Alessandro Lanzetta. L’Italia è un territorio nemico per l’architettura

democraziacristiana

Saverio Muratori, Sede della Democrazia Cristiana all’Eur 1955-1958

Rispetto a molte altre nazioni occidentali, l’Italia è un paese giovane con appena 150 anni di storia, in cui la consistenza dello Stato è sempre stata estremamente debole.

Come è noto, l’architettura è, per prima cosa, manifestazione del potere, i suoi linguaggi formali si nutrono della volontà politica delle istituzioni nel manifestarsi sul territorio con edifici significativi. Questa condizione, necessaria per la creazione di un’architettura nazionale, raramente è stata soddisfatta nel periodo repubblicano. Ma la questione è ineludibile: l’architettura ha bisogno di uno Stato per crescere rigogliosa, e se manca prende strade complesse e contraddittorie, tra la pura testimonianza e la lateralità assoluta.

Quasi sempre si raccontano le vicende dell’architettura italiana attraverso alcune “avventure” limitate e parziali, come la Ricostruzione, il Piano Ina Casa, le 167, la costruzione della rete delle infrastrutture del dopoguerra, le occasioni straordinarie come le Olimpiadi del 1960 o la ricostruzione dopo calamità naturali, come il caso di Gibellina Nuova. Tutti eventi importanti e fruttuosi, ma imposti da necessità straordinarie e per questo strutturalmente ininfluenti.

Invece, tutte le occasioni ordinarie in cui l’identità nazionale italiana è stata concretamente costruita con il contributo dell’architettura sono state nascoste, o addirittura cancellate, dalla critica e dalla storiografia. Ogni volta che c’è stata l’esigenza di costruire un’opera importante si è dovuto ripartire da zero, da una tabula rasa basata su amnesie e sensi di colpa, come se gli architetti fossero colpevoli delle vicende più o meno tragiche della storia del paese. Il che potrebbe anche essere vero, ma se guardiamo altrove, per esempio in Francia o in Germania, le varie fasi storiche delle evoluzioni nazionali sono state caratterizzate da analisi spietate su ciò che era o non era stato fatto, e come. Ossia attraverso una presa di coscienza e di responsabilità che ha portato ad una certa continuità nelle politiche culturali. Nei paesi dell’Europa democratica non si è quindi avuta la folle idea, tipica dell’Italia, che manifestare lo stato con l’architettura fosse una cosa imbarazzante.

Pensiamo a Berlino nel processo di costruzione della capitale multiculturale della nuova e democratica Germania, e confrontiamolo con la costruzione di Roma Capitale, un’avventura incompiuta, rinnegata e ridicolizzata dalla critica architettonica con una sprezzante alzata di sopracciglia, poiché sempre «ben’altro» andava fatto. E senza andare all’estero basta pensare ai palazzi di città che riempirono i comuni del nuovo regno dopo il 1860 per manifestare la presenza della nuova amministrazione. Esperienze feconde ed interessanti di un periodo che arriva fino allo scoppio della prima guerra mondiale, completamente assenti dalla manualistica e dalla coscienza del paese.

Com’è evidente oggi è il regime fascista che ha dato maggiore forma e struttura moderna alle nostre città, ha creato le ultime architetture veramente significative per l’idea di Stato che rappresentavano. Edifici ed interventi urbani non solo belli e funzionanti ma risultati di una volontà generale nazionale, che per molti anni sono stati semi ignorati o citati come frutto esclusivo del genio di un architetto. Caso esemplare Giuseppe Terragni definito bravo nonostante fosse fascista, e non ponendosi minimamente il dubbio che proprio la volontà di rappresentazione di quell’orrendo regime era alla base della sua capacità espressiva.

