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Superstudio,
Reflected architecture
Cari
Aureli e Mastrigli,
leggo nelle pagine di Arch'it la presa di posizione in merito all'architettura
e al suo divenire contemporaneo e mi permetto di fare alcune considerazioni
a partire dai vostri pensieri.
La crisi in cui l'architettura è caduta negli ultimi dieci-quindici
anni e che permane tutt'ora dimostra ancora una volta l'inesistenza della
critica architettonica, passata e recente in cui tutti noi siamo intrappolati.
Le colpe di chi ha preceduto la nostra generazione di trentenni è
stata l'incapacità a rifondare l'architettura a partire dall'era
post-moderna. Ciò ha generato una estremizzazione del conflitto
ideologico, tra i post-modernisti (Ungers, Graves, Meier, Venturi, Portoghesi
)
che in Italia hanno generato un'architettura di "regime" fortemente
politicizzata (Rossi, Gregotti, Natalini) e gli hi-tech(Renzo Piano, Norman
Foster, Nicholas Grimshaw, Richard Rogers
) che hanno privilegiato,
fin dalle origini, sulle orme degli Archigram, l'avanguardia tecnologica
come risolutrice dei mali dell'architettura nell'intento di individuare
nuovi linguaggi, caratterizzando il dibattito negli anni settanta e precisamente
dalla costruzione del Beaubourg. Per poi nel decennio successivo veder
proliferare il decostruttivismo con Tschumi, Eisenman, Libeskind, Hadid,
Gehry .
Così,
nel momento in cui la "nuova era" quella digitale è apparsa,
molti tra architetti e critici, si sono lasciati coinvolgere pensando
di individuare in essa il "nuovo mondo". In questo senso l'assenza
della critica non ha determinato una nouvelle vague dell'architettura
e come voi avete ben descritto Architettura=Informazione, questa equivalenza
"ha portato in breve a legittimare e promuovere l'architettura senza
il ricorso a prospettive teoriche e realmente critiche, ma confidando
in definizioni sempre più semplicistiche e stereotipate" prevalendo
su Architettura = Idea di mondo. Sono sorpreso che abbiate usato le pagine
della rivista generalista Arch'it, colpevole di aver alimentato il processo
che voi criticate, spingendo architetti e critici a entrare nella scena
mediatica dell'architettura, il cui contributo teorico è inesistente.
L'architettura
non può prescindere dall'esprimere un pensiero teorico che definisca
un'idea di città, regione, stato, pochi sono gli architetti che
oggi riescono a definire una propria idea di città o di architettura.
L'espressione di un pensiero teorico deve poi tramutarsi in ARCHITETTURA
e non rimanere teoria astratta.
Pensate a Le Corbusier ha ricercato tutta la vita la sua teoria immaginando
di poterla costruire.Oggi
non ci arriviamo neanche a pensare alla teoria che sta dietro una scelta
progettuale, l'importante è la forma non la teoria che l'ha generata
oppure pensiamo di applicare la teoria solo successivamente ad architettura
realizzata.
Questa
è la condizione dell'architettura contemporanea, esistono architetti
che elaborano teorie risultato di anni di ricerche che sono evidenti nei
progetti, basta avere la curiosità di andarli a cercare, attraverso
il web, visitando gli studi, studiando le loro opere e parlando con loro.
Questo è il critico!
Non rimanere fermo dietro la scrivania a riflettere sui mali dell'architettura
senza mettersi in gioco, smettiamola con le analisi dello status quo dobbiamo
passare alla fase propositiva, progettuale anche se non si vuole costruire
nessuna architettura e vogliamo fare i critici altrimenti sporchiamoci
le mani nella malta.
Oggi
si assiste con insistenza alla costruzione di singoli oggetti che non
dialogano con il contesto, architetti senza una visione globale della
città, progettano il grande segno reso evidente dalla recente Casa
da Musica di Koolhaas, volutamente sproporzionata rispetto al contesto
così come avvenuto per il progetto della Bejing Library.
E' indubbio che il ruolo svolto dal mercato induce gli architetti a prodigarsi
da una parte all'altra del globo a costruire città omologhe, senza
identità e carattere ma formalmente fini a se stesse, questo è
il risultato del cattivo governo del mercato.
Città senza differenze dove sono sempre gli stessi nomi a firmare
le architetture dagli esiti formali uguali (Herzog e De Meuron e Oma in
Cina). Quanto incidono percentualmente quelle architetture sul cambiamento/miglioramento
della società contemporanea in termini di qualità dell'abitare
un territorio?Nulla,infatti in Italia abbiamo costruttori-speculatori
che edificano la città dove l'architetto è un attore marginale.
Qual è il ruolo dell'architetto?Progettare installazioni effimere
segno di una mancata assunzione di responsabilità oppure ritornare
a fare architettura avendo un sogno, un'utopia concreta di città?E
con quali strumenti? Gli strumenti dell'architettura che possano definire
un progetto fatto di molteplicità di approcci disciplinari (arti
visive, sociologia, antropologia, scienza
)?
Non vendiamo le installazioni effimere come il padiglione di Otterlo quale
nouvelle vague dell'architettura, quando architetti negli anni sessanta
come UFO, Superstudio o Archizoom hanno lottato per un ideale, per il
cambiamento della società e della disciplina architettonica sperimentando
nuovi linguaggi come si riscontra nel monumento continuo o la reflected
architecture di Superstudio.
L'architetto
deve riconquistare la capacità di immaginare gli scenari futuri,
così come avveniva con il Plan Voisin, la città vivente,
Arcosanti e Monumento Continuo. Come vivremo tra 50 anni? Quando avverrà
la glaciazione o la desertificazione come cambierà il nostro modo
di abitare? La scienza sperimenta ogni giorno nuovi ipotesi di come sarà
fatto l'essere umano , saremo come in Blade Runner replicanti in città
iper-hi tech oppure torneremo all'arcaico paesaggio di Dune di David Lynch?
La
ricetta per l'architettura non è così semplice, non basta
applicare bene una teoria occorre fare esperienza, sperimentare la veridicità
dei propri teoremi altrimenti sono parole nel vuoto, occorre cambiare
molto dentro la nostra disciplina.
Sono gli architetti i primi che devono ripensare all'apporto che l'architettura
può dare alla società, sono gli architetti che devono dialogare
con la politica e l'imprenditoria ma non gli archi-star, gli architetti
di tutti i giorni quelli che modificano con il loro operare, i contesti
che abitiamo. Sono gli architetti che dobbiamo formare affinché
possano infondere una cultura architettonica ai cittadini, fruitori dell'architettura.
Solo in questo modo potremo, forse, considerare il progetto di architettura
come valore culturale aggiunto per l'evoluzione di uno stato.
Emanuele
Piccardo
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archphoto
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