Fabrizio Brunetti. Intervista inedita a Bruno Zevi

Lo storico dell’architettura Fabrizio Brunetti professore associato all’Università di Firenze, allievo di Giovanni Klaus Koenig, ha dedicato la sua ricerca all’architettura organica e in particolare Wright. Nel 1974 per Teorema edizioni pubblica “Le matrici di una architettura organica. Frank Lloyd Wright”. In questa densa pubblicazione lo storico fiorentino indaga alcuni aspetti della formazione di Wright: dall’ambiente familiare all’approccio froebeliano nella sua educazione, passando attraverso le influenze religiose e la poesia di Walt Whitman.

Questo viaggio di ricostruzione delle matrici culturali si conclude con un appendice dedicata ai primi committenti wrightiani a Oak Park, suburbio di Chicago. Durante la ricerca che ho intrapreso con Alessandro Lanzetta su Bruno Zevi mi sono imbattuto in Brunetti e in particolare in una intervista, depositata alla Fondazione Zevi, che lui fa al critico e storico dell’architettura, di cui ricorre quest’anno il centenario. L’intervista si compone di ventinove domande. Nell’inventario dell’archivio Zevi l’intervista viene collocata con una data errata, il 1945, ma su questo ci torneremo. Le domande vertono sul tema delle riviste. Si parte con la rivista A condiretta da Zevi con Carlo Pagani e Lina Bo, con alcune divagazioni, ma sempre collegate tra loro, come la scuola di architettura organica (fondata da Calcaprina, Fiorentino, Radiconcini e Zevi) e l’A.P.A.O. (Associazione per l’Architettura Organica). E ancora la fondazione e l’evoluzione della rivista Metron, il cui […] “intento era quello di rappresentare l’intero movimento moderno italiano-scrive Zevi-gli organici e i razionalisti, le A.P.A.O.e l’M.S.A. milanese”[…] (1).

Così Brunetti concentrandosi sulla diffusione del pensiero architettonico attraverso le riviste ci fornisce un particolare punto di vista da cui rileggere l’opera zeviana. Nello svolgere l’indagine alla ricerca di una possibile datazione dell’intervista ho consultato la bibliografia di Brunetti. Nel 1986 lo studioso pubblica per Alinea “L’architettura in Italia negli anni della ricostruzione” in cui l’autore affronta tutte le fasi, da quelle immediatamente successive alla fine della seconda guerra mondiale fino alle proposte dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, per concludersi con gli interventi dei relatori al primo convegno nazionale per la ricostruzione edilizia. Organizzato dal CNR dal 14 al 16 dicembre 1945 al Castello Sforzesco di Milano, al quale partecipano, tra gli altri, Rogers, Zevi, Levi Montalcini e Nervi.

La lettura di questa pubblicazione porta alla luce la data dell’intervista dattiloscritta che Brunetti fa a Zevi. Nel secondo capitolo intitolato “Il rinnovamento nella professione e nella cultura architettonica”, l’autore quando parla di A.P.A.O. fa riferimento […] “ad una testimonianza inedita dello stesso Zevi del 1983”[…] (2). Come si verifica in alcune righe successive a proposito del gruppo di architetti 15A viene citata un’altra frase virgolettata di Zevi “protagonisti delle battaglie razionaliste”, che riprende una delle risposte dattiloscritte.(3)

Brunetti non pubblica mai la intervista nella sua interezza bensì ne usa delle parti per confermare le sue ipotesi e lasciare la parola al diretto protagonista: Zevi.
Di fatto rende questo documento inedito e lo pubblichiamo per la prima volta, grazie alla Fondazione Zevi, con lo scopo di diffondere il pensiero zeviano rendendo omaggio anche a Fabrizio Brunetti scomparso nel 2015.

[Emanuele Piccardo]

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FB: Come e con quali intenti nasce A-Cultura della Vita?Com’è la sua breve vicenda?

