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Nuove
tendenze
Ben
presto lo scopo della Famiglia artistica di Milano, una volta scavalcata
dal radicalismo dei futuristi e da questi svuotata del suo ruolo di avanguardia
culturale italiana sostituendola con la nuova avanguardia da loro stessi
impersonata, oramai di respiro internazionale, fu quello di prendere le
distanze dal movimento marinettiano proponendo una ricerca di giovani
talenti che fossero quanto più autonomi ed originali in grado di
fronteggiare il lievitante potere culturale degli antagonisti. Così
da raggruppamento avverso alle istituzioni artistiche la Famiglia passa
ad essere denotata come punto mediano di raccolta di intellettuali ed
artisti relativamente noti, innovativi ma misurati, progressivamente intimoriti
dalle rumorose sortite degli ancora amici oramai futuristi.
Il dialogo continua con Boccioni e gli altri, sono sempre ben accetti
nelle esposizioni "intime" annuali fino al 1911 che la Famiglia
organizza verso fine anno quando la rottura tra i due gruppi si fa vistosa
con la fondazione nella primavera del '14 di una terza formazione in cui
confluiranno molti suoi associati, arrivando a rompere definitivamente
col trapasso di Funi e Sant'Elia da Nuove tendenze al movimento futurista.
Anche se gli Archivi del futurismo e Bruno Zevi fanno risalire la nascita
di Nuove tendenze al 1912, senza però fornire prove, solo nel '13
in estate si comincia ad avere traccia dell'intenzione da parte di Dudreville
di mettere in piedi un'alternativa convincente al modernismo estremo professato
da Marinetti. Alla seconda metà di agosto infatti risale una lettera
spedita dall'artista di origine veneziana alla pittrice Adriana Bisi-Fabbri
con cui la invita a prendere contatti con Ugo Nebbia per una sua possibile
partecipazione alla manifestazione. Si sa inoltre mediante Nebbia che
soltanto nell'inverno 1913-'14 venne fondato il gruppo Nuove tendenze.
In quella sorta di bando stampato e datato 20 marzo 1914 sottoscritto
da Arata, Buffoni, Chiattone, Dudreville, Erba, Funi, Macchi, Nebbia,
Possamai e Sant'Elia si allargava l'invito a partecipare alla mostra ad
altri artisti i quali dovevano attenersi strettamente "all'enunciato
programma" che richiedeva opere con "una visione personale moderna
e originale" da spedire entro il 30 aprile.
Nuove tendenze intendeva qualificarsi come area di cerniera tra la cultura
ufficiale e gli irriducibili futuristi divulgando il 20 maggio un volantino
preannunciante la mostra nei locali della Famiglia artistica. Dudreville
nelle sue memorie romanzate in cui compariva sotto lo pseudonimo 'Leone
De Martini', si prese il merito di avere scoperto il talento di Sant'Elia
all'interno dell'accademia di Brera. Scrisse che l'amico si era laureato
a Brera da poco quando entrò in contatto con lui. La notizia è
inesatta poiché Sant'Elia non concluse gli studi in accademia a
Milano, come abbiamo già ricordato, bensì a Bologna. Nell'ultima
città svolse l'esame finale direttamente senza attendere il naturale
ciclo di studi. Negli anni ricordati da Dudreville il suo amico comasco
era già in possesso del diploma rilasciatogli nei primi mesi del
'13. Lo conobbe in quel periodo o al massimo a giugno nello studio di
Arrigo Cantoni in cui ambedue collaborarono alle tavole del Concorso per
la Cassa di Risparmio di Verona in piazza delle Erbe. Dudreville in primis
profuse tutte le sue energie per la mostra di Nuove tendenze, lui fu il
principale ispiratore assieme al critico Ugo Nebbia. Probabilmente non
aveva esaurito l'amarezza nei confronti di Boccioni e dei futuristi per
essere stato precedentemente escluso dal Manifesto dei pittori. Dudreville
e Nebbia ottennero la consulenza del giornalista Decio Buffoni e dell'altro
critico Gustavo Macchi oltre che dell'architetto Giulio Ulisse Arata.
Tutti questi collaboratori di Dudreville alla fine non esposero ma continuarono
a sostenere il gruppo per poter meglio divulgare la loro attività
con una posizione più indipendente.
La Prima esposizione del gruppo Nuove tendenze fu inaugurata a Milano
il 20 maggio e si concluse il 10 giugno nelle sale della Famiglia artistica
in via Agnello 8. Al posto delle defezioni di Buffoni, Macchi e Arata
vennero presentati Marcello Nizzoli, Alma Fidora e Adriana Bisi-Fabbri
(quest'ultima tra l'altro moglie di Giannetto Bisi e cugina di Boccioni
ritratta da quest'ultimo in un dipinto divisionista del 1907). I nove
partecipanti alla collettiva furono in conclusione: i pittori Dudreville,
Erba, Funi, Nizzoli e Bisi-Fabbri; lo scultore Giovanni Possamai; la decoratrice
tessile Alma Fidora e gli architetti Chiattone e Sant'Elia. Di loro solo
Nizzoli e la Fidora non provenivano da Brera. L'età media dei partecipanti
era molto giovane, tra ventisei e ventisette anni, e si andava dalla ventenne
Fidora alla trentatreenne Bisi-Fabbri. Sant'Elia nel '14 ne aveva ventisei,
fu questa l'età in cui ottenne maggior successo. Lui, si può
anche dire, riuscì a dare un'impronta di dignità avanguardistica
alla mostra. Sorprese e catalizzò l'attenzione dei visitatori con
le tavole della Città nuova e il Messaggio ambedue pubblicati nel
catalogo.
