Massimo Canevacci
ANTROPOLOGIA IN FIAMME

 


We won't find architecture in an
Encyclopedia.
Our architecture can be found where
Thougths move faster than hand to
Grasp it.
"On the Razor's Edge"
Coop. Himmelblau (1991:20)

- 1. architeXture
La mia scoperta dell'architettura, non come una disciplina tra le altre, ma come contesti semiotici che possono informare una metropoli in modo polifonico, è avvenuta a Sao Paulo del Brasile. Fu lì che capii la differenza tra città e metropoli e che, nello stesso tempo, fui stimolato nel cercare di capire come funziona la comunicazione metropolitana iper-veloce senza molti rimpianti per la lentezza "alla romana". E fu sempre lì che capii che non era possibili dare senso a tale esperienza utilizzando solo il tradizionale modo di scrittura. Il metodo e la rappresentazione mi parvero influenzarsi a vicenda ed emergere - più che dalle teorie sistematiche formatesi a Roma - tra i flussi corrosivi, inquinanti e sterminati metropoli paulista.
Per questo ora, la relazione infiammata tra didattica e ricerca si dirige lungo i nessi e scambi possibili tra antropologia, tecno-comunicazione e architettura: architeXture come testualità che in parte informa la rappresentazione antropologica, in parte incorpora le ricerche etnografiche, in parte intreccia entrambe con le nuove tecnologie.
Architecture must burn.
E quando l'architettura brucia, lo stesso concetto di società diventa cenere. Ai movimenti della società servivano edifici solidi. Identitari. Dialettici. Centrali. Ora tutta questa solidità si é incenerita nell'aria perchè l'architettura brucia. I nuovi architetti che hanno dissolto lo stile citazionista postmodern ("rebels against soffocation and uniformity", Muller) sono quelli che intrecciano body-language, web-tecnologie, avatar-identità immaginando un'architettura non più legata alla solidità euclidea e storicista, bensì al movimento ("what we were interested in was movement ... Mobility continues to play a large role in our projects ... The logical consequence is that whole spaces move"): i movimenti fatti di i-skin, translucenti sprawl, highways foranti sono stati elaborati dalla Coop. Himmelblau a Vienna e poi ripresi in california da Blatski e molti inarrestabili olandesi. Ora anche nelle architetture TRANSgeniche con immaginari tecnomorfi, corpi liquidi, paesaggi antropologici, disurbanismi.
Fractured architecture.
"Architettura e installazione agiscono come una struttura integrata. I suoni e le immagini che si presentano dipendono dai movimenti dei visitatori. E i movimenti dei visitatori dipendono dalle immagini e dai suoni, che sono sempre diversi. Nel padiglione d'acqua freshH2O eXPO nessuna sezione è uguale a se stessa e quindi ad ogni passo il corpo riceve dall'edificio informazioni differenti. Quando l'architettura si anima, il corpo fa altrettanto. L'architettura si fa intelligente, multimediale, coniugazione di elettronica e biomorfismo che risponde passo dopo passo alle sollecitazioni di chiunque l'attraversi" (Nox).

freshH2O eXPO: Nox

Che strano: quando l'architettura (o la storia, l'arte, l'antropologia), attraverso qualche suo campione, afferma qualcosa di conservatore o da fine-della-storia, tutti insorgono, protestano, si indignano perchè manca la memoria. E loro subito si candidano a ripeterala per farla entrare per bene nella testa di giovani e meno-giovani per far cambiare il meno possobile. Quando invece le architeXture innovano, sperimentano, innestano, muovono, bruciano - allora un silenzio appassisce i difensori dell'ordine razional-storicista.
Per la "critica-critica", l'interesse per slanciarsi contro la reazione non è mai simmetrico alla passione per appoggiare l'innovazione.

