Luigi Manzione. Trent’anni di solitudine: l’architettura in Italia dal 1985 al 2015

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“Scrivere la storia significa gestire un passato, circoscriverlo, organizzare il materiale eterogeneo dei fatti per costruire nel presente una ragione; significa esorcizzare l’oralità, rifiutare la finzione.”
(Michel de Certeau, L’écriture de l’histoire, Paris, Gallimard, 1975)

Nell’epoca dei social networks i temi della critica e della storia dell’architettura sembrano essere ritornati in auge. Ma di quale critica e di quale storia parliamo? Nell’apparente democrazia diretta dell’informazione, con il relativismo di massa che la caratterizza, si assiste spesso alla riduzione in sedicesimo di categorie un tempo dotate di una certa complessità. Ciò che in particolare sembra assente nella prospettiva attuale è il potenziale critico dello sguardo storico. Quali sono infatti gli storici e i critici che riescono a mantenere una distanza dal presente: non per darne una lettura distaccata ma per criticarlo con fondate ragioni, per “costruire nel presente una ragione” come diceva Michel de Certeau? È possibile leggere oggi tante “microstorie”, di qualità variabile, ma dov’è una “storia” che ritraccia le vicende degli ultimi trent’anni con lo spessore di quelle che hanno costruito il movimento moderno e le sue crisi? Da lettori, la stiamo ancora aspettando…

Tra i pochi libri meritevoli di attenzione del 2013, la pubblicazione presso Einaudi della Storia dell’architettura italiana 1985-2015 di Marco Biraghi e Silvia Micheli colma una notevole lacuna e una lunga attesa. Un’osservazione preliminare sul titolo e sulla datazione: l’inizio è evidente, in quanto, come riconosciuto dagli autori, l’opera comincia dove finisce quella di Manfredo Tafuri, assumendo peraltro la nozione di crisi come dato di partenza(1). Il riferimento è “ingombrante”, il che espone a riscontri e comparazioni non privi di rischi. La data finale, coincidente con l’Expo di Milano, è un termine altrettanto problematico, non tanto per la pretesa di predizione – che gli autori esplicitamente rifiutano – quanto per la motivazione quale “cartina al tornasole” per l’architettura italiana. Nella instabilità attuale, in chiave globale, non appare pacifica l’idea che l’Expo del 2015 sia davvero “l’orizzonte cui deve necessariamente riferirsi il momento presente” (p. XXI). Né gli autori si preoccupano, in fondo, di persuaderci al termine del racconto circa la necessità di quella data. Insomma, e forse è un bene che sia così, entrambe le date restano un po’ sfocate, permettendo al lettore di muoversi con una certa libertà, senza lasciarsi ingabbiare dalla stretta cronologia (passata e futura).

Il libro rappresenta il primo tentativo di ricostruire con uno sguardo unitario gli eventi dell’ultimo trentennio. Una seconda osservazione-domanda: qual è il suo oggetto? L’architettura italiana o l’architettura in Italia? È vero che la questione dell’identità viene eletta a connotazione trasversale della ricerca. Questo assunto non viene però svolto con coerenza nell’intero corso della trattazione, cosicché alla fine il quadro che emerge è quello dell’architettura in Italia, con le sue declinazioni plurali, piuttosto che lo scenario di una ipotetica architettura italiana. Un’architettura che di fatto non esiste, o non è mai esistita; un’assenza che gli autori in parte evocano quando fanno cenno all’individualismo come connotazione tipicamente italiana. Confrontato con la ricchezza e la proiezione internazionale dell’architettura italiana negli anni ’60-’70, il panorama del trentennio successivo sembra essere caratterizzato, in realtà, da un ripiegamento nazionale, da una condizione di sostanziale solitudine che non riesce a farsi identità comune.

In più, se appare documentata l’opera degli architetti stranieri in Italia, non si ritrova un’adeguata disamina dell’impegno degli architetti italiani all’estero che, come è noto, a partire dalla “generazione Erasmus”, forma una sezione significativa del lavoro dei laureati in fuga dal (fu) Bel Paese. Così, se è ben raccontata l’”invasione” delle archistar in Italia (nel capitolo settimo), nessun accenno è invece presente sull’esodo inverso. L’”architettura italiana all’estero [che] esiste davvero” (p. 103) non è, di fatto, quella dei protagonisti – Gregotti, Grassi, etc. – ma quella molto più dispersa e senza nome delle migliaia di giovani progettisti emigrati dalla fine degli anni ’90.

