Emanuele Piccardo. Il deserto del pensiero architettonico

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Gli architetti italiani hanno abbandonato da tempo il campo della teoria per rifugiarsi all’interno di polemiche superficiali. Un superficialismo che ha generato un ritorno del disegno come pratica autocelebrativa e non come conseguenza di un assioma teorico  come nei casi di Paolo Soleri, Buckminster Fuller, Cedric Price, Yona Friedman o Constant. Il disegno viene concepito per soddisfare esigenze personali, riprendendo in molti casi segni noti come i reticoli dei Superstudio nei fotomontaggi del Monumento Continuo (1969). Unica eccezione lo sfondo nero al posto del bianco.
Così la pagina Facebook di Carmelo Baglivo ha proiettato nella piazza virtuale questi esercizi di stile, in alcuni casi interessanti per le suggestioni create, privi però di un manifesto teorico di supporto. La differenza con Superstudio è lampante, perché si collocava il Monumento Continuo «al termine di una storia di opposizione tra natura naturans e natura naturata -così scrive Toraldo di Francia-, ribaltando l’originale concetto di luogo come vuoto e radura nel fitto scuro della foresta primigenia, per giungere ad una architettura finale come luogo totalmente artificiale che spicca e attraversa la radura naturale della crosta terrestre resa omogenea dai processi politici e culturali del secondo capitalismo». L’interesse verso la neo-avanguardia architettonica è aumentato nel tempo, sia per il proliferare di ricerche e studi specifici, sia per via del debito di riconoscenza dichiarato da altri gruppi contemporanei. È il caso del gruppo Dogma (Pier Vittorio Aureli e Martino Tattara) e del loro progetto Stop city” che citava senza troppi sotterfugi la No Stop City degli Archizoom. Con Stop City (opera del 2007), si immaginava una città delimitata da mura cacaci di impedire lo sviluppo selvaggio del mercato, come se l’architettura da sola potesse erigere bastioni nei confronti del mercato stesso.

Una idea bella ma certamente irrealizzabile, se pensiamo all’ininfluente ruolo della politica nella gestione del territorio, appannaggio esclusivo degli immobiliaristi-urbanisti. In questo senso, l’esempio più significativo è rappresentato dal progetto Santa Giulia a Milano.
Un quartiere creato, fallito e risorto sotto l’egida dell’immobiliarista Luigi Zunino e del gruppo Intesa-Sanpaolo, dove l’immobiliarista (urbanista) ha coinvolto il big dell’architettura high-tech Norman Foster per il masterplan. Proprio Foster è l’emblema dell’architetto asservito al mercato, che da una parte lavora per gli immobiliaristi, consumando porzioni significative di territorio inquinato, e dall’altra progetta il masterplan per Masdar City ad Abu Dhabi, la prima città a emissioni zero.

Nonostante la crisi economica, che è anche morale e identitaria, nel territorio continuano le speculazioni. E a chi importa che le case restano vuote?
La crisi genera un vuoto teorico e politico, lasciando però aperti vari ambiti di sperimentazione che sembrano non interessare gli architetti, sempre più impegnati a polemizzare su Facebook, in una estenuante lotta tra appartenenti alle diverse fazioni. In questo modo si perde di vista l’obiettivo principale dell’essere architetto, cioè creare condizioni di vita migliori nelle città. Un architetto non può non occuparsi di temi emergenziali come le catastrofi naturali e il problema degli alloggi sociali (che fra l’altro sono di bassissima qualità edilizia: ci riferiamo a quelle “case” costruite da Caltagirone in piena campagna, a quaranta chilometri da Roma senza edifici pubblici e senza infrastrutture adeguate).

La crisi non è di per sé sinonimo di speculazione e fallimento. Nel recente passato, la crisi aveva almeno creato l’occasione per lanciarsi in formidabili proiezioni teoriche nei territori delle città. Oggi è capace di generare solo vuoto teorico e rancore. La desolazione che nasce dalla mancanza assoluta di pensiero si riverbera e si raddoppia in un sentimento collettivo che rimpicciolisce ogni esperienza umana e intellettuale.
Il rancore è un fenomeno nuovo che si autoalimenta, e appare sotto le sembianze di un sentimento infinito di frustrazione causato anche dall’inaccessibilità alle istituzioni culturali, ovvero Fondazioni, Musei e Università. Esemplare il caso del museo Maxxi, gestito in modo clientelare da personaggi che hanno occupato “militarmente” l’ente, senza aver vinto un concorso pubblico ma chiamati per “chiara fama” (ancora da verificare se sia reale o solo apparente), senza aver compiuto quel percorso professionale necessario a gestire quello che dovrebbe essere il nostro museo più importante, al pari, solo nelle intenzioni, del MoMa di New York e del Centre Pompidou di Parigi.