Bruciare vuol dire che le scelte semiotiche e comunicazionali intorno a zone di ricerca, metodi applicati, istanze espositive e sequenziali, fino alle sperimentazioni didattiche devono trovare-produrre moduli fiammeggianti, instabili, inquieti, dislocanti che coinvolgono la produzione dei nuovi saperi e le loro diffusioni.
Anthropology must burn.
Nella relazione tra nuova architettura infiammante e comunicazione metropolitana (che quindi ha poco a che fare con la vecchia antropologia urbana) il concetto di società - su cui si sono basate le scienze sociali, la stessa politica e l'intera modernità - da tempo si é andata dissolvendo, per lasciare emergere qualcosa di molto meno solido e "dualista" (dialettico): la metropoli comunicazionale. I suoi contorni sono sfumati e traforati: i suoi concetti sono liquidi e brucianti, i suoi spazi digitalizzati, le sue identità morphizzate.
Una certa nuova antropologia ha provato ad affacciarsi verso la metà degli anni '80. Ma pur affrontando il rapporto tra scrittura e autorità, pra poetico e politico, tra arte, etnografia e museo, ha trascurato altre forme di rappresentazione visuale (che con il tempo si sono rivelate sempre più dinamiche e conflittuali), solo evocato i nuovi soggetti che si auto-rappresentano, escluso gli innesti tra tecno-comunicazione e metropoli. Da qui il senso di empasse che dura da troppo tempo.
Lo strip di Las Vegas ha favorito come pochi altri paesaggi urbani il concetto di postmoderno. Lo ha prodotto archietettonicamente. Lo ha messo-in-scena.
Il suggerimento di imparare da Las Vegas elaborato da Robert Venturi può essere riassunto su due punti:
- a) i nuovi edifici dello strip hanno anticipato i tempi perchè hanno moltiplicato i codici per unità di immagine (sign-flation: un edificio strapieno di segni come un video-clip)
- b) non si potevano più inventare nuove forme, la storia è finita e a noi non resta altro che assemblare a piacere i simboli del passato, ridurli ad icone e così giustapporli sullo strip. It's all in the mix.
Ebbene, ora - dopo quasi 30 anni - è ovvio che quello strip non è più lo stesso. Per capirne la sua crescente carica seduttiva di attrazione si deve ricorrere ad altro.
Il postmoderno è stato fagocitato dal suo stesso produttore. Lo strip non è rimasto fermo, ma si è mosso costantemente e turbolentamente. Ora è il morphing che parla con una carica ancora più avvolgente e stravolgente del ""tradizionale"" cut 'n mix.
Da qui una visibile affermazione: il messaggio architettonico non sta più nel mix, come sosteneva Venturi ma nel morph. Nella sua attrazione plurisensoriale e multisequanziale. L'attacco non è più contro i simboli, bensì verso tutti i tempi e tutti gli spazi che ora si possono sempre più concentare, riprodurre e sperimentare a LV. La mia ipotesi è che il postmoderno di Venturi sta alla vecchia Las Vegas, come l' architecture must burn sta alla nuova metropoli.
Nella Parigi del XIX secolo sono nati diorami e panorami. Nella Las Vegas fine-inizio secolo si mette in scena il morphing. E tutto cambia nella percezione e nella narrazione.
Nella visione.
Vi racconto Las Vegas.

2. Morphing arch-anthropology

- Il gondoliere è african american e porta sulla gondola due sposi chicanos. Ai lati delle sponde, gruppi di turisti asians (forse giapponesi o forse coreani o chi sa) fotografano la scena, mentre una coppia mediterranean vestita da carnevale veneziano canta un'aria settecentesca. Il cielo color Tiepolo è azzurro limpido dalle nuvole rosate. Una fila ordinata di turisti provenienti un po' da tutto il mondo ha riepempito la calle, fermandosi davanti alle vetrine della moda italiana o ai menu dei risporanti in rappresentanza dell'intera penisola. L'indicazione per Piazza San Marco - unico posto dove sia permesso fumare - è chiara e ci si arriva in poco tempo, subito dopo il Ponte dei Sospiri. La piazza - come l'intera zona dal forte richiamo turistico - è strapiena di gente. Bar, gelaterie, caricatirusti, pizzerie, mimi. Il cielo è sempre dello stesso color-tiepolo. La temperatura fresca. Per l'aria condizionata. Nel tornare indietro, osservo che la coppia chicana è scesa dalla gondola e accolta da una selva di applausi da una nugolo di turisti in fila per la gondola: si baciano e i flash scattano.