Come per tutte le ricostruzioni storiche, il libro suscita inoltre un interrogativo di tipo metodologico riguardo alla selezione operata e ai relativi criteri. Non sembra che gli autori abbiano esplicitato fino in fondo tali criteri, non più di quanto abbiano posto a fondamento di una ipotetica “italianità” dell’architettura un generico “approccio problematico al progetto”. Un approccio che, come si vede procedendo nella lettura, caratterizza solo una minoranza delle opere analizzate. Né appare convincente l’intenzione di prediligere una mappatura tematica in luogo di una geografica o generazionale, almeno se si guarda alla disparità di trattamento e di approfondimento delle diverse questioni emergenti nel libro. Il solo criterio di riferimento resta quello della efficacia delle scelte in rapporto alla comprensione della vicenda trentennale di cui si tratta, a partire da alcuni momenti ritenuti significativi o decisivi. Ed è su questo terreno che va valutato il quadro proposto dagli autori.

Un esame esaustivo di trent’anni di architettura è ovviamente un’impresa impossibile e, in fondo, priva d’interesse. Anche nel caso del lavoro di Biraghi e Micheli si può dire quindi che gli inventari, ancorché o proprio perché parziali, non sono inutili purché si tenga presente che il loro valore risiede più nelle omissioni che nelle citazioni. Mi sembra pertanto più fertile leggerli negli interstizi, nei vuoti. In questa prospettiva il libro può essere salutato, non già come una sistemazione definitiva, ma come l’inizio di uno scavo suscettibile di approfondimenti futuri, sia nella sezione verticale che in quella orizzontale.

Direttamente legata alla selezione è la materia principale del volume, la quale coincide in sostanza con l’architettura costruita (o, al limite, con i progetti di concorso non realizzati), con sporadiche incursioni nei domini del disegno e della teoria. A rafforzare questa scelta di campo coopera l’assenza di riferimenti alla riflessione sulla città e sul territorio nella seconda metà degli anni ’90. Un’assenza poco comprensibile se si tiene conto che quella riflessione, anticipata da urbanisti come Bernardo Secchi, venne prodotta in larga parte da architetti dediti anche al progetto e alla costruzione (Boeri, Desideri, Purini, Zardini, etc.). Gli accenni ai temi dell’urbanistica e del progetto urbano restano tali (si vedano i capitoli sulla “Reconversio urbis” e sulla “questione delle abitazioni”). L’impressione di debolezza comunicata da queste parti rispetto al resto è confermata anche dalle fonti citate, coincidenti perlopiù con le riviste di architettura, in primis Casabella, che restituiscono una visione parziale dei processi urbani e territoriali.

Volendo entrare nel dettaglio, si può rilevare una eccessiva attenzione dedicata, relativamente agli anni ’80, a figure come Alessandro Mendini, la cui opera è stata tutto tranne che “sussurrante”, e la cui citazione all’inizio del capitolo primo sembra essere piuttosto il prologo-manifesto della tragica insignificanza dell’architettura italiana degli ultimi tre decenni. Con particolare riferimento alla relazione transnazionale, stupisce un po’ la lettura di certe architetture come l’Hôtel de ville di Rezé di Alessandro Anselmi, di cui si sottolinea l’articolazione interna senza tuttavia alcun richiamo al rapporto, anche visivo, che istituisce significativamente con la vicina Unité d’habitation di Le Corbusier. Per restare su Anselmi, si esamina poi la chiesa di San Pio da Pietrelcina, rimarcandone le “volte” differenti e lo sperimentalismo, senza però far caso alla corrispondenza con il Niemeyer di Pampulha, anche nella rilettura del barocco (romano in Anselmi, coloniale in Niemeyer). D’altra parte, nella lettura di una figura senza dubbio centrale come Aldo Rossi riecheggia la voce di Manfredo Tafuri. Confermare però la definizione rossiana di “miracoli senza tempo” riguardo alle case unifamiliari americane (geograficamente e tipologicamente) di Rossi, senza evidenziarne la parallela deriva postmodern, è un’altra forzatura del libro.

