|
"Gli europei hanno un senso innato della totalità organica
o della composizione, ma devono acquisire il senso del frammento, e possono
farlo solo attraverso una riflessione tragica o un'esperienza del disastro.
Gli americani, al contrario, hanno un senso naturale del frammento e quel
che devono conquistare è il sentimento della totalità, della
bella composizione".
Gilles Deleuze (1)
I
titoli di testa scorrono su una lunga inquadratura fissa che incornicia
un banale scorcio rurale del Midwest, un'antenna e un serbatoio dell'acqua
davanti a un cielo all'imbrunire, in sottofondo la radio si sintonizza
su una stazione di musica country: ci si aspetterebbe a questo punto l'avvio
del solito viaggio on the road attraverso larghe praterie ricordando quel
che rimane delle vecchie storie della frontiera, tra vaccari (lì
li chiamano cowboy, cela va sans dire), piccoli grandi uomini, soldati
blu, mezzogiorni di fuoco e sfide all'o.k. corral; ma invece le immagini
sfumano nelle luci di un caffè di provincia, un diner che sembra
rubato a un quadro di Edward Hopper, riflesse in una pozzanghera.
È qui che ci viene incontro un detective stralunato, un po' Bogart
e un po' Keaton, splendidamente interpretato da un divertito Kevin Kline,
e comincia a raccontarci una storia... Ecco, si potrebbe dire che l'ultimo
film di Robert Altman, ottuagenario oscar alla carriera, sia tutto in
questa apertura: anche questa volta il cineasta di Kansas City fa i conti
con i miti dell'America, dei generi del cinema classico hollywoodiano,
per non prenderli sul serio.
La rivisitazione dei generi è infatti una delle caratteristiche
ricorrenti dei film di Altman, che li ha percorsi praticamente tutti -
dalla fantascienza (Conto alla rovescia, Anche gli uccelli uccidono) al
triller psicologico (Quel freddo giorno nel parco, Images), dal western
(I compari, Buffalo Bill e gli indiani) al noir (Il lungo addio), dalla
commedia (California poker) al musical (Nashville) -, sempre stravolgendone
la struttura, così che, come ha sottolineato Emanuela Martini,
"nessuno di questi corrisponde, se non minimamente, al genere cui
in superficie si richiama" (2).
Il regista muove da situazioni tipiche della vecchia Hollywood per sbugiardare
l'immagine stereotipata dell'american way of life e fare a pezzi i suoi
miti. Quello del cinema di Altman è quindi un universo popolato
da anti-eroi, un mosaico di personaggi non protagonisti (e paradossalmente
The Player, I protagonisti, è il titolo del film che, premiato
per la regia a Cannes, lo ha rilanciato agli inizi degli anni novanta),
dove attori principali e secondari si equivalgono. Se in Radio America
l'incipit è interpretato dal detective Guy Noir (l'improbabile
nome del personaggio è evidentemente un'ulteriore ironica de-mitizzazione
del protagonista tipico del poliziesco classico) è solo per spiazzare
lo spettatore, che nel giro di pochi minuti viene portato dalle atmosfere
western al noir, al vero genere del film, il musical, genere corale per
eccellenza; si perché trent'anni dopo la realizzazione del suo
capolavoro, Nashville, Altman torna al film musicale.
Se il film del '75 era una parabola sulla musica country come specchio
dell'America profonda, Radio America (oggi) sembra voler portare avanti
quel concerto country, riproporre quella struttura corale allegramente
indisciplinata con la quale Altman dette corso al (suo) nuovo cinema americano.
Che voglia parlarci della stessa America? La domanda, come si dice, nasce
spontanea, dal momento che molte, moltissime, sono le risonanze fra un
film e l'altro, da un film all'altro. Nashville rimane sicuramente un
film chiave per comprendere la cultura americana: cinque giorni della
vita di ventiquattro personaggi che si muovono nella capitale della country
music, durante il suo celebre festival e nell'anno del bicentenario della
nascita degli Stati Uniti, in una girandola di situazioni e suoni in presa
diretta (è lo stesso regista ad avvertire che Nashville non ha
musica di sottofondo, ma solo musica dal vivo).
Ma
se allora Altman filmava lo spettacolo di un'America disorientata, la
contraddizione tra i suoi valori fondanti e la loro falsificazione in
nome degli interessi personali e politici, adesso non può che celebrarne
l'ultimo spettacolo.
L'America sta morendo, così la sua musica non è più
suonata nella strada e tra la gente del festival, ma sopravvive soltanto
alla radio, che malinconicamente trasmette A Prairie Home Companion, il
programma di Garrison Keillor, autore della sceneggiatura e interprete
di se stesso, che dal 1974 va in onda dal Fitzgerald Theatre di St. Paul,
Minnesota, Midwest appunto.
