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Esterno notte: piove, c' è una leggera nebbia, lo spettatore attende
che qualcuno si avvicini alla cassa, per non essere il primo a fare il
biglietto.
Interno: nella sala con le poltrone rosse, lo spettatore prende posto
a metà della quinta fila, qualche istante prima che si spengano
le luci, in sottofondo, percepisce il leggero rumore della macchina da
proiezione. Su "Texas" si sono spese tante parole, anche per
la mancata ammissione al concorso alla Mostra di Venezia e l' inserimento
nella sezione "Orizzonti", che gli ha permesso visibilità
e ampio riconoscimento.
Fausto Paravidino, autore, regista e attore teatrale, fa sua un' imperdibile
occasione per mettersi in discussione, raccontando storie diverse in maniera
efficace e dosando il ritmo della narrazione in funzione delle differenti
situazioni raggiunge l'obiettivo. Racconta la generazione dei quasi-trentenni,
dei quarantenni e degli over-sessanta, gruppi che appartengono a generazioni
del paesaggio. La provincia, nel nostro caso sud-alessandrina, l' ovadese,
tra la montagna e la pianura, conquista il titolo di "luogo-non-luogo",
in cui l' apparente scarsa identità lo relega al ruolo di periferia,
non è chiaro di cosa, ma molto probabilmente di se stessa.
"Provincia non più rurale e non ancora urbana
un posto
dove non c' è nemmeno un cinema ed i cellulari non prendono",
in realtà una provincia cresciuta troppo in fretta, che in pochi
anni da agricola si ritrova ad essere, suo malgrado, post-industriale.
Lo spettatore della quinta fila è abituato a frequenti riflessioni
sul territorio, alle possibili interpretazioni e non può non annotare
queste considerazioni. Oltretutto conosce molto bene tutte le locations,
che costituiscono il proprio quotidiano. "L' autostrada che non si
ferma mai, neanche di notte", il centro commerciale (che è
diventato il punto di riferimento della zona), il controcampo tra la struttura
portante di un capannone isolato ed uno degli ultimi baluardi della siderurgia
italiana, persino l' inquietante sfondo della scena che prelude ad un
possibile dramma fa parte di un suo passato prossimo; la stazione, i locali,
le vedute ed i vicoli del paese ed anche la variopinta automobile sono
tutte immagini un po' troppo familiari che, venendo proposte secondo una
scrupolosa regia, cercano di distrarlo dallo svolgersi degli accadimenti.
Un gruppo di ragazzi che tentano di vivere il loro tempo, consapevoli
di non poterlo fare, almeno nel posto dove sono nati, che sono inevitabilmente
a stretto contatto con chi ha più del doppio della loro età
e fatica ad adeguarsi di fronte alla fine di un' era (rurale) che ha caratterizzato
i luoghi. Le immagini si susseguono molto energicamente, mentre Enrico
(Fausto Paravidino), un po' voce fuori campo ed un po' parte attiva della
scena, presenta i vari personaggi, alcuni addirittura resi caricatura
per divertire il pubblico, le loro storie e, soprattutto, sogni ed aspirazioni.
Sogni
espressione che male si combina con la mentalità degli
anziani, sono loro, infatti, a dettare le regole su cui si basa la vita
di un piccolo paese, nel quale resistono i valori di sempre: il prete,
il dottore e la maestra, le tre figure cardine sono e devono continuare
ad essere d' esempio per tutti. In quel contesto sociale già stonerebbe
che proprio la maestra avesse gli occhi di un azzurro così intenso
come quelli della sua interprete, figuriamoci poi se arrivasse a dare
scandalo! Già la maestra, Maria, (una bravissima Valeria Golino)
sposata con Alessandro (Valerio Binasco) un "bravo ragazzo"
suo coetaneo, ma al tempo stesso un po' sconfitto e succube della famiglia,
appartiene alla "generazione di mezzo", che si identifica con
i ragazzi e non con i loro genitori, ha ancora tanti sogni incompiuti,
ma deve fare i conti con una malvissuta realtà: la solitudine.