Si potrebbe continuare, ma ritorniamo su un piano più generale. Tra la fine degli anni ’80 e il nuovo millennio sono accadute molte cose in architettura, anche in Italia. Cose difficili da comprendere nella prospettiva del volume, delle quali infatti non si dà conto. Con cadenza all’incirca quinquennale si sono succedute diverse ricognizioni della scena italiana. In una prima mappa, disegnata alla fine degli anni ’80, venivano indicati cinquanta nomi di architetti della “giovane generazione”(2), di cui meno di un terzo si ritrova nel bilancio di Biraghi e Micheli. Alla metà degli anni ’90, ci si misurava con le “prove generali di architettura per il fine millennio”(3): meno di un sesto dei prescelti “sopravvive” alle suddette prove nel nuovo millennio. Alla fine degli anni ’90, una nuova (nuovissima?) generazione di architetti – la “generazione della rete” di cui si parla nel 2003(4) – lavora a una rifondazione del progetto a partire da una serie di parole-chiave (inclusivismo, interconnessioni, extradisciplinarietà, operatività, omniscape, tecnologia). A giudicare dai due soli nomi, tra quelli, trattenuti nelle maglie della selezione di Biraghi e Micheli, viene da concludere che si è trattato, nella migliore delle ipotesi, di promesse mancate, nella peggiore di un rimescolamento o, peggio, di una inversione di rotta nell’architettura italiana. D’altra parte, non è casuale che un’analoga selezione presentata tre anni prima (5) sia invece rappresentata quasi per intero nella Storia dell’architettura italiana 1985-2015. Allo stesso modo, non sorprende che le scelte di quest’ultima siano in parte sovrapponibili a quelle operate in occasione della mostra “Conflitti. Architettura contemporanea in Italia” del 2005, costruita sul presupposto di una sorta di cartografia tematica dei “conflitti”, in chiave inclusiva piuttosto che oppositiva(6). Nel libro di Biraghi e Micheli si dà spazio ai concorsi (nell’ottavo capitolo), ma passa in definitiva sotto silenzio un’intera stagione che ha fatto, non senza ingenuità e approssimazione ma con vigore ed entusiasmo, della riflessione sul progetto, prima che sull’architettura costruita, il proprio cavallo di battaglia. Allo sperimentalismo si preferiscono, insomma, sentieri meno impervi…

La mappatura della produzione editoriale, contenuta nel penultimo capitolo del libro, conferma la preferenza, che diviene qui dominanza, del mezzo cartaceo rispetto all’immateriale del web: collane editoriali, riviste come Casabella, Domus, Lotus, Abitare, figure leader come Dal Co. Insomma “autori nella folla”, mentre la moltitudine – la folla che qui si fa “oscura” – viva e attiva del web, dei progetti editoriali meno mediatizzati ma non per questo meno significativi, viene sostanzialmente ignorata. Per citare solo qualche nome tra le riviste elettroniche di più lunga data: antithesi, arch’it, archphoto, presS/Tletter, etc. Missing… Anche qui si potrebbe continuare, ma credo sia più utile rimandare eventuali integrazioni a successive scritture o riscritture circostanziate della storia dell’ultimo trentennio, anziché lamentarsi delle omissioni, delle sotto(o sovra)-valutazioni, delle disparità di trattamento, etc.

I capitoli più stimolanti, dal mio punto di vista, sono quelli in cui l’architettura costruita, protagonista del libro, si eclissa a vantaggio della ricerca e della riflessione (il decimo, il quindicesimo, in parte il dodicesimo). Essi permettono di misurare la distanza e, insieme, la continuità del recente passato con il presente e, in prospettiva, con il prossimo futuro. La “ritirata strategica” (p. 184) nell’”accademia della composizione”, nell’architettura di carta, nel predominio del disegno è un tema rilevante e di indubbia attualità. Ricostruirne le origini è dunque operazione doverosa, se non per orientare il futuro, almeno per comprendere come si sia potuto produrre tutto questo. Anche il ritorno della storia e della teoria, come ausili auspicabilmente non immediati per il progetto, appare un movimento salutare per l’architettura, a condizione di non riesumare acriticamente o, peggio, riproporre stancamente modelli e figure degli aurei anni ’60-’70 (dai Radicals alla Tendenza).