- Come è noto, lo strip di Las Vegas è quella lunga strada - che ha sostituito il vecchio centro - analizzata da Robert Venturi come il laboratorio del postmoderno. Secondo lui, gli edifici avevano una quantità tale di codici che moltiplicavano il numero di segni presenti per unità di imagine, il cui frame (facciate sala-da-gioco e industria-del-divertimento) diventò il testo empirico per l'affermazione dell'ambiguo termine di postmoderno, ossessione ancora infinita per architetti, antropologi, semiotici ecc.. Fine della storia (non ci sarà non solo rivoluzione, ma neanche utopie o mutamenti possibili); fine della cultura (gli stili sono stati già tutti inventati, quelli noti sono inventariati, ridotti a icone e così mixati a piacere); fine dell'individuo (la globalizzazione schiaccia il soggetto ad appendice del consumo più che della produzione).

- Il morphing è un indicatore del "quick-change" ovvero della trasformazione sempre più accelerata della comunicazione visuale che investe architettura e arti visive, cinema e ricerca etnografica, tecno-culture e tecno-psicologie - tutte ubique, fluide, in divenire. Contro l'infelice egemonia del realismo politico-fotografico, il morphing forza un costante shape-shifting, diffonde instabilità percettive, rende floating ogni significante e ogni identità. "Lack of self-coincidence, as well as subcutaneous existence is always in motion and ever changing" (Sobchack). Questo nuovo livello produttivo-immaginativo del morphing destabilizza la vecchia metafisica dell'Occidente, imprigiona ogni dibattito sui grandi valori (libertà, conflitto, mutamento), decentra flessibilmente ogni potere che non solo non scompare, ma si rafforza proprio grazie a questo avere no-center. Il morphing è parte di un processo tumultuoso e scorretto che contribuisce alla decadenza di ogni scienza della politica (o del politico). I centri del potere non hanno più la sostanza materiale di una volta. Le elezioni si riducono a rincorse tra concorrenti affini per la conquista del residuo centrista - un fatale 0,5 % - per governare.

- Negli ultimi anni, tentativi di rimettere in moto ricerche e approdi della critica non tradizionale hanno elaborato modelli basati sul postfordismo. Nello stesso tempo, nell'enorme e capillare sprawl che attraversa la Bay Area di San Francisco si sperimentavano teoreticamente e, ancor più, si applicavano decentrate quanto mobilissime trame tecnoproduttive che stavano risolvendo secondo un nuovo indice di valorizzazione la questione del "post", rimasto tale solo in quegli schemi attardati. Infatti, da tempo non c'è più un "post". Nell'attuale presente è stato riempito dalla new economy e dal quick change. Ragazzoni appena laureati a Stanford inventano nuovi sistemi produttivi-comunicativi che intaccano la produzione post-industriale (tra cui il tradizionale copyright) e che diffondono un tipo di soggettività produttiva mobilissima che non ha più niente a che fare con il modello anni '70 dell'intellettuale tecnico proletarizzato. Per questo, i colossi postindustriali si difendono così ferocemente con avvocati, politici e tutto il resto, non tanto per difendere il diritto octroyée al copyright, di cui non hanno mai avuto una particolare sensibilità morale, tanto meno basata sulla difesa del "genio" inventore di cultura, quanto per qualcosa di molto più grossolano e materiale: i propri interessi di corporation multinazionali. Mai e poi mai quelli dei musicisti. E allora la conseguenza è lampante: l'indice Nasdaq e la diffusione di Napster dissolvono il "post" dell'industriale toyotista e diffondono non solo spirali tecno-economiche di tipo nuovo e decentrate produttività comunicazionali (e, insieme ad essa, stili, tecnoculture, techno-self), ma anche nuove soggettività autoproduttrici che non saranno più riconducibili all'ottocentesca categoria di "classe". Non c'è più il sociale nel conflitto, nè cittadinanza nel diritto, tanto meno interessi di parte sindacalmente o partiticamente unificabili che prefigurino nuovi valori universali. Con estrema felicità e radicalità X-treme, tutto ciò che cerca disperatamente di riaffermare valori universali muore o sopravvive nelle chiese di ogni tipo. Quick change...