Nel
film si immagina che la trasmissione sia giunta alla sua ultima puntata
- fagocitata dalla modernità e dall'economia delle multinazionali,
incarnate dal tagliatore di teste interpretato con fisica convinzione
da Tommy Lee Jones, che ha acquistato il teatro per demolirlo in vista
di una più redditizia destinazione - seguita, praticamente in tempo
reale (poco più della durata dell'intero programma radiofonico),
da una regia fluida e dinamica, con tre macchine da presa sempre in movimento
tra il palcoscenico e i camerini, a filmare la folla dei personaggi in
lunghi piani-sequenza e zoomate per sottolineare, sospingendo in avanti
il primo piano, che lo spettacolo va avanti anche al di là dell'inquadratura.
Viene fuori così il ritratto di un Paese nostalgicamente ancorato
alle sue radici, alle praterie, alle ballate e ai cowboy, dove famiglie
intere calcano la scena cantando strazianti ricordi d'infanzia (bravissime
come attrici e, sorprendentemente, anche come cantanti, Meryl Streep e
Lily Tomlin), che emergono vividi dal background americano. Lo stile del
film, che conferma ancora una volta la predilezione del suo regista per
le storie corali ma minori, restituisce appieno quella che per Deleuze
è la cifra della grande letteratura americana, caratterizzata da
un naturale senso del frammentario. Una letteratura a cui manca il sentimento
della totalità, perché l'America è fatta di stati
federali abitati da popoli immigranti, minoranze che formano un mondo
come insieme di parti eterogenee non totalizzabili, un vero e proprio
patchwork.
L'americano in questo senso è colui che custodisce il germe di
una grande potenzialità: essendosi liberato della funzione paterna
inglese, è il figlio di tutte le nazioni e alla filantropia paternalistica
ha sostituito una società di fratelli quale nuova universalità,
almeno sulla carta.... Poiché invece si tratta di una società
di figli mai pronti a diventare adulti, sembra suggerirci Altman, che
da sempre nelle sue opere rincorre questa America capace soltanto di passare
da un'infanzia all'altra (e lo fa soprattutto con America oggi), un'America
di cui non può far altro ormai che celebrare l'ultimo canto.
In questo senso l'esperienza del regista non è separabile da quella
peculiare esperienza americana che dà all'opera frammentaria il
valore immediato di una enunciazione collettiva, in cui i vari processi
di convivialità non preesistono, ma si elaborano via via in modo
da creare un tessuto di relazioni mobili che fanno sì che la melodia
di una parte (con Radio America è proprio il caso di dirlo) intervenga
come motivo della melodia di un'altra. Di qui la centralità della
musica, che campeggia sovrana nel film rimbalzando convulsamente da un
personaggio all'altro. Di qui anche la centralità della presa diretta
nella quasi documentaristica restituzione dei dialoghi: Altman permette
sovente ai personaggi di parlare contemporaneamente, fino quasi a impedire
la comprensione dei dialoghi stessi, che si sovrappongono generando una
sorta di assemblea plenaria che dai camerini si sposta quasi senza soluzione
di continuità sulla scena.
Voci, suoni e rumori mescolano realtà e finzione, proscenio e dietro
le quinte, campo e fuori campo, magistralmente tenuti insieme da una regia
sempre attenta a non distinguere tra i due palcoscenici, quello della
vita e quello del teatro. L'overlapping dialogue è l'espediente
altmaniano non soltanto per tenere sempre desta l'attenzione dello spettatore
(come più volte lo stesso regista ha confessato), ma soprattutto
per restituire il caos che rende irriconoscibile la realtà e dare
conto della identità schizoide della società americana.
All'overlapping corrisponde dunque la preponderanza delle relazioni, che
si impongono soppiantando i soggetti, smembrati da questo sentimento innato
della frammentarietà.
Sin dai suoi primi film, Altman rompe infatti con la tradizione narrativa
cinematografica, scegliendo di mettere in scena essenzialmente le relazioni
esistenti tra i diversi personaggi, relazioni di numero sempre crescente
e di spessore sempre maggiore, che sono come il motore della Storia nel
flusso caotico delle vite che tutto macina, passato e presente. Il suo
interesse per le scene minori e i frammenti, che è più importante
di qualsiasi considerazione complessiva, lo conduce ad una vera e propria
spersonalizzazione che, lungi dall'essere il sintomo di un'apparente latitanza
autoriale, cela in realtà l'assenza di qualsivoglia sistema gerarchico
che regoli l'orchestrazione dei caratteri. È come se Altman sottraesse
ogni rilevanza al personaggio per risignificarlo nella totalità
del coro, in modo tale da costruire una sorta di tutto, tanto più
paradossale in quanto viene solo dopo i frammenti e li lascia intatti,
evitando di totalizzarli.
