Agostino Petrillo. Somewhere…over the bridge…

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Veduta dal Santuario N.S. di Coronata, fotografia di Emanuele Piccardo

Nella temporalità lenta e quasi accidiosa che ha a lungo caratterizzato la città, il crollo del ponte Morandi ha introdotto elementi di accelerazione, innescando anche involontariamente un dibattito che era da un pezzo necessario.Genova si è vista bruscamente obbligata dall’evento a porsi nuovamente degli interrogativi, se non addirittura a ripensarsi radicalmente. Ma, in questo momento chiave della sua storia, è emerso con chiarezza quanto sia difficile fare i conti con il passato, e al contempo dire qualcosa di sensato sul futuro. L’idea di trasformare una crisi in una opportunità non è certo nuova, ma per farlo occorre fare riemergere il rimosso, chiarirsi una volta per tutte perché la città è come è, quali sono state le scelte decisive e gli spartiacque che l’hanno condotta alla condizione attuale. Per comprendere sarebbe utile indagare gli anni Cinquanta e Sessanta, esplorare le zone d’ombra della storia industriale e urbanistica della città. Bisogna chiedersi inoltre perché,esauritosi lo slancio della freccia del tempo industriale, che certo portò benessere, ma di cui oggi si esperisce il portato pesantissimo di costruzioni dissennate e di devastazioni ambientali e naturalistiche, non siano intervenute altre progettualità dotate di qualche respiro.

Diceva da qualche parte Jorge Luis Borges che l’idea che abbiamo della città in cui viviamo é sempre e comunque un po anacronistica. Per Genova questo è doppiamente vero:a lungo infatti un’immagine ormai inattuale della città ha continuato a sovrapporsi a quel reale.Il fantasma della città industriale,della capitale lavorista e produttiva si è tenacemente frapposto tra amministratori, sindacalisti e operatori sociali e culturali e la realtà concreta di una città declinante, di pensionati, di giovani per cui il lavoro è diventato merce rara. I luoghi mantenevano i loro nomi, ma ne mutava il senso. Dietro uno scenario apparentemente immobile si muovevano grandi ombre che netrasformavano le valenze e i significati. Chi ha vissuto gli anni Ottanta nelle periferie genovesi ricorda bene la durezza di quel decennio, l’attesa estenuante di una svolta che non venne mai, la sensazione di una inerzia fatale da parte dell’amministrazione.

Una politica incapace di scelte, orientata a un “bricolage” conservativo dell’esistente, mentre altrove in Europa città con struttura produttiva analoga a Genova, come Brema si rinnovavano completamente. Il prezzo pagato nei decenni successivi, con buona pace della ingannevole stagione dei “Grandi Eventi”, tragicamente congiunturale e in buona sostanza incapace di risollevare le sorti della città, è stato pesantissimo. Prezzo che hanno pagato soprattutto le generazioni più giovani, costrette all’emigrazione o a forme croniche di sottoccupazione. Oggi, in varie forme, di tutto questo viene presentato il conto. La discussione pubblica però stenta, annaspa e oscilla tra le retoriche della “protesta diginitosa”, tutte strumentali e mirate al contenimento della giusta rabbia, un ottimismo di maniera: “Genova ce la farà” (non si capisce a fare cosa…) e il salto in futuri improbabili, caratterizzati da fantasmatiche economie immateriali. Chi si occupa seriamente di queste cose, sa che le economie immateriali non nascono dal nulla, ma abbisognano di un determinato tessuto, sociale e culturale. Si vagheggia di economie 4.0 dopo che sono stati fatti fuggire tutti i giovani dotati di titoli di studio superiore…

Da dove ricominciare allora?

Certo il futuro della città è legato alle infrastrutture, ma non è detto che il ripristino del ponte e l’eventuale approntamento di nuove infrastrutture rappresentino necessariamente di per se stesse eventi in grado di smuovere la stagnante economia urbana genovese. Anzi, a chi ascolta con un pizzico di malizia e disincanto i discorsi che in questi giorni si intrecciano intorno alla questione infrastrutturale, non può non tornare alla memoria un bel libro di una decina di anni fa, Disrupted cities.When infrastructure fails, curato da Stephen Graham. La tesi di Graham era che in un mondo dominato dalle grandi catene globali delle merci, le infrastrutture giocano un ruolo sempre più importante,ma che esse divengono proprio per questo motivo in un certo senso indipendenti dai territori che attraversano, territori che in alcuni casi possono anche non ricevere benefici dalla presenza delle infrastrutture stesse, se non addirittura esserne danneggiati, dato che le storie locali e le caratteristiche dei luoghi vanno piegate alle leggi di movimento del sistema economico complessivo.