- Ora quello che ha riempito questo post - ci piaccia o meno - è Venice. Il quick change dello strip di Las Vegas ha reso obsoleto il mix inflattivo di codici per unità di facciata. Ora è subentrato il morphing architettonico che non cita e giustappone, bensì mette in scena set, senso, stile, percezioni e un sacco di valore e di valori. Shape-shifting. Alle vecchie tipologie di segmenti turistici settimanalmente stanziali, subentrano rapidi e capillari spostamenti di persone che si inseriscono con facilità e felicità all'interno di set alive dove contribuiscono a mettere in scena performance in quanto attori e spettatori nello stesso tempo. Dal mix al morphing. I nuovi ambienti (e Venice è uno di questi ambienti che ha scalzato la Rome del Ceasar Palace, dove ancora prevale il mix postmoderno outdoor, ora sconfitto dalla prepotenza coinvolutiva indoor di una Venice morphizzata) sono computer-generated. Il soggetto entra (clicca) lungo spazialità translucide e plasticizzate che esagerano all'estremo le ricostruzioni/invenzioni delle forme estetiche e sensitive di ogni metropoli "altra". Las Vegas - nuova Gomorra in perenne combustione - porta la sfida alla storicità e all'autenticità delle metropoli disseminate in tutto il mondo e ne morphizza tutti i luoghi topici. Altro che nonluoghi. Questa è pura competizione comunicativa, estetica, percettiva, autoriale, tecnoculturale, tecnopsicologica, pan-performativa tra metropoli comunicazionali. Venice - dove si può prenotare il matrimonio in automobile, senza scendere: quick change per indimenticabili lune di miele nelle suite-ad-ore del Gritti Hotel - non afferma che non si deve andare a Venezia: dice solo che la storia è produzione inventiva nell'oggi e che la storia del passato viene conservata dalla Venezia da Cacciari, mentre la storia contemporanea viene costruita a Venice.

- Di New York si cantava con esattezza socio-politica che "if you can make it there you'll make it everywhere": su questo motto si è costituita a lungo la sua egemonia metropolitana. Ora Las Vegas incunea qualcosa di opposto a New York e per questo la batte: perchè everywhere - l' ognidove - sta lì, lo si sperimenta lì, lo si performa lì. Se l'attuale condizione non può non essere metropolitana, tale metropoli diffusa si è concentrata esperenzialmente in Las Vegas, paradosso vivente e costruente dell'eterotopia: ed è una metropoli non più "materiale" nel suo significato otto-novecentesco, bensì è metropoli comunicazionale, morphizzata, computer-generated, dove i corpi e i selves si mobilizzano. Body-selves, i tanti sè che coabitano nel dentro-fuori del corpo. Digital morphing come digital collage. Non più collage nel senso surrealista di giustapposizione tra due codici tra loro incongui. Il "morph" innesta trasformazioni figurali nei nuovi prodotti delle culture visuali che entrano l'uno nell'altro abbattendo le tradizionali distinzioni tra animato e inanimato, umano e animale, persino quelle di genere e etnicità (sempre più problematiche e che qui purtroppo non possiamo trattare), fino a dissolvere le identità statiche e singolari dell'io. Le architetture - come i concetti - si fanno liquide. Architecture must burn. E proprio il Burning Man è l'evento annuale che in quegli spazi - tra la Silicon Valley e i deserti del Nevada - è stato inventato e, da circa un decennio, messo in scena con una potenza comunicazionale e partecipativa superiore al Carnevale di Rio. Non ne parliamo di quello di Venezia. Tecnocarnevale senza Storia (quella dell'Occidente), ma pieno di nuove storie in atto, per nuove mutabilità di un immaginario multi-viduale tutt'altro che collettivo o comunitario.

