Emanuele Piccardo. Il crollo

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Viadotto sul Polcevera, opera di Riccardo Morandi, Genova 1960-1965

Genova ha sempre dovuto far fronte alla sua orografia costruendo infrastrutture straordinarie per la difficoltà nel collegare le sue parti superando dislivelli naturali e stratificazioni urbane. Una città dell’attraversamento con le infrastrutture come macchine produttrici di immaginari visivi e mentali. Su tutte la sopralevata realizzata nel 1964, su progetto di Fabrizio De Miranda, per collegare il porto a ponente con la Fiera del Mare e il Palazzetto dello Sport a levante. E ancora il viadotto sul Polcevera, fatto tra il 1960 e il 1965, progettato dall’ingegnere Riccardo Morandi, uno dei principali progettisti di infrastrutture insieme a Pier Luigi Nervi, che ne fece un altro gemello a Maracaibo.

Entrambe rappresentano bene la necessità della città di superare la mancanza di spazio costruendo infrastrutture utili alla sua vita economica basata sul porto. Già in quegli anni l’esigenza di una rete efficace di infrastrutture viarie e ferroviarie era evidente nelle parole del presidente del porto Manzitti intervistato nel film di Giuliano Montaldo Genova. Ritratto di una città (1964). Le infrastrutture sono ancora oggi indispensabili per un territorio compresso tra montagne e mare. Ma la Liguria non abbastanza forte politicamente, con pochi elettori e una popolazione maggioritaria di anziani non ha nessuna visione verso il futuro. Nonostante gli sforzi di Renzo Piano nel donare continuamente alla città progetti di sviluppo di nuove infrastrutture legate allo smantellamento di aree portuali da riconvertire e ridare alla città. Genova, la Superba, é in declino dagli anni novanta del secolo scorso. Il crollo del viadotto rappresenta il crollo di una città dal punto di vista culturale e politico che dopo vent’anni si é affidata al governo del centro-destra, non senza colpe della sinistra che certi problemi, come quelli delle infrastrutture, non ha mai voluto risolvere. Negli anni si sono avvallate le idee più bizzarre, dal realizzare un tunnel sottomarino per collegare l’autostrada con il levante cittadino e abbattere la sopralevata che invece contribuisce allo snellimento del traffico consentendo anche una visione aerea della città ineguagliabile.

Dopo cinquant’anni il dibattito é fermo a posizioni demagogiche sul futuro di una regione in agonia proprio dal punto di vista dei trasporti, dove il tragitto ferroviario Rapallo-Genova lungo venticinque chilometri si percorre in soli cinquanta minuti. Non bisogna dimenticare che le autostrade liguri sono il risultato di due ideologie. La prima quella fascista con l’autostrada A7 Genova-Serravalle costruita nel 1936 e tuttora attiva, la seconda quella democristiana con le autostrade A10 fino al confine con la Francia, e la A12 Genova-Roma (non finita) costruita durante il boom economico. Anche le ferrovie liguri rappresentano bene l’immobilismo italiano, con le tratte appenniniche e litoranee debitrici della visione di unificazione dell’Italia attuata da Camillo Benso di Cavour. Una regione isolata dal nord-ovest e dal resto del paese, senza un progetto infrastrutturale serio che consideri costi e benefici, ma solo scontri tra ideologie politiche per fare la Gronda autostradale, tra i favorevoli il centro-destra che amministra Regione e Comune, contrari Movimento 5 stelle e Legambiente. Un’opera che dovrebbe togliere traffico al nodo genovese forando come una groviera l’appennino, con un impatto decisamente pesante in cui il ruolo degli architetti e degli ingegneri é nullo, senza nessun concorso internazionale di progettazione e il progetto elaborato direttamente da Autostrade per l’Italia. Un progetto che deve avere come primo obiettivo la realizzazione di una infrastruttura-architettura come la sopraelevata e il viadotto sul Polcevera, e non un banale segno nel territorio per collegare il punto A con il punto B come accaduto con la TAV. Progettare il territorio con attenzione al rapporto con le comunità e le altre infrastrutture naturali come fiumi e torrenti, attraverso un radicale cambiamento nell’approccio metodologico. Non occorre inventarsi nulla basta analizzare quello che viene fatto in altre realtà che lottano quotidianamente contro l’assenza di spazio come l’Olanda o il Giappone.

[Emanuele Piccardo]

La costruzione del viadotto https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/14/genova-le-immagini-storiche-della-costruzione-del-ponte-morandi-il-cantiere-dal-1963-al-1967/4559908/

Analisi di Milena Gabanelli https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/boom-trasporti-pesanti-ha-indebolito-ponti-chi-se-ne-occupa/1e95b2ac-1e08-11e8-af9a-2daa4c2d1bbb-va.shtml

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