Giovanni Bartolozzi. Leonardo Ricci: un nuovo inizio

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Leonardo Ricci, Casa Baruffol, fotografia Michela Sardelli

Con una insolita lettera, dopo pubblicata su Casabella, Leonardo Ricci si dimette nel 1979 da preside della Facoltà di Architettura di Firenze. Le dimissioni segnano a tutti gli effetti un momento di forte rottura e senza ritorno. Ricci è stanco del sistema universitario a cui aveva letteralmente dedicato degli anni della sua vita mettendo da parte l’attività professionale. L’esilio veneziano è una fuga repentina da Firenze e comporta anzitutto una separazione con la città, con la scuola e non di meno con la famiglia, col suo villaggio di Monterinaldi, con tutte quelle realtà che lo avevano visto protagonista attivo fino a quegli anni.

E’ da questo periodo di esilio veneziano che Ricci avvia una fase di riflessione, di silenzio, in cui oltre a riavvicinarsi alla pittura, originaria e fedele vocazione, riavvia una stagione progettuale caratterizzata dalla partecipazione a grandi concorsi, che sarà in parte affiancata da alcuni incarichi professionali per i comuni veneti di Concordia Sagittaria e di Portogruaro, ma anche di piccoli comuni della toscana e del più noto Tribunale di Savona. Il primo concorso che svolge in Veneto è quello per il teatro di Udine, del 1974. Un progetto inedito che già nel motto “corridoio vasariano” prefigura il nucleo dell’idea progettuale. Il bando di concorso richiedeva un sistema di attrezzature culturali tra cui un grande teatro, un conservatorio, una scuola e altri servizi connessi; Per organizzare il programma Ricci individua subito un sistema urbano lineare, una vertebra che tiene insieme tutte le attrezzature caratterizzata da due importanti e simboliche testate: la scuola e il grande teatro. La prima, sulla circonvallazione, quindi rivolta verso la periferia è costituita dal nuovo teatro; la seconda, verso il centro storico, è la scuola che gravita su una importante piazza urbana. Rimane debole la cerniera tra il teatro e l’asse connettivo che Ricci chiama appunto “corridoio vasariano”, ma è molto originale l’idea di un percorso didattico-culturale come nuovo passaggio tra il centro e la periferia di Udine.

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Leonardo Ricci, Casa Baruffol, fotografia Michela Sardelli

Ci troviamo in questo caso all’interno di un tessuto urbano disomogeneo, in quegli isolati privi di identità tra centro e periferia che caratterizzano le nostre città, il tentativo di Ricci è subito quello di muoversi tra gli spazi interstiziali per configurare un impianto articolato e capillare. L’edificio è sempre concepito come parte integrante di un organismo complessivo: la città. Il suo sguardo è sempre connettivo, integrante e mai puntuale. Quella volontà di privilegiare le connessioni qui si attua in un gesto urbano forte, riconoscibile, articolato da un programma, dove il teatro diviene la testa più spettacolare del sistema, un organo sollevato da terra per lasciare spazio ad un’ampia piazza pubblica e sospeso su slanciate forcelle che svettano dal suolo.

Nei primi anni a Venezia, Ricci realizza una scuola a Concordia Sagittaria e la casa Baruffol a Portogruaro. Sono due progetti che riflettono il rigore linguistico degli anni precedenti e anticipano, soprattutto nella casa, alcuni rinnovamenti. La scuola materna è un edificio interamente realizzato in cemento armato, concepito con la stessa logica plastica della Nave di Sorgane, cioè attraverso la ripetizione di una lama strutturale che nel suo montaggio lineare costruisce l’edificio e che, grazie allo studio della sua sezione, esalta l’impianto e la distribuzione dell’edificio: una sorta di edificio-sezione a forte carica plastica. L’asilo ha una distribuzione a corridoio aperto, mentre il blocco aule, organizzato su due livelli, è caratterizzato da un profilo inclinato, da una sorta di volume raccordato al suolo che anticipa uno dei temi più ricorrenti dei progetti che analizzeremo.

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Leonardo Ricci, Casa Baruffol, fotografia Michela Sardelli

Nel comune di Portogruaro, poco distante da Concordia Sagittaria, cittadina di fondazione romana, per cui Ricci aveva elaborato il progetto di ampliamento della sede comunale e un Piano Particolareggiato, la casa Baruffol rappresenta l’unico gesto eversivo nello scenario indifferenziato di una sequenza di villette a schiera. Costretta in un lotto chiuso, ma capace di proiettarsi assai oltre, la casa è il frutto di una dialettica tra un puntiglioso committente, Ricci e l’arch. Maria Grazia Dallerba. L’immagine finale di questo progetto è assai simile a quella del padiglione italiano per l’expò di Montreal ed infatti essa è principalmente caratterizzata da una copertura sollevata che esalta il nucleo vitale della casa, il soggiorno, l’ambiente della vita comune. La casa sviluppa una sorta di dinamico impianto centrale innervato su un lungo muro che segna e attraversa tutto il lotto; Ricci avvita le funzioni attorno a questo grande pozzo di luce, il soggiorno: ennesimo tentativo di toccare il cielo, idea semplice e primordiale che conforma molte delle architetture su architetture. In questo progetto vi sono alcuni elementi di novità che ritroveremo nei progetti successivi, come l’uso del mattone che contrasta con il cemento grezzo e la composizione dinamica di figure primarie pure, il cerchio, il quadrato ruotato e tutto il vocabolario di geometrie che deriva dalla loro dinamica composizione. Si tratta dell’introduzione di elementi che possono essere riletti come influenza del Postmpodern, ma in una versione del tutto creativa, originale e non certo sterile o di puro commercio formale come quella che ha caratterizzato molta architettura degli anni ottanta.