Certamente nella strana e persistente idea che non è possibile manifestare democraticamente lo stato con l’architettura sta la ragione della realizzazione degli ultimi interventi strutturali attuati sotto il fascismo, ma questa più che una spiegazione è un’aggravante della miopia della nostra disciplina. Tutte le opere di quel periodo – ad esempio la città dell’Eur del 42′ a Roma- per quanto espressione di una dottrina infame, sono chiari progetti politici di città, che rispecchiavano la società dell’epoca e riproducevano un’idea di comunità nazionale precisa; tra l’altro molto simile a quelle coeve degli altri paesi, anche democratici.

Continuando, le poche esperienze di qualità del dopoguerra sono state opere di un’eccezionale generazione di architetti che aveva respirato l’aria internazionale di rinnovamento del periodo precedente; ma l’idea di celebrare uno stato attraverso simboli unificanti si è impantanata nel prevalere dell’identità dei Partiti su quella di nazione. Come accaduto per un’opera, tanto emblematica quanto provinciale, populista, e sciattamente storicizzante quale la sede della D. C. su progetto di Saverio Muratori all’Eur. Si è avuta l’illusione che i modesti piani pubblici di Edilizia Sociale potessero sostenere una disciplina così influenzata dal potere, e che pochi mecenati illuminati potessero sostituire uno stato assente, commissionando qualche capolavoro privato – come testimoniano le vicende di Adriano Olivetti , Giuseppe Borsalino o Arnoldo Mondadori.

Pensiamo invece a quanto l’architettura francese è debitrice della volontà dei suoi Presidenti di celebrarsi attraverso edifici rappresentativi dello Stato; riflettiamo se qualcuno si sia mai chiesto, vedendo il Beaubourg, se George Pompidou fosse progressista o reazionario? O se qualcuno abbia mai proiettato le strane contraddizioni di Mitterand nelle opere da lui promosse, o abbia mai imputato alla Ville Lumiere, che tutti amiamo, le colpe della politica autoritaria e colonialista che l’ha costruita. Parigi è tutto questo, un fecondo campo di battaglia in cui gli edifici pubblici arricchiscono l’identità nazionale, pur testimoniando i conflitti che li hanno generati.

L’Italia è un territorio ostile all’architettura perché la gente guarda con diffidenza ciò che gli edifici simboleggiano, allo stato che dopo 150 anni è ancora il nemico. E senza una grande architettura pubblica che salda gli individui in una comunità non esiste la disciplina stessa, perché le opere private non hanno punti di qualità a cui fare riferimento e si basano sulla logica del puro profitto. Basta osservare che la rappresentanza del potere è splendidamente alloggiata nelle inoffensive opere di un glorioso quanto paludato passato, e i mille progetti romani come l’Asse Attrezzato, lo Sdo, l’ampliamento della sede del Parlamento sono rimasti sulla carta. L’architettura in Italia latita, i pochi Mostri Metropolitani (1) contemporanei, atterrati per miracolo nei centri storici, vengono sempre contestati tanto da destra che da sinistra, mentre le periferie continuano ad essere stravolte dai soliti palazzinari che costruiscono interi quartieri senza nessuna qualità e progetto. Anche le prove di carattere nelle situazioni straordinarie sono ormai un fatto del passato, tanto che si costruisce un intero settore di un capoluogo di provincia come l’Aquila senza che nessun architetto conosciuto per la sua ricerca sia coinvolto, lasciando in rovina il centro storico in cui l’assente non giustificato è il dibattito pubblico.

La critica disciplinare, sotto sotto, è ancora impegnata a condannare Marcello Piacentini, l’unico architetto che nel corso del Novecento si sia assunto il difficile ruolo di incarnare il potere. Una parte necessaria anche alla contestazione, all’innovazione e alla sperimentazione, come le tante occasioni da lui coordinate e controllate testimoniano. Invece, immobilizzati da mille distinguo e privi di qualsiasi bussola, si continua ad osannare le piccole ma insufficienti prove di abilità della ricostruzione e delle passate emergenze, mentre l’avversione alla disciplina si è allargata alla normativa, ai vincoli delle Soprintendenze, alle follie della burocrazia, alle leggi che premiano il massimo ribasso, ad un’imprenditoria privata corsara e in definitiva alla pubblica opinione.