Questo pericolo non è tuttavia scongiurato se si tiene conto delle modalità con le quali si cerca oggi di placare l’”ansia di certezze”, discendendo due volte nel medesimo fiume (un fiume lungo da Hilberseimer a Grassi), come suggeriscono ad esempio le nozioni di architettura “universale” e “assoluta” rispettivamente di Baukuh e di Dogma. Da questa angolazione risulta difficile capire come si possa ripartire dalla “morte dell’autore” e dal grado zero della forma quando, in realtà, si ricorre ad autori e forme fin troppo riconoscibili nella loro storicità. Su questa strada, che cosa resta di agibile se non una riproposizione del collage e della ripetizione manierista? Insomma, dall’ansia alla depressione il passo è breve…

Seguendo la ricostruzione di Biraghi e Micheli si può vedere come all’”architettura disegnata” del periodo precedente quello esaminato si sia affiancata in seguito un’”architettura insegnata”, fondata su un’idea per così dire al ribasso di autonomia disciplinare. La produzione di un’architettura “parallela”, o “inverosimile” (p. 188), pesa come un macigno sulla crisi attuale. Non solo la formazione degli architetti è stata fortemente penalizzata da questa sorta di schizofrenia, ma anche il destino di più di una generazione di progettisti e teorici, lasciati del tutto disarmati di fronte alla sfida con la realtà. In controtendenza, un punto essenziale della riflessione attuale dovrebbe essere proprio quello della ricollocazione dell’architettura nel mondo, in tutte le sue componenti relazionali e pluridisciplinari, anziché l’iterarsi della fuga verso l’universo rassicurante del disegno, che comunque conserva un proprio interesse per la disciplina.

Formulata all’inizio la domanda “oggi che senso ha una storia dell’architettura italiana?” (p. XIX), il libro di Marco Biraghi e Silvia Micheli ha, in conclusione, il merito di aver aperto la strada verso la scoperta (o la riscoperta) di quel senso, pur nelle forzature e nelle omissioni prima ricordate. E insieme di aver mostrato, suo malgrado, che la strada da percorrere è ancora lunga e tutta in salita, se la sfida è davvero quella di “comporre storia e progresso” (p. 328). Se la scommessa a venire è quella di tessere la trama di un’”architettura responsabile”, ossia capace di fornire risposte a una “domanda sociale” (in particolare in materia di abitare collettivo, di spazi pubblici di nuova definizione, etc.); di un’architettura fondata su un nuovo impegno civile (p. 330). Tuttavia pochissimi esempi di un’architettura di questo tipo compaiono nel libro: occorrerà ancora cercarli fuori, con pazienza. Ripartendo dagli interstizi della narrazione, a chi volesse riprendere il filo della ricostruzione storica spetta ora verificare e integrare un racconto che, se ha il pregio della chiarezza e della “mise en intrigue”, mostra la presenza di numerose zone d’ombra. A queste zone d’ombra si dovrà dedicare la necessaria attenzione per fare emergere frammenti di altre storie possibili (e feconde) dell’architettura italiana dell’ultimo trentennio, e oltre.

[Luigi Manzione]

(1) M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944-1985, Torino, Einaudi, 1986 (1982).

(2) Pino Scaglione (a cura di), Architettura italiana della giovane generazione, Materiali di Progetto Nuovo, 1989.

(3) Nel numero 14/1995 della rivista d’Architettura dedicato alle “esperienze dell’architettura italiana degli ultimi dieci anni”, pp. 30-60, in cui un articolo di Claudia Conforti titola, tanto per non sbagliare, “Eclettismo all’italiana”…

(4) 2A+P, Marco Brizzi, Luigi Prestinenza Puglisi (a cura di), gr. La generazione della rete. Sperimentazioni nell’architettura italiana, Roma, Castelvecchi, 2003.

(5) In Pippo Ciorra, Marco D’Annuntis (a cura di), Nuova architettura italiana. Il paesaggio italiano tra architettura e fotografia, Milano, Skira, 2000.

(6) V. Pierluigi Nicolin (a cura di), Conflitti. Architettura contemporanea in Italia, Milano, Skira, 2005.

 
 
 

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