- Il digital morphing , insieme alla contemporanea web-art e body-modification, alle architetture mobili (liquide o infiammabili), attua una forte disgiunzione con i variegati universi delle metamorfosi elaborati nelle mitopoetiche di tante culture. Grazie alla computer graphic, il morphing si inserisce nelle diversificate tradizioni arcaiche basate sulla "classica" metamorfosi, per causarne una radicale disgiuntura rispetto al passato. Ovidio é best seller. I nuovi modi figurazionali e narrativi amplificano ogni attraversamento linguistico. La questione dell'altro - tra desideri e incubi ad esso legati - è immaginata e impaginata in moduli diversi. Il digital morphing è capace "to move laterally across categories and undo hierarchical order and binary thought (...). Current digital technologies have effected an increasingly convergence of theater, film and computergraphics so as to create an immersive and illusory environment in which 'magic' is reversible with 'method', and in which audiences 'act' as much as they 'spectate' " (Sobchack, "Meta-morphing", Univ. of Minnesota Press, 2000:XVII) (1). Infine, il digital morphing aspira e in parte contribuisce alla diffusione comunicazionale di un significante non più solido, legittimato dai vocabolari tradizionali, bensì galleggiante, oscillante, corrosivo di ogni potere universalistico dei simboli. Per questo, esso condensa e moltiplica non solo una performance della visione, quanto genera una inquietante (perturbante) performance della memoria che intreccia - e non risolve - nuove reificazioni visuali e liberazioni possibili. Da qui si deve partire e non solo nella ricerca empirica. E' possibile che Terminator 2 e Ninja Turtle, Venice e Michael Jackson abbiano portato una sfida dissolutiva proprio al cuore (l'identità) del grund più solido della tradizione filosofico-politica dell'Occidente?

- Affacciato sul balcone settecentesco del Palazzo dei Dogi, proprio di lato al Leone di San Marco e al campanile scalato dai prodi leghisti, guardo un tramonto di fuoco intorno al deserto che circonda Las Vegas. Coppie clandestine o in viaggio di nozze si fotografano a vicenda di fronte a tale spettacolo irresistibile. Anche io mi faccio fotografare sorridente. Sullo sfondo sono accese le luci intermittenti dove c'è Copacabana. A sinistra il Cristal Building sfiora prospetticamente la Tour Eiffel che si innalza improvvisa dall'asfalto dopo l'Aladin in via di ristrutturazione. L'atmosfera è romantica. Mi torna in mente la recente visita fatta con la mia donna a San Diego: nel trolley, una guida giuliva indica un sontuoso e bizzarro hotel sulla spiaggia dei cormorani e dice (quasi canta) che quell' albergo è noto storicamente per due cose: è stato fatto tutto in legno da un magnate alla fine del secolo senza utilizzare neanche un chiodo di ferro; è stata la location dove Billy Wilder ha girato la celebre scena di Some Like It Hot, in cui Tony Curtis fa finta di essere un ricco impotente e Marylin Monroe lo bacia con passione diverse volte per tentare di curarlo... I confini della storia, della natura, delle immagini, della cultura visuale ... Dopo qualche altro mese farò un'altra esperienza decisiva (insieme a molte altre affini). Dal panorama di una bellezza sconvolgente, da cui emerge una spiaggia dall'acqua limpida-felice dell'isola awayana di O'ahu, un'altra guida - dopo alcuni secondi di silenzio - dice a voce bassa: qui è stato girato il primo vero bacio nella storia del cinema, quello che in From Here to Eternity Burt Lancaster dà a Deborah Kerr, trascinandola sopra il suo corpo disteso sulla spiaggia e bagnato dalla spuma del mare. Pochi istanti dopo ci sarà l'attacco giapponese alla vicina Pearl Harbour. Ora, in quello stesso porto, è ancorata la Missouri dove i generali giapponesi firmarono la resa senza condizioni. La portaerei è diventata un museo galleggiante. I suoi turisti più numerosi sono giapponesi. Ora lì intorno stanno girando Pearl Harbour ...