L’Architetto italiano che costruisce è ormai simile ad un eroe risorgimentale, ammirato all’estero e disprezzato in patria a cominciare dalle accademie, destinato ad operare in una situazione pazzesca che nella maggior parte dei casi trasforma i progetti realizzati in pallide testimonianze di quelli presentati.

Quindi festeggiamo questa ricorrenza del centocinquantennario, perché è sempre utile fare un punto, ma chiediamoci se per la nostra disciplina non siamo ancora all’anno zero.

[Alessandro Lanzetta]

(1) A.Terranova, Mostri metropolitani, Meltemi, Roma 2001.

Pubblicato nel n.00 di archphoto2.0 1861-2011

english text

Italy is a strange country with a very long history but an extremely young and weak state structure. Apart from a few tragic exceptions, such weakness has lasted for 150 years and grown pathologically worse during the republican period. It is also reflected by architecture, that is first and foremost a solid expression of power.

Indeed, formal art languages are nourished by the institutions’ political will to express themselves by meaningful works. What is an absolutely necessary condition for the creation of a national architecture is absent here, since only rarely have state leaders had any interest in affirming with force its presence, and even more rarely have citizens perceived the very idea of a national community as a good thing. But this issue is unavoidable: architecture needs a State in order to develop fully, and where there is none, it takes complex and contradictory forms, either merely exemplary or absolutely marginal.

Since the advent of full democracy in 1944, the main development of Italian architecture has been marked by limited and partial events, including the Reconstruction in the aftermath of the second world war, the major Ina Casa and 167 public social housing programs, the construction of the infrastructural network during the ‘50s and ‘60s, a few extraordinary opportunities like the 1960 Olympic Games, or even reconstruction induced by natural disasters, an example of which is Gibellina Nuova. All of these were important and fecund events, albeit imposed by extraordinary conditions, and as such structurally irrelevant. Furthermore, not even such occasions seem to work anymore, as it is demonstrated by the recent plans for the Turin Olympic Winter Games (2006) or the Great Roman Jubilee in 2000, which practically failed to sparkle any urban development in their host cities.

Architectural history and criticism seem to share such general anti-state attitude, as they have underestimated, if not ignored, all the ordinary and structural occasions when architecture positively contributed to the construction of Italian national identity. So, every time there is the need to build an important work, it is a case of starting from ground zero, from a tabula rasa made of forgetfulness and guilt, as though architects were responsible for the country’s more or less tragic history and conceiving an architectural expression of the State were an embarrassment.

The disturbing result of all this is that we now look with dismay at the recent and spectacular transformations in European cities and regions and in Italy the only comparison we can make is with the works built during the fascist regime. It has become painfully clear that the country was given a modern shape and structure precisely in that period, with the creation of the last really significant, state-wise, architectural works. Besides their beauty and efficiency, these buildings and urban plans express a national political will, not just the genius of an architect. A genius that sometimes even expressed itself with buildings that confronted the prevailing ideology, as did Ridolfi, Albini, Gardella, Terragni, Ricci, Libera, Pagano and others. While a borderline case like the E.42 in Rome is certainly the authoritarian expression of an ignoble doctrine, its urban design can be seen as the only really Italian example of modern neighbourhood. Other interesting examples are the so-called città di fondazione, the newly-founded cities built between 1932 and 1938 in various parts of Italy and in the Colonies as an exception to the country’s urban policy that subsequently gave up on a really planned development. Littoria (Latina), Sabaudia, Pontinia, Aprilia and Pomezia are in particular the material expression of the regime’s anti-urban approach (disurbanamento), new rural hamlets staged like scenic backdrops for the clustered gathering of population. A modern way of shaping the landscape that, however a tool for an authoritarian control of the citizenship, also produced urban and architectural forms of a very high quality that could stand as full expressions of the State. As most spectacularly shown by Sabaudia, these plans could update tradition and at the same time establish a connection with the cultural avant-garde, represented by the Metaphysical School in the case of the buildings in the town hall square designed in 1934 by E. Montuori, G. Cancellotti, L. Piccinato, A. Scalpelli, or by the Modern Movement in the case of the Post Office built the same year by Angiolo Mazzoni. Buildings and urban facilities that have often continued to live and grow and, in spite of the ideas that generated them in the first place, have given the local economic and social structure an adequate development frame. In this sense they are not so different from the rest of the European context and from many international expressions of the Modern Movement.

