Giovanni Bartolozzi. Michelucci a Longarone

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Sono andato a Longarone dopo il disastro del Vajont.
Sono andato, sono arrivato, ho visto questa tragedia immensa, questa distruzione, questo paese distrutto. Ma contemporaneamente mi sono trovato di fronte una natura meravigliosa ed allora mi è venuta l’idea di una possibilità per fare una chiesa a Longarone. E così di fronte a questa tragedia e di fronte a questo terreno sconvolto dove c’erano sotto tutti i morti, sono rimasto solo con me stesso.
Non parlando col prete non parlando con nessuno, sono rimasto solo a contemplare il paesaggio che avevo davanti e a fare le mie considerazioni sulla vita e sulla morte.
Allora in me cominciò a nascere un’idea che portasse all’esaltazione della vita: il Teatro!
Allora ho pensato ad una chiesa fatta come una teatro.
Giovanni Michelucci

La tv ci bombarda. Non si può dimenticare. Non si deve dimenticare la tragedia che il 9 Ottobre 1963 seminò morte, distruzione, terrore. Un errore umano il cui peso grava sulle nostre coscienze. Si, anche su quelle dei più giovani. Facile dire io non c’ero, immersi in una società pronta a gloriarsi delle conquiste e restia a gravarsi di sbagli, fallimenti e catastrofi.
Avvenuta la sciagura occorreva qualcuno che guardasse avanti, che sentisse il dolore, la rabbia, la speranza perduta della gente colpita, che fosse in grado di tradurla in materia, spazio e forma. In un’idea futuribile che si caricasse di vita.
Non un’idea che si innamora di se stessa. Non un’idea solo per pochi. Non per arricchire il pesante bagaglio costruttivo dell’architetto.
Solo un’idea che riportasse la vita sopra la terra della morte. La vita attraverso lo spazio.
E per una tragedia singolare si chiamò un architetto altrettanto singolare. Proprio colui che dalla natura aveva intelligentemente assorbito i ritmi e le pulsazioni, senza mai cadere nella retorica e nel commercio formale, ma soltanto attraverso un dialogo serrato e profondo con la terra, gli alberi, le lucertole, le pietre. Proprio colui che dalla natura aveva estratto linfa vitale, adesso si fa carico della violenza catastrofica che la stessa natura può sprigionare, senza alcuna distinzione.

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Tutto reso ancor più gravido dal contributo di un errore umano.
Davanti a quello scenario raccapricciante di cadaveri, fango e frammenti di paese distrutto, stratificati, solo due sembravano le alternative: o la morte o la vita.
Ecco il teatro. Un tema secolare ma risemantizzato. Una nuova speranza, un nuovo nucleo per avvolgere i fedeli e ricreare al tempo stesso i presupposti per la rinascita di una collettività. Ma anche un segnale zampillante, come una fontana pietrificata, che si dichiara, con umiltà, pronta a ripartire. Uno spazio ruvido, che si scusa con la natura per l’arroganza e la presunzione umana e che senza timore è vessillo di nuova vita.
Quando Michelucci pensa alla chiesa di Longarone è già troppo avanti. Non mi riferisco agli anni. Egli è già al di fuori degli schemi tipologici e aprioristici. E’ al di fuori dello storicismo che proprio in quegli anni imperversava. E’ al di fuori di quel nozionismo da cattedratici.
Michelucci è dentro la realtà, vi è immerso e non vuole limitarsi a costruire un monumento funebre.
La chiesa si avvita nell’atmosfera gridando. Come un turbine fuoriuscito dalla terra guarda verso la diga, e cioè alla morte, allo stesso modo in cui guarda i monti e lo stupendo paesaggio antistante: la vita.
Cosi, arrivati in cima, attraverso un’avvolgente rampa, una cavea, che fa da copertura allo spazio chiesastico sottostante, ti proietta verso la morte e verso la vita.
Siamo di fronte ad una delle più importanti risposte architettoniche del secolo scorso, ad un tema difficile, calato nel vivo delle problematiche sociali, nella mancanza di speranze, nel dolore, nell’ingiustizia priva di motivazioni umanamente valide. Nella vita e nella morte.
E Giovanni Michelucci celebra la vita.

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[Giovanni Bartolozzi]


 

 


 
 
 

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