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Ferrara,
estate 2005 Mario Cucinella professore a contratto della giovane facoltà
di architettura, architetto sensibile e capace di sperimentare con i materiali,
mi invita all'esame finale dei suoi studenti. Il sole si nasconde tra
le nuvole sopra il prato punteggiato di architetture temporanee che i
ragazzi stanno realizzando. Cartone, plastica, tela, sono i materiali
base da cui creano le strutture che diventano forma. La tela tesa a terra
e sorretta da pali definisce una tensostruttura, richiamo linguistico
di Frei Otto. Fori circolari ne evidenziano il rapporto interno-esterno
dove la luce disegna lo spazio sottostante.
Elementi triangolari modulari in cartone, assemblati in loco, consentono
la costruzione di una copertura ad arco simile alle sperimentazioni del
grande Buckminster Fuller.
Sacchetti di plastica bianca saldati con la candela e gonfiati col ventilatore
generano la casa gonfiabile, ispirata, inconsciamente, alle case Anas
gonfiabili del gruppo di architettura radicale UFO.
Tubi di plastica e rete metallica definiscono i tre tubi di sezione differente
che rompono la linearità del paesaggio ferrarese assumendo come
riferimento Springtecture di Shuei Endo.
La torre gonfiabile a corona circolare sorretta da anelli a loro volta
sostenuti da 60 palloni gonfiati a elio, ondeggia diventando un segno
forte e riconoscibile nel contesto.
Il fatto sorprendente è la qualità dei progetti rispetto
all'età degli studenti (23-25 anni)iscritti al quarto anno con
tanta voglia di imparare, di confrontarsi tra loro, fare gruppo, ma soprattutto
confrontarsi con il costruire relazionandosi ad un contesto fisico e non
virtuale.
Il merito di Cucinella è stato quello di creare gruppi di lavoro
non dissimili dai team di progettazione che caratterizzano la vita professionale
dell'architetto, dove il fare gruppo consente la realizzazione dell'architettura.
L'architetto,
come un regista, deve avvalersi di competenze specifiche per portare a
compimento l'opera architettonica così i giovani studenti ferraresi
lavorano in gruppi di 6-8 ragazzi/e discutendo animatamente gli ultimi
dettagli. Finalmente si concretizza il lavoro di un semestre di progettazione
in architetture, si esce dallo schermo del computer per relazionarsi con
un contesto vero, fisico, fatto di materiali diversi: terra, erba,alberi,
luce, orizzonte, quali elementi propri del fare architettura.
Lo spazio scelto per l'installazione delle architetture è un tappeto
verde, attraversato da una pista ciclabile è racchiuso da un lato
dall'argine sopraelevato in mattoni e dall'altro da una fitta boscaglia.
L'atmosfera è quella della bassa del Po, leggera brezza e luce
accecante.
Il laboratorio di costruzioni, questa è la denominazione del corso,
assolve totalmente al suo compito ma quanti altri laboratori universitari
non funzionano a causa di docenti inadatti a guidare i ragazzi nella sperimentazione?
Quanti architetti incapaci di elaborare un pensiero teorico-progettuale
escono dalle facoltà di architettura a causa di una didattica inesistente?
Basta pensare all'importanza data alla letteratura architettonica che
spesso occulta saperi tecnologici e compositivi formando, così,
architetti incapaci a strutturare un processo progettuale, ma fini intellettuali
dalla citazione facile adatti a discussioni da salotto.
La formazione dell'architetto deve prevedere in egual misura una conoscenza
della storia e della teoria architettonica per poterne elaborare una propria
senza dimenticare l'importanza della composizione, della geometria e dei
saperi tecnologici. Quando studiavo alla Facoltà di Architettura
di Genova avevo docenti che sapevano stimolare le curiosità e infondere
la passione per l'architettura, tra questi Ermanno Ranzani, redattore
di Domus all'epoca di Magnago Lampugnani, conduceva noi studenti a visitare
Ivrea per conoscere le opere di Figini e Pollini, o Ridolfi e Frankl,
architetti che hanno reso grande la nostra architettura ma sconosciuti
agli studenti. In estate andavamo a Urbino dove,per un workshop di progettazione
del secondo anno, dormivamo negli alloggi di De Carlo oppure a Mantova
a studiare Leon Battista Alberti.
Occorre cambiare atteggiamento se crediamo che l'architettura debba avere
un ruolo sociale ed etico, é necessario infondere una cultura architettonica
durante gli anni della formazione, soprattutto in facoltà con pochi
iscritti come Ferrara dove il rapporto qualitativo docente-numero studenti
consente, teoricamente, un maggiore apprendimento considerando ben salda
la convinzione che i docenti siano preparati. Ferrara si colloca nel triangolo
delle facoltà di architettura in Emilia-Romagna insieme a Parma
e Cesena, dove tre facoltà definiscono territori di gestione del
potere, in cui la didattica non appare al primo posto degli obiettivi
perseguiti dalle istituzioni impegnate ad acquisire nuovi iscritti e professori
provenienti da altre facoltà.
Oggi
vengo via da Ferrara con una speranza in più, che il futuro con
questi giovani può e deve essere migliore dentro e fuori l'Università.
Solo attraverso una formazione che generi cultura architettonica si potrà
modificare lo status dell'architettura, cultura architettonica che deve
comprendere la molteplicità di discipline e approcci che accompagnano
l'architettura nel suo divenire.
Emanuele
Piccardo
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