Luigi Mandraccio. Oltre l’emergenza, ripensare la rigenerazione urbana

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Genova, veduta da levante verso ponente, fotografia di Pietro Luigi Piccardo

La mattina dello scorso 14 agosto non si è aperta soltanto una voragine nell’impalcato di ponte Morandi, ma si è anche spalancato il Vaso di Pandora dell’infinito dolore per le vittime e per tutti coloro che sono direttamente e indirettamente coinvolti, delle recriminazioni più disparate, della grande incertezza per ciò che questo evento rappresenta per il presente e per il futuro.

La condizione di emergenza conseguente in cui ci troviamo come genovesi, liguri e italiani, comporta uno stato di massima urgenza nell’approntare quanto necessario per i giorni a venire. La città di Genova, nella zona immediatamente a ridosso dell’ormai ex-cavalcavia “Morandi” e in realtà in tutta la zona di Ponente della città, si troverà a vivere una condizione di criticità, anzitutto dei trasporti, per un tempo che ancora non ha ipotesi di durata plausibili. Urgenza significa rispondere alle circostanze con la massima celerità, come si sta tentando di fare per l’attività ordinaria della città, che si ripresenterà in tutta la sua portata entro pochi giorni.

Lo stesso approccio si vorrebbe applicare anche al caso del ponte Morandi, nell’affrontare la sua ricostruzione. Non esistono, è indubbio, cassetti pieni di grandi progetti pronti all’uso, apribili e appellabili a piacere. Ne abbiamo avuto la prova con il bando per le periferie, quando di fronte alla ristrettezza dei termini e al contrarsi delle tempistiche – nell’impossibilità di svolgere un ragionevole percorso progettuale – e non avendo alcun progetto “di riserva” gli amministratori sono stati costretti a mirare a obiettivi limitati e a un approfondimento soltanto parziale delle questioni. Nessuno prepara il progetto perfetto per tenerlo sepolto, anche perché significherebbe investire soldi pubblici nella progettazione di opere che non si ha la certezza di realizzare.

Non il progetto perfetto, ma neppure, per i medesimi motivi, un grande progetto. Con grande si intende una categoria di giudizio molto difficile da sintetizzare in poche righe, ma che si può ritrovare in progetti proiettati al di là della semplice funzionalità, affiancandovi valori che producano opere visionarie e iconiche, simboli all’interno dell’immaginario collettivo. Un immaginario mentale e sentimentale figlio di una cultura progettuale e architettonica d’eccellenza, come dimostrano lo stesso Riccardo Morandi, e Pier Luigi Nervi e molti altri. Ma allo stesso tempo – come testimoniato dal lavoro assiduo di Rino Tami per le autostrade del Canton Ticino – opere esito di un approccio progettuale che si confronti con la complessità del contesto, naturale e umano. Una pratica del progetto che si discosti dalla sterile stesura di infinite tavole analitiche in cui si va a perdere la creatività dei nostri intelletti.

Il tema di una grande opera non può neppure lontanamente bastare in questa situazione e in questo momento storico. Perché noi ci troviamo, ben prima della tragedia di ponte Morandi, di fronte a una profonda crisi dell’idea stessa di sistema urbano. Ciò esige, per il nostro primario interesse e benessere, un approccio radicale e rivoluzionario, non in assoluto, bensì rispetto all’inspiegabile sonno delle coscienze e delle azioni che ha contraddistinto, a tutti i livelli, gli ultimi decenni, in tutta Italia e nella città di Genova ancora di più. La tendenza globale verso la concentrazione della popolazione nelle città comporta conseguenze e squilibri come effetti generalizzati, ma configura per l’Italia uno scenario peculiare: il modello insediativo, secondo tipologie e aggregazioni precise, in sinergia con un contesto unico, è radicatissimo e parte vitale del patrimonio culturale, tuttavia non è vincente, per quanto si è visto finora, rispetto a temi come la quarta rivoluzione industriale e la deriva demografica.