Non a caso Altman ha dichiarato da sempre di essere interessato più
alle motivazioni dei personaggi che non alle trame complicate, per cui
girando un film si riferisce alla sceneggiatura semplicemente come a una
traccia (spesso addirittura alcuni passaggi della trama sono lasciati
alla deduzione dello spettatore, ancora una volta per mantenerne viva
l'attenzione), continuandone la scrittura anche durante le riprese, e
consentendo ai suoi attori ampi margini di improvvisazione: "è
tutto nelle loro mani. Io mi tiro un po' in disparte senza intervenire
più di tanto. Gli errori caso mai posso correggerli in montaggio.
I miei attori devono essere però creativi e non semplici corpi
da spostare qua e là" (3). Ciò che ne risulta non è
affatto una bella composizione, con l'inevitabile imporsi di una forma
totalitaria, ma un eterogeneo processo di relazionalità, una vera
e propria polifonia.
È il cinema stesso, sembra insegnarci Altman, a possedere un'innata
disposizione a farsi sorprendere e trasportare dalle dinamiche che emergono
da un collettivo calato in un contesto; il regista deve solo scegliere
gli attori e la situazione, creare le giuste condizioni: "Tutto quello
che faccio è mettere insieme alcuni elementi quando si conosce
il soggetto del film e l'atmosfera della storia. Dopo aver definito il
cast dei personaggi e averli disposti nell'area del set, essi devono iniziare
a creare perché sono gli artisti. Solo a questo punto è
possibile stabilire lo stile come aspetto visivo del film. Si decide dove
collocare la camera, si scelgono le posizioni e i piani. Poi quando tutto
questo è deciso, il mio lavoro è fatto" (4).
Tuttavia, al di là di questa splendida riproposizione di un musical
alla Altman, il dato che più deve farci riflettere sembra essere
la scelta del mezzo di informazione al quale il film dà, come detto,
non solo voce e immagine, ma corpo. In un'epoca in cui si assiste al processo
di evoluzione delle comunicazioni, dell'informatica, della televisione
e del cinema, un'epoca la cui cifra è diventata l'accelerazione
e il tempo si contrae spesso e volentieri nel visuale, non può
non sembrare anacronistico rivolgersi alla rappresentazione di una trasmissione
radiofonica. In un mondo dove tutti vogliono comunicare per immagini,
Altman sceglie di dare spazio alla radio; di dare spazio con la radio
a quell'America che aveva già fotografato trent'anni fa, sebbene
mostrandocela adesso sul viale del tramonto.
Ecco perché, nonostante le premesse che richiamandosi a Nashville
lasciavano intravedere una via d'uscita, una nuova possibilità
cinematografica, l'affresco mostratoci in Radio America, anche se risolve
egregiamente il paradosso di applicare il cinema alla radio, ha ineluttabilmente
i caratteri nostalgici di chi, voltandosi indietro a contemplare un'intera
vita, non crede più alle belle speranze e si limita ad ascoltare.
Ciò che salva complessivamente il film è la semplicità
del tocco con cui il regista riesce ancora una volta, pur in un film su
commissione e sul non sempre convincente copione di Keillor, a restituirci
un'allegoria del suo amato-odiato Paese, che ride alle barzellette goliardiche
dei suoi cowboy un po' suonati, che si lascia distrarre da un programma
fuori (dal) tempo, ignaro della verità fuori casa, e che si illude
che un angelo in impermeabile bianco si porti via il cattivo di turno.
In questo senso il titolo italiano, così come era stato per America
oggi, bene rende la vocazione del regista di narrarci appunto l'America,
e con essa tutto il nostro mondo.
Radio America quindi, dopo il passo falso del precedente The company,
è di nuovo un film altmaniano in senso stretto, e naturalmente
ci auguriamo che questo ultimo spettacolo narrato, con i suoi tanti lutti
(serenamente elaborato è quello per la morte del vecchio cantante,
visto che "non ci si deve disperare di fronte alla morte di un uomo
vecchio", come dice l'angelo, e lo spettacolo non può che
continuare) e il memento mori del finale, non sia il canto del cigno di
uno dei grandi dinosauri del cinema americano: play it again, Robert.
Katia
Rossi
Fabrizio
Violante
Questo
testo è stato pubblicato in 'Carte di cinema-viaggi al termine
della visione' n.19, 2006, pp.14-16
(1) G. Deleuze, Critica e clinica, tr. it. di A. Panaro, Raffaello Cortina,
Milano 1996, p. 79.
(2) E. Martini, Il lungo addio, l'America di Robert Altman, Lindau, Torino
2000, p. 45.
(3) Cfr. F. De Bernardinis, Robert Altman, Editrice Il Castoro, Roma 1995,
p. 4.
(4) Cfr. E. Magrelli, Robert Altman, La nuova Italia, Firenze 1977, p.
6.
©copyright
archphoto-Katia Rossi+Fabrizio Violante
|