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Leonardo Ricci, Casa Baruffol, fotografia Michela Sardelli

Sul fronte urbanistico, uno dei primi lavori in Veneto è la stesura del Piano Comprensoriale per il CO.VEN.OR, (Consorzio Veneto Orientale), un ente pubblico nato nei primi anni settanta che si occupava di programmazione sovra-comunale e svolgeva la funzione di coordinamento tra gli undici comuni che gravitavano intorno a Portogruaro. L’obiettivo era quello di elaborare delle strategie territoriali affinché questi comuni del Veneto orientale, rimasti fuori dal triangolo produttivo Venezia-Padova-Treviso (successivamente individuato come “area metropolitana”), sviluppassero dei piani urbanistici in grado di offrire delle alternative al soffocamento generato dall’espansione dei grandi centri urbani. La proposta di Ricci è quella di proporre una trasversalità territoriale, che attraverso una rilettura attenta delle emergenze locali, costruiva una sorta di triangolo rovesciato (cioè dal mare verso l’entroterra) di sviluppo delle attività e della vitalità urbana di questi comuni.

Negli stessi anni riceve un incarico assai simile a quello Veneto in Toscana ed esattamente l’Ipotesi di Piano Comprensoriale per l’area del cuoio che comprendeva i comuni di Santa Croce, Castelfranco, Fucecchio, San Miniato e Santa Maria a Monte. Di fatto si trattò del primo Piano Comprensoriale della Regione Toscana, ed ancora una volta l’obiettivo del piano era strategico e riguardava il comprensorio formato da questi piccoli comuni che rimanevano ai margini delle realtà urbane più sviluppate come Firenze, Pisa e Livorno. Al contempo si trattava di zone caratterizzate da una produzione, da una presenza industriale forte, che si erano accresciute caoticamente e necessitavano di una linea di sviluppo sul territorio. A questo piano, tra le altre cose, si deve una correzione del tracciato stradale e delle uscite della strada statale Firenze-Pisa-Livorno, modifica strutturale voluta dal piano per favorire l’integrazione di quest’area. Il piano di Ricci proponeva una pianificazione condivisa che mettesse a sistema le potenzialità dei singoli comuni per rafforzarle in un sistema di sviluppo collettivo che servisse l’intero comprensorio.

Questo è uno dei Piani che mi danno più soddisfazione”, dice Ricci, “e che in un certo senso disegnano il territorio segretamente e che daranno un volto diverso al territorio stesso, perché non è che noi abbiamo l’ambizione di costruire edifici, ma, ridisegnando questo territorio, reinventandolo, inventandosi questa città, di sei villaggi, di sei cittadine, ne abbiamo fatto una città sola. Questo è come una fondazione. Ecco, questo è, secondo me, operare organicamente. In fondo l’operazione di Ricci è riconoscibile, egli interviene attraverso un passaggio graduale di scala, al fine di ristabilire un sistema di relazioni collettive sul territorio, non solo per ottimizzare le risorse concentrandole, ma soprattutto perché egli vede nella condivisione delle risorse e delle infrastrutture la risoluzione del problema sociale. La spinta verso la condivisione a grande scala che Ricci propone attraverso questi progetti urbanistici è indubbiamente la stessa con cui aveva tentato, con risultati plastici di grande interesse, di cucire, le residenze, le cellule abitative del quartiere di Sorgane o del suo Villaggio di Monterinaldi. Vi è un passaggio di scala notevole e una realtà più complessa sul terreno infrastrutturale e politico ma l’ispirazione umana e sociale che sottende il progetto di un quartiere o la realizzazione di un piano urbanistico rimane inalterata e costituisce un punto fermo nel pensiero di Leonardo Ricci.

[Giovanni Bartolozzi]

In occasione dei vent’anni dalla scomparsa dell’architetto fiorentino Leonardo Ricci, archphoto gli dedica questo approfondimento a cura del nostro collaboratore e studioso di Ricci, Giovanni Bartolozzi. Pubblichiamo un estratto dal libro “G.Bartolozzi,Leonardo Ricci: nuovi modelli urbani”, Quodlibet, Macerata 2013.

 
 
 

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