In un ambiente così circoscritto, dove le opportunità sono
davvero limitate, tutti più o meno fanno le stesse cose e frequentano
gli stessi luoghi, non si può evitare di incontrarsi, sia pur senza
conoscersi realmente. E' quindi naturale che la storia di Maria si incroci
con quella di Cinzia (la seconda protagonista interpretata da un' altrettanto
brava Iris Fusetti) e del suo fidanzato, due donne accomunate dalla sincerità
assoluta, dal rifiuto dell' ipocrisia. Cinzia è alla ricerca di
un affetto anche familiare poco manifestato e della considerazione degli
altri, vorrebbe essere "la fidanzata di Gianluca (Riccardo Scamarcio)
e non il suo zainetto", mentre Maria vive un rapporto quasi piatto,
sperando sempre che il suo compagno, prima o poi, sia in grado di prendere
decisioni autonome.
Durante il "colpo di fulmine", dapprima tenta la via dell' autodifesa
attraverso il ricordo delle frasi decisive nel momento in cui si era innamorata
di Alessandro, ma questa volta citare le immagini del "pudore del
protagonista dei film western, che cela con la tesa del cappello l' atto
di baciare la sua bella" non serve a nulla, anzi è proprio
lei a fare il primo passo verso una relazione che immediatamente è
sulla bocca di tutti, che non nasconde, ma non la rende felice; un sogno
che non si sta avverando, ma la porta ad essere solo "un bel trofeo"
ed (in previsione del quarto atto che l' Autore definisce cechoviano e
non ci mostra, lasciando ad ognuno la facoltà di completarlo) i
due mesi trascorsi nell' essere desiderabile e nel non invecchiare, "amandosi
e basta", la indurranno a riconsiderare il tutto, sempre però
in un contesto di assoluta solitudine, fino a mostrarsi nell' esteriorità,
non senza soffrirne, come i benpensanti l' hanno malignamente definita:
una puttana.
Le immagini sono tuttaltro che imperfette, la scelta degli esterni lascia
intravedere particolare conoscenza ed attenzione al paesaggio che accompagna
la storia, gli interni (merito della scenografa Laura Benzi) sono di una
realtà impressionante e l' illuminazione utilizzata per girare
le scene è molto accurata; lo spettatore della quinta fila divora
uno per uno tutti i fotogrammi della pellicola 35 millimetri, ormai sta
perdendo la percezione della poltrona su cui siede, sostituendola con
altre sensazioni: l' aria, la nebbia, l' umidità, persino gli odori
sono gli stessi che ha lasciato fuori da quella sala ed inizia ad avere
dubbi prossimi ad allucinazioni, non sa più da che parte dello
schermo si trovi.
Fausto, (lo spettatore si permette il tono confidenziale, essendo stato
fotografo di scena in una delle sue primissime esperienze cinematografiche)
dopo aver ricordato che "siamo tutti nipoti di Pavese e Fenoglio",
propone anche due delicate citazioni del Partigiano Johnny diretto da
Guido Chiesa: la prima attraverso l' immagine di un Alessandro bambino
dietro alla finestra, osservatore di un chiaro riferimento al periodo
della guerra, la seconda nella particolare inquadratura, dall' alto della
collina, di una vigna invernale.
Lo spettatore della quinta fila è estasiato dalla fotografia, mai
casuale, il taglio dei primi piani, l' utilizzo dello sfocato, la prospettiva
grandangolare, il movimento della macchina da presa, i più piccoli
dettagli e le sfumature. Anche se il regista lo provoca con le due diverse
scelte di montaggio, tutto è così perfetto da sembrare vero,
persino una bottiglia bordolese che al termine di una scena si è
trasformata in un fiasco, ma forse nessun' altro lo ha notato.
"The crying game" accompagna i titoli di coda, si riaccendono
le luci, lo spettatore della quinta fila esce, per la quarta volta in
pochi giorni, da quella sala (chissà cosa avrà pensato di
lui la proprietaria del cinema), appena fuori lancia un' occhiata ad un'
"esterno" che è lì, a pochi metri; riaccende il
cellulare, che mostra solo una tacca e, poco convinto che tutto sia davvero
come gli sembrava prima di vedere il film, oltre che nella nebbia, si
addentra nel centro storico, ricordando a se stesso: " non siamo
mica bestie".
Andrea
Repetto
Si
ringrazia la Fandango
per la collaborazione
alcuni
link di approfondimento
http://www.drammaturgia.it/recensioni/recensione1.php?id=2655
http://www.hideout.it/index.php3?page=notizia&id=1601
http://www.effettonotteonline.com
©copyright
archphoto - Andrea Repetto
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