Questo aspetto dell’inaccessibilità alle istituzioni culturali è rimarcato dalla recente Abilitazione Scientifica Nazionale, che di scientifico, visti i giudizi sprezzanti emessi dalla commissione della disciplina di progettazione architettonica, ha ben poco. Se confrontiamo tali giudizi, peraltro scritti in un italiano da analfabetismo di ritorno, della commissione composta da Giuseppe Ciorra, Cherubino Gambardella, Benedetto Todaro, Luca Ortelli e Riccardo Campagnola, con quelli della commissione di Storia dell’Arte, si evince chiaramente che gli storici hanno operato con criteri più scientifici dimostrando conoscenza delle ricerche e delle pubblicazioni dei candidati. Gli architetti-commissari hanno agito senza rispetto, attaccando i candidati sul piano personale, come dimostra il giudizio espresso da Ciorra su Mauro Saito: «Si laurea a Roma con Quaroni nel 1976; trascorre periodi di studio in Germania, si dedica intensamente all’attività progettuale, sia in collaborazione che in maniera indipendente, vincendo alcuni concorsi. Collabora con Controspazio, è invitato alla Biennale di Venezia del 1996 (Folin), collabora con Mibac e con Docomomo per le ricerche sull’architettura moderna e contemporanea nella sua regione. Le pubblicazioni ci offrono soprattutto la possibilità di avvicinarci alla produzione progettuale del candidato (e non è una bella esperienza) ma rimangono molto distanti dall’approccio disciplinare e di ricerca richiesto dal profilo abilitabile. Indimenticabili i testi di Molinari e Garofalo sulle opere di Saito. Sparisca per favore».

Si ha la sensazione che nell’ambito dell’architettura sia in atto una lotta tra schieramenti, reso evidente dalle scelte operate dalla commissione che ha annullato un intero gruppo di progettisti, “colpevoli” di aver progettato e realizzato un numero di architetture maggiore rispetto a quelle progettate dai commissari. Indubbiamente non tutti i progettisti sono bravi docenti o teorici, ma il compito di un docente è insegnare la progettazione agli studenti, non creare un archistar in vitro. Un professore deve instaurare un buon rapporto con gli studenti stessi, affinché possano imparare direttamente la professione, cosa che oggi non sempre accade, a causa di una visione troppo astratta della pratica architettonica.
Il lavoro di questa commissione, nella sua totale arroganza, ha continuato ad avallare candidati dai giudizi contraddittori. Addirittura lo stesso profilo di candidato, considerato superficiale ed eclettico, determina la scelta verso il si o verso il no all’abilitazione, a seconda di chi è o non è in buoni rapporti con i commissari. Tra questi anche coloro che hanno dimostrato sul campo di essere bravi architetti (perché non dobbiamo dimenticare che il settore disciplinare è quello della progettazione).
Nonostante questo, la commissione, quando ha esaminato il profilo di un noto storico dell’architettura, non si è posta nessun problema a renderlo abile nella nuova veste di docente ordinario di progettazione, guarda caso nella stessa facoltà universitaria del commissario Gambardella. Un altro emblematico esempio riguarda un candidato che ha presentato 42 articoli scientifici scritti per la rivista Casamica, supplemento del Corriere della Sera, e che non risulta essere inserita nelle valutazioni Anvur (Agenzia nazionale per la valutazione universitaria e la ricerca) delle riviste scientifiche. Detto questo, anche l’Anvur ha avuto le sue colpe, inserendo come riviste scientifiche i bollettini parrocchiali, quelli delle società di studi storici locali o delle categorie di ingegneri e architetti, mischiandoli con le riviste di architetture serie, non solo quelle di classe A (Domus, Abitare, 2G, Casabella, Il Giornale dell’Architettura, Lotus) ma anche con le webzine ovvero le riviste elettroniche scientifiche come la nostra, archandweb, e la ormai scomparsa Arch’it.

Dunque, per quello che riguarda l’architettura (ma anche per altri campi culturali e artistici la situazione non è molto diversa) la crisi determina al tempo stesso un vuoto teorico e un vuoto della politica. Tutto è nelle mani di gruppi di potere accademico, intenzionati a gestire la futura formazione dei cittadini di fronte ad uno Stato incapace di selezionare per merito i suoi funzionari (la triste vicenda della Abilitazione Nazionale è solo uno degli episodi più evidenti).

Come possiamo aspettarci grandi idee e grandi opere, se questa è la realtà
dei fatti?

[Emanuele Piccardo]

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Outlet-I sentimenti della crisi, diretta dal sociologo urbano Massimo Ilardi

 
 
 

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