Il paradosso è allora che la ristrutturazione e il rinnovamento delle infrastrutture che collegano la città (sempre che veramente si facciano) si potrebbero anche realizzare senza che essa ne ricavi un sostanziale miglioramento dei propri fondamentali economici.Tutto questo è già avvenuto altrove,e in certi casi a poco sono valsi gli appelli e gli sforzi di amministratori e comitati locali, perché il parere dei cittadini è scarsamente rilevante rispetto alle grandi forze dell’economia mondiale, che frequentemente rappresentano i decisori in ultima istanza. E non è sufficiente una vernice di partecipazionismo fittizio e di facciata a mutare la sostanza delle cose…Come dire, l’importante è che circolino i container della supply chain management commodities, e la città si arrangerà come potrà…ricavandone magari le briciole. Qui però non si vuole in alcun modo “gufare”, come diceva qualcuno che non ha fatto una gran fine, ma sottolineare che la ripresa della città difficilmente potrà essere opera unicamente di circostanze e di forze esogene. Non si può nemmeno attendere passivamente la manna dal cielo del denaro pubblico in un’epoca di rarefazione delle risorse di stati e amministrazioni locali. Indispensabile pare invece ricreare un tessuto sociale e produttivo da cui partire per avviare un ciclo diverso.

Sotto questo profilo la strada è tutta in salita, anche nel caso che su Genova finalmente piova qualche risorsa inaspettata. Ma chi può e dovrebbe immaginare una rinascita della città basata sulle sue proprie forze, endogene? Su tutto questo quadro pesa infatti anche l’assenza di un pensiero condiviso, di un general intellect in grado di immaginare una collocazione della città nel contesto nazionale ed europeo, o di elaborare anche solo una modestissima vision come orribilmente si dice oggi (Max Weber diceva ironicamente:“chi vuolevedere…vada al cinema!…”). Una mancanza di capacità prospettica che grava pesantemente sulle ipotesi di rilancio, così come le inficia la limitatissima capacità di coinvolgimento della cittadinanza in questo nuovo progetto. Le città che oggi funzionano bene in Europa, come Monaco di Baviera, si sono date da tempo strumenti collettivi di anticipazione e prefigurazione (la Perspektive Muenchen) che vedono coinvolte fasce ampie della popolazione nelle decisioni e nelle scelte.

Una strategia di sviluppo urbano nata vent’anni fa, che prende in considerazione diversi elementi dello sviluppo della città, e non si limita ad aspetti economici, ma considera di volta in volta le priorità da affrontare. Giusto per capire di cosa si sta parlando: la Perspektive Muenchen prende le mosse dalla cultura della pianificazione partecipata, ma ne stravolge le metodologie e ne amplia radicalmente gli orizzonti. Si tratta infatti di uno strumento estremamente elastico e aperto, che non fornisce dettagliate indicazioni sugli obiettivi, sulle quantità degli investimenti e sulle misure da prendere. In luogo di tutto questo, le linee guida elaborano modelli, individuano percorsi e principi generali che vanno ad implementare i progetti pilota. I concetti e i programmi di azione vengono in linea di massima tratteggiati mediante la partecipazione intensiva di vari settori professionali, associazioni, imprese, oltre naturalmente al pubblico, tra cui spicca il ruolo dei rappresentanti dei distretti in cui Monaco è suddivisa.

I provvedimenti vengono quindi adottati dopo una discussione in sede di giunta comunale che raggiunge e coinvolge un pubblico estremamente ampio. Si dirà, un altro mondo…ma certo non vi è alcuna traccia di una simile dimensione di consultazione e concertazione nei discorsi che si intrecciano in questi giorni intorno al destino della città. Qualche allusione pietistica agli “sfollati” e qualche richiamo al ruolo degli abitanti che suona di maniera sembra esaurire la questione della dimensione partecipativa, del progetto comune e dei diritti dei cittadini. In conclusione quel che rappresenta forse l’unico contenuto sostanzioso del confuso chiacchiericcio politico-economico dell’ultimo mese, è che la questione del ponte schiude una finestra in attesa per il rilancio della città, obbliga a una riflessione politica sul senso degli spazi esistenti e sulla loro organizzazione, evidenziandone i limiti, la frammentazione ed eterogeneità. Dalle voci che si levano per ora emerge una percezione del presente atomizzata, in cui sopravvive a stento un senso collettivo. Il crollo del ponte, interrompendo il tempo storico di un post industriale mai decollato mette a nudo una domanda sociale di reinvenzione e di progettazione che è rimasta a lungo inevasa.

Una domanda cui vanno date risposte non banali e non improvvisate, che restituiscano tutta la potenza della dimensione comune, di cui la città è profondamente intessuta, dalle realtà produttive superstiti a quelle dell’associazionismo, della solidarietà, rendendo protagonista di una nuova fase la società genovese nonostante tutto così ricca di risorse. Qualcuno sarà in grado di porre la questione? Attendiamo risposte in tempi non biblici…già dall’altra parte del ponte…

[Agostino Petrillo]

Questo articolo é pubblicato sull’ultimo numero della rivista La Città in uscita il 1 ottobre. Il direttore Luca Borzani e l’autore lo ha concesso in anteprima ad archphoto e per questo lo ringraziamo.

 
 
 

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