- Ho visitato lo Hearst Castle a San Simeon (classificato come uno State Historical Monumentum della California), proprio quello fatto costruire da William Rudolph Hearst, il magnate della stampa cui si è ispirato Orson Welle per girare il suo Citizen Kane: "A palace in every sense of the word", chiarisce il depliant del National Geographic (1999), costruito dall'architetta Julia Morgan e "destinated to become one of the world's greatest showplaces", 165 stanze e 127 acri di giardini, dove ogni tour include la visita alla Neptune Pool ("a Greco-Roman style outdoor pool") e alla Roman Pool ("an indoor pool lined with blue Venetian glass"). Dopo essere uscito dal fantasmagorico Castle, ho capito che il mio amato Orson Welles aveva torto marcio. Mai e poi mai Hearst avrebbe sospirato il nome di Rosebud prima di morire: nè come evocazione dello slittino metafora di un'infanzia felice accanto alla madre, che aveva ereditato una enorme ricchezza dalle miniere; nè come altra metafora più grossolana e intima per la vagina della moglie.
L'ingresso funziona così: si paga un biglietto, stessa tariffa degli Studios Universal. 35$. Si aspetta un autobus che porta in collina, proprio sotto il castello e vicino la piscina imperiale. Arriva la guida, simpatica, ironica, frizzante gag e sorrisi ammiccanti. Come un cartoon. Diventa serio, molto serio, solo in un momento: quando dice testualmente: "Come sapete, su di lui - su William Rudolph Hearst - è stato girato un famoso film, Citizen Kane. Ma, come potrete vedere dalle sue collezioni conservate grazie a un finanzialemto generoso dello Stato della California, il ritratto di Welles non è del tutto vero, la sua figura era più complessa... era una grande persona".
Tra storia del cinema, storia dei media in generale, storia sociale e biografie individuali vi sono - in California - spessori intrecci che non si possono "vedere" in nessuna altra parte del mondo. E' storia. Forse Welles voleva solo dichiarare guerra alla stampa in nome del cinema. Lotta inter-mediale. A Stanford - lungo la University Avenue - c'è un cinema vecchio stile, che in Italia chiameremmo cineclub, dove fanno sempre i classici del passato, a volte accompagnati da uno straordinario suonatore d'organo. Nel depliant che si offre ai clienti c'è scritto:------
La censura del passato non è passata.
Per questo non è vero che W.R.Hearst non abbia mai voluto vedere Citizen Kane. Non lo voleva far vedere in pubblico. Ma in privato lo vedeva anche più volte al giorno. Perchè non c'è stato nulla di più narcisisticamente esaltante, proprio per il fondatore del quarto potere, che il film che parla di lui. Il film non stronca Hearst, il film è l'apologia di Kane che assembla Welles a Hearst. E fa di entrambi un masterpiece. Hearst Castle non sarebbe sopravvissuto alla morte del suo padrone se non ci fosse stato Citizen Kane. Fanno parte della stessa storia. Solo la storia mediatica: la mediagenic reality degli Usa. La ferita non sarà mai rimarginata, perchè è inscritta visualmente nella storia contemporanea.
Hearst Castle è una location.
E prima di morire, Hearst ha sospirato (invece di Rosebud come slittino o vagina) Kane ... Kane ...
L'infinita enormità del suo io. E del suo regista.

Massimo Canevacci

©copyright Archphoto 2002-Massimo Canevacci