The few high-level works built after the war were also conceived by architects who had contributed to that international movement of renewal. But these were, all in all, minor works: after fascism, the idea of celebrating the state by using unifying symbols was suffocated by the Parties prevailing over the Nation, as it is clearly demonstrated by a historicizing, both monumental and provincial, building like the headquarters of the Christian Democrat Party in the EUR district (1958, S. Muratori). There was the illusion that modest social housing plans could sustain a discipline that was so deeply influenced by power, and that a few enlightened patrons – Adriano Olivetti , Giuseppe Borsalino or Arnoldo Mondadori – could replace an absent State.

If we look at French architecture, we see instead how it was dependent on the President’s will to celebrate itself by erecting representational buildings – has anyone visiting the Beaubourg ever wondered about Georges Pompidou being a progressive or a reactionary? Has anybody ever projected Mitterand’s strange contradictions on the works he promoted, or blamed the Ville Lumière for the crimes of French authoritarian and colonialist policy? Paris is all this, a fecund battleground where public buildings support national identity all while reflecting the conflicts that generated them.

Italy, on the contrary, is hostile to architecture because, 150 years after its birth as a state, people still look suspiciously at what public buildings stand for. And without a great public architecture, that unites the individuals into a community, the discipline itself does not exist: having no frame of reference, private works are merely profit-oriented. If we compare Rome to Berlin, we cannot avoid noticing how here democratic power is housed in both inadequate and harmless masterworks of a glorious past, and how the countless Roman projects, including the infrastructural plan for the so-called Asse Attrezzato (1965) or the extension of the Parliament building (1964), have remained on paper, while Germany has rebuilt its reunification capital in no time.

In Italy architecture is noticeable for its absence, the few significant contemporary buildings are metropolitan monsters (1) miraculously landed in the historical centres, criticized by both left and right, while the suburbs are still in the clutches of building speculators who build entire districts with no quality or discernible design. Even the ability to react to extraordinary events seems to belong to the past – in the aftermath of the 2008 earthquake, an entire urban district was built in L’Aquila with no major architect, either famous or deserving for his design research, involved, and its historical centre is still a heap of rubble.

With all this, architecture critics are still busy condemning Marcello Piacentini fifty years after his death, and blame him for being the only 20th century architect who took on the difficult task of representing power; something that even who fights power needs, and, as the many occasions he coordinated demonstrate, can lead to innovation and experimentation. Paralyzed by countless hair-splitting differences and having lost all their bearings, they go on praising the small but insufficient examples of skill in reconstruction and past emergencies and fail to see that hostility to architecture is everywhere – in the legislation, Superintendency-imposed restrictions, crazy bureaucracy, discount bidding-promoting laws, privateering entrepreneurs, and finally, in the public opinion.

Italian building architects, although quite good, have become some kind of Risorgimento-age heros, ignored abroad and despised at home, especially by academic circles; their fate is working in a crazy situation and producing buildings that are often pale reflections of their designs.

We might as well celebrate the 150th anniversary of Italy – taking stock of the situation it always useful – but should also ask ourselves whether for our architecture this is still year zero.

[Alessandro Lanzetta]

(1) A. Terranova, Mostri metropolitani, Meltemi, Rome 2001.

 
 
 

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