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Genova, veduta panoramica di Rivarolo, tratta da Wikipedia Commons

La risposta alle sollecitazioni delle direttrici del progresso globale deve passare attraverso gli insediamenti diffusi, il nostro eccezionale tessuto edilizio storico-artistico e le nostre periferie, per generare un nuovo modello della qualità della vita urbana. Le strategie possibili sono già delineate, ma fanno troppo spesso riferimento a degli specifici filoni tematici, rispetto ai quali si fa fatica a conciliare gli aspetti che riguardano la vita delle comunità. È quindi impellente un approccio sistemico ai problemi e alle soluzioni. La natura estremamente complessa del tema ha determinato che alle ricerche e alle pratiche virtuose/sperimentali non seguissero azioni diffuse alla totalità delle comunità e dei territori. Approntiamo interventi che sono in fin dei conti dei semplici palliativi, mentre ci guardiamo bene dal prendere delle posizioni e delle iniziative coraggiose e lungimiranti.

Facendo propria un’urgenza collettiva non riferibile a un singolo evento ma piuttosto all’intera prospettiva futura, anche nell’immediato, la comunità degli Architetti, riuniti a Roma lo scorso luglio per l’ottavo Congresso Nazionale, ha lanciato le sue proposte di fronte all’intero Paese, non ripiegata su interessi corporativi, ma alla ricerca di un’ampia convergenza con le altre professioni del settore tecnico-edilizio.

La piattaforma programmatica e normativa per un piano nazionale per la rigenerazione urbana è il cuore della strategia proposta dagli Architetti per un vero rilancio dell’Agenda Urbana Italiana. Intervenire sulle città, sugli insediamenti a qualunque scala, secondo un insieme di azioni virtuose quanto radicali e necessariamente invasive non appare ulteriormente rinviabile. Le infrastrutture sono parte integrante delle azioni sulla rigenerazione e non potrebbe essere diversamente quando una larga parte di esse è costruita all’interno della fascia delle città. Spesso sono gli ambiti periferici a dover convivere con queste entità, invasive e fondamentali allo stesso tempo. Proprio quelle periferie che sarebbero il primario e naturale campo di applicazione di una poderosa politica di rigenerazione urbana.

Per Genova la commistione città-infrastrutture è talmente radicale e profonda che non le si può pensare come due entità distinte, su cui intervenire con strategie diverse e alternative. Sono invece parte di uno stesso organismo, nel caso genovese davvero in strettissima correlazione, in una convivenza che da forzata è diventata viscerale. Dall’antica infrastruttura portuale, all’arrivo della ferrovia in Piazza Caricamento, alla Camionale e alla rete autostradale. L’infrastruttura è parte integrante della simbologia della città, come prova lo sconforto e lo smarrimento di fronte alla perdita di Ponte Morandi. Una perdita che è tragica per le vittime che ha causato; una perdita che genera dei problemi per la vita dei cittadini e per le attività produttive. Ma una perdita che è anche il vuoto rispetto a uno dei simboli della città. La rigenerazione urbana, dunque, non può prescindere dall’interessare anche le infrastrutture insieme al tessuto urbano nelle sue varie forme, specie quando è riconosciuto un forte intreccio tra tutte le componenti.

A Genova di fronte all’urgenza e alle necessità impellenti si farà quello che si dovrà fare per risolverle, ma è altrettanto doveroso porre l’attenzione sull’opportunità di agire per una grande opera, piuttosto che su una emergenziale. Un intervento di previsione e programmazione che si muova nella direzione di un’operativa rigenerazione dell’organismo urbano genovese, nel quale inserire strategicamente le azioni che daranno risposta all’emergenza post-crollo di ponte Morandi. Genova, come tutta Italia, aspetta con ansia la comparsa all’orizzonte di una visione virtuosa di cui farsi partecipe, con una comunità di Architetti protagonisti, creativi e propositivi, di un’idea di futuro da concretizzare.

[Luigi Mandraccio]

19.8.18

 

 
 
 

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