Numerosi gli articoli che si interessarono all'evento tra cui quelli di
Carfagna, Grassini Sarfatti, Lodovici e altri tra cui gli ex aderenti
Buffoni e Nebbia. Anche Prampolini se ne occupò, il già
futurista Prampolini che accusò il gruppo di giovani lombardi di
avere plagiato le idee futuriste. Prampolini era stato anche autore di
un Manifesto sull'architettura futurista del quale nel tempo si perse
il ricordo, pubblicato nella sua parte finale nel gennaio del 1914, quindi
prima del Messaggio santeliano, sul quotidiano romano "Il Piccolo
Giornale d'Italia". Le accuse di Prampolini comunque erano rivolte
all'estetica sprigionata da Nuove tendenze in genere, ad iniziare dalla
grafica del catalogo, e non certo al lavoro di Sant'Elia che del prampoliniano
Manifesto dell'Atmosferastruttura non ne era probabilmente a conoscenza.
Peraltro il Messaggio non ne seguiva gli indirizzi teorici ed era più
denso di concetti. Il Manifesto dell'Atmosferastruttura si occupava della
qualità atmosferica dell'architettura mentre il Messaggio attaccava
con virulenza l'architettura del passato come tradizione stilistica, ed
in questo sfoderava un comportamento più futurista. Gli unici punti
che li accomunano potrebbero essere la volontà d'interruzione della
mimesi naturale che ha accompagnato l'architettura dalle sue origini (ma
questa era un'idea largamente condivisa in tutti i circoli colti delle
avanguardie europee) e l'utilizzazione spettacolare degli ascensori che
in Sant'Elia però non sono occultati ma panoramici.
C'è da dire che la discussione attorno all'esigenza di formulare
un Manifesto architettonico era nell'aria tra i futuristi agli inizi del
'14, come disse Carrà, tanto che anche Boccioni dopo la metà
di marzo ne scriverà uno forse stimolato dai disegni che Sant'Elia
espose alla Mostra degli architetti lombardi, e solo cinquantotto anni
più tardi se ne avrà notizia dopo essere stato scoperto
e stampato da Zeno Birolli. Nel complesso tutto il clima avanguardista
milanese compreso il gruppo Nuove tendenze sentì di essere stato
raggiunto in qualche modo dalle idee futuriste visti i loro travolgenti
successi ottenuti in tutta Europa e persino in America e Asia.
Per confezionare i disegni della Città nuova per la prima volta
Sant'Elia passò deciso dall'utilizzo del tratto manuale alla perfezione
della linea retta usando il tiralinee con maggiore intensità e
maestria rispetto ai Dinamismi, come per lasciarsi del tutto alle spalle
il ciarpame eclettico, il Liberty, la Wagnerschule, per uniformarsi a
quel 'richiamo' teso alla purezza geometrica della linea teorizzato in
Italia da Boccioni e Marinetti: nel marzo 1914 il primo pubblicò
Pittura e scultura futuriste (dinamismo plastico) e il secondo il Manifesto
Splendore geometrico e meccanico.
Le tavole della Città nuova che Sant'Elia rese pubbliche a Nuove
tendenze produssero uno turbamento estetico inaspettato. Furono così
distillate nella loro purezza formale disegnandole e ridisegnandole più
volte da meravigliare profondamente tutta la scena artistica milanese.
Le prospettive prodotte erano di una modernità senza pari ancora
oggi sostenibile. L'azione sovvertitrice di Sant'Elia fu completa, contemplò
ed analizzò in termini rivoluzionari sia il piano teorico che quello
progettuale. La mostra ospitò sedici dei suoi disegni, un gran
numero rispetto agli altri lavori degli invitati presenti. In tal modo
Sant'Elia egemonizzò di fatto la manifestazione.
Li aveva ottenuti da basi grafiche complesse e stratificate alla fine
riportate su lucido solo nelle linee di costruzione principali e visibili
create nell'ambiente più confortevole della sua nuova casa d'affitto
di via San Raffaele ma in cui, ricorda Carrà, si entrava ancora
a fiammifero acceso. Erano ossessioni visionarie sorte in penombra che
gli provenivano da ricorrenti notti di lavoro. Luigi Russolo, che seguì
passo dopo passo la genesi di quei disegni, dichiarò che l'amico
"era un tormentato: incontentabile nei piccoli schizzi nei quali
cercava la soluzione d'assieme dei suoi progetti. (
) Purtroppo per
noi, molti di questi piccoli schizzi egli stracciava subito per conservare
solo quello che aveva scelto per sviluppare in grande". Aveva un
modo di comporre, continua Russolo, rapido e sorprendentemente nel trovare,
senza misurazioni particolari, precisi rapporti tra le masse, un procedimento
potremmo dire implicito nell'origine massonica dell'architettura: "il
suo occhio gli permetteva di trovare la proporzione, la metà, un
terzo, una quinta parte senza prendere le misure, che poi, per scrupolo,
qualche volta verificate, risultavano esatte."
