…) significa ristabilire in mondo disincantato relazioni tra soggetti ed oggetti tra loro confliggenti; significa (…) affrontare il problema dell’incongruo.”5 La “medicalizzazione” senza conflitto del ruolo dell’architetto evocata da Renzo Piano, fin dalla sua antica idea dell’”architetto condotto”, non convince dunque se la si colloca in quella prospettiva; se si ripercorrono, nei loro esiti sul territorio, le storie e le mitologie del passato, che hanno peraltro fornito materia prima al neoliberismo: l’inutilità del welfare, la flessibilità, la sicurezza, la sostenibilità, di cui oggi constatiamo l’inadeguatezza.

Quando si parla di “microchirurgia” e di piccola dimensione, ci si riferisce alla periferia sorta in opposizione alla città tra la metà degli anni ’50 e i primi anni ’80, tralasciando la disseminazione insediativa del successivo trentennio, che rappresenta oggi una parte cospicua del territorio oltre la città compatta. Una pratica del rammendo può avere senso nelle aree di margine, nelle prime periferie a contatto con la città consolidata dove esiste realmente qualcosa da ricucire. Altrove appare invece improbabile: nelle seconde periferie dove sono del tutto assenti tessuti strutturati, dove si ritrovano piuttosto insediamenti monadici a formare reti a maglie larghe punteggiate da oggetti, grandi e piccoli, e da spazi più o meno significativi e condivisi. Come si può rammendare un paesaggio costruito tanto dilatato e disperso da diventare “normale”, quasi abitudinario, per una parte cospicua dei cittadini? Di fronte alle questioni e alle tensioni nel corpo delle periferie italiane, è davvero questa di G124 la risposta che ci si deve aspettare? Non è invece opportuno dislocare l’attenzione da una indefinita idea di bellezza, focalizzata solo sulle singolarità (costruite e non) per cercare di tenere insieme “rammendo sociale” e “rammendo fisico” delle periferie? Per cominciare a definire gli indirizzi e gli strumenti di un programma nazionale per le periferie, in connessione con la disponibilità di risorse e con l’accesso ai fondi strutturali europei? Al di là del giudizio sui progetti – che archphoto approfondirà negli articoli di prossima pubblicazione – ad emergere è un’assenza: la mancata elaborazione di un percorso metodologico, a partire dai casi studiati ma non necessariamente limitato ad essi, su cui far convergere un più ampio dibattito pubblico per delineare in concreto tecniche e procedure d’intervento sulle periferie italiane. Un’assenza tanto più evidente quanto più si pensa che la “metodologia di lavoro” doveva essere la “vera novità” di questo anno vissuto in periferia; quanto più si conviene che il progetto su questi luoghi non può più essere concepito in termini formali e autoriali, come si afferma ripetutamente nel primo numero di Periferie, ma dovrà essere collettivo e condiviso. O chiediamo troppo?

[Luigi Manzione]

21.12.14

1 L. Bianciardi, Il lavoro culturale, Milano, Feltrinelli, 1974 (1957), p. 19.

2 Periferie, n. 1 http://renzopianog124.com/post/103631277378/periferie-n-1-diario-di-un-anno-di-rammendo

3 R. Piano, “Il rammendo delle periferie” http://renzopianog124.com/post/74931428466/il-rammendo-delle-periferie

4 Massimo Ilardi, Nei territori del consumo globale. Il disobbediente e l’architetto, Roma, DeriveApprodi, 2004, p. 90.

5 B. Secchi, Un progetto per l’urbanistica, Torino, Einaudi, 1989, p. 31 (il testo originario è del 1983).

 
 
 

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