Sei di questi disegni esposti, (quelli che sul catalogo erano contrassegnati
dai numeri 2, 3, 4, 5, 6, 7), erano tutte visioni parziali di una modernissima
metropoli immaginaria.
Mettevano a fuoco organismi architettonici conclusi conformanti la 'Città
nuova'; un disegno della Stazione per aeroplani e treni (n. 1); un ottavo
elaborato, La casa nuova, si osservava dalla facciata principale sul lato
destro inclinata in senso orario e alta circa sedici piani (la n. 8);
tre raffiguravano centrali elettriche che già Sant'Elia aveva saggiato
in schizzi risalenti al '13 (nn. 9, 10, 11); per il resto si trattava
schizzi di cui almeno due erano le basi grafiche della Città nuova
(nn. 12, 13, 14, 15, 16). Il catalogo comprendeva non solo le riproduzioni
di alcune opere degli artisti presenti in mostra ma anche saggi di Carlo
Erba, Dudreville, Possamai, Funi e lo scritto teorico di Sant'Elia, non
titolato, che passerà alla storia come il 'Messaggio', così
venne battezzato dall'amico di Chiattone l'architetto svizzero Giovanni
Bernasconi.
Nebbia, che ritoccò il testo del comasco (è risaputo che
Sant'Elia avesse qualche difficoltà nella scrittura come nell'espressione
verbale corretta, si narra che il suo linguaggio corrente fosse perfino
un miscuglio di italiano e dialetto comasco), nell'introduzione al catalogo
non citò mai il termine 'futurismo' pur premendogli di specificare
sottesamente che Nuove tendenze fosse un movimento molto vicino, se non
espressione, dei temi sviluppati dai futuristi. Lo stesso Nebbia, ricordiamo,
era stato l'organizzatore della Mostra d'arte libera preparata dalla Casa
del popolo di Milano e allestita nel Padiglione Ricordi. In quella mostra
espose anche Boccioni (a cui venne sfregiato il quadro La risata), oltre
a Carrà e Russolo. Pur avendo assimilato il linguaggio futurista
e apprezzatone i valori estetici Nebbia nel '14 a Nuove tendenze tenta
di insinuarsi tra i tradizionalisti e l'estremismo marinettiano con una
'terza via' sperimentale e nel contempo maggiormente conciliatoria con
l'accademia.
Ma ormai era troppo tardi per le mezze misure. Il futurismo nel '14 è
un movimento di importanza planetaria che trova di continuo simpatizzanti
ed aderenti proprio per la sua carica dissacratoria ed aggressiva che
rendeva materiale l'energia filosofica nietzscheana galvanizzando giovani
artisti o intellettuali pure in età matura come Balla, Buzzi e
Soffici. Solo tre tavole di Sant'Elia vennero stampate sul catalogo. Nonostante
la crescita professionale e gli impegni di respiro europeo diedero una
mano all'allestimento anche gli ancora amici futuristi Boccioni e Carrà
(che già avevano avuto tra loro i primi dissapori a marzo) oltre
a Russolo. Tale nota ci fa capire la stima di questi per alcuni partecipanti.
Il clima di collaborazione era ancora stabile tra i due gruppi ma si incrinerà
di lì a poco, nel momento in cui i futuristi porteranno prima Sant'Elia
ed in seguito Funi nell'ampia orbita marinettiana.
Giacinto
Cerviere
Antonio
Sant'Elia. La mia prospettiva interiore, Edizioni Libria,18,00 euro
per acquistare il libro contatta Antonio
Carbone
1-P. Thea, "Nuove Tendenze a Milano", in Nuove Tendenze. Milano
e l'altro futurismo, Milano 1980, p. 8.
2-U. Nebbia, "I futuristi e il manifesto di Sant'Elia", in L'Espresso,
9 dicembre 1956.
3-L. Dudreville, Il Romanzo di una vita, p. 81.
4- P. Prampolini, "Il gruppo 'Nuove Tendenze' plagiario del futurismo",
in L'Artista moderno, giugno 1914, pp. 217-218.
5-P. Prampolini, "Anche l'architettura futurista
E che è?",
in Il Piccolo Giornale d'Italia, n. 29, 29-30 gennaio 1914. La prima parte
del Manifesto prampoliniano fu stampata quattro anni dopo: P. Prampolini,
"L' 'atmosferastruttura' basi per un'architettura futurista",
in Noi, n. 2-4, febbraio 1918.
6- U. Boccioni, Altri inediti e apparati critici, a cura di Z. Birolli,
1972
7-L. Russolo, "Ricordo di Sant'Elia", in La Martinella, XII,
p. 10
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