BZ:All’indomani della liberazione di Milano, Carlo Pagani e Lina Bo ebbero l’idea di lanciare un settimanale di architettura, un organo popolare, a vasta diffusione, concentrato soprattutto sui problemi della casa. Ne parlarono con Gianni Mazzocchi della Domus il quale, temendo la concorrenza di altre iniziative editoriali che , in quel momento, pullulavano a Milano accettò, benché senza entusiasmo. Mazzocchi diffidava delle capacità organizzative di Pagani e Bo. Viceversa Carlo e Lina diffidavano di Mazzocchi, ed inoltre bisticciavano tra loro sull’impostazione del settimanale. Mazzocchi giocava su questi contrasti per ritardare l’uscita della pubblicazione. Quando io giunsi a Milano, i primi numeri erano già pronti e si era stabilità una periodicità di quindici giorni. Il titolo non era ancora definitivo. Lina Bo proponeva “Casa”; dopo lunghe discussioni fu scelto “A” (architettura, arte, abitare, amore). Incontrai Mazzocchi, e ottenni di trasformare “A” in settimanale, mi pare dal n.7 in poi. Ma l’iniziativa ebbe brevissima vita. Per quale motivo “A” finì così presto? Era un’arma eversiva in politica e nel costume. Gli articoli politici erano scritti da me, ispirato dal pensiero di Carlo Rosselli, dal movimento “Giustizia e Libertà” e dal Partito d’Azione. Mazzocchi aveva tendenze politiche affatto diverse. La pietra dello scandalo, il pretesto di chiudere il settimanale fu offerto da un articolo sul controllo delle nascite, che io avevo voluto pubblicare. Gli autorevoli amici cattolici di Mazzocchi protestarono e “A’ fu interrotto, senza preavviso. Mazzocchi pagò alte penali a Pagani e alla Bo per tale interruzione. Quanto a me, mi chiamò per propormi la direzione di “Casabella”. Benché non mi fidassi dell’uomo, accettai;conservo ancora una lettera di Mazzocchi che s’impegna a ripubblicare “Casabella” diretta da me. Naturalmente era un alibi: al momento di ripubblicare “Casabella” dimenticò il suo impegno. Riflessioni a posteriori. La fine di “A”, in sè, non fu disastrosa. L’idea di un settimanale di architettura era forse prematura (neppure ora, in Italia, siamo riusciti a produrre un “The Architect’s Journal, un “Building Design” o un “Bauwelt”). Il guiao é che provocò una grave delusione nell’animo di Carlo Pagani e Lina Bo. Pagani, infatti, non si é più occupato di riviste. Lina partì con Pietro Maria Bardi per il Brasile. Due giovani forze della cultura perdute dall’Italia.

Quanto a me, mi sono vendicato subito dell’offesa subita da Mazzocchi. Nel 1955 quando si seppe che avrei iniziato con la ETAS di Carlo Caracciolo la pubblicazione di “L’architettura-cronache e storia”, ricevetti una pressante telefonata da Gianni Mazzocchi: voleva vedermi al più presto, per discutere un argomento importantissimo. Appuntamento a Roma, nella sede di Domus, allora in Via Veneto. Mazzocchi mi chiese di fare la rivista con lui, promettendomi mari e monti, e assicurandomi che con la ETAS sarebbe stato un fallimento.Gli risposi che ero contrario ai monopoli nel campo delle riviste di architettura; a parte questo, con lui non avrei mai diretto una rivista, perché aveva chiuso “A-Cultura della Vita”, un organo fragrante, vario, pluridimensionale, capace di connettere l’urbanistica e l’architettura alla politica e al costume. Un organo di cui si sente il bisogno anche a distanza di tante decadi.

FB:Quando viene fondata e con quali intenti la Scuola di Architettura Organica?Chi ne sono i promotori?

BZ: Tornai a Roma nel giugno 1944, poche settimane dopo la Liberazione. Tra i primi amici che incontrai: Cino Calcaprina, Silvio Radiconcini e Mario Fiorentino. La situazione architettonica era quanto mai confusa, si riduceva a un’anonima “Associazione Architetti” presieduta da Arnaldo Foschini, la figura più trasformista ed equivoca del gruppo piacentiniano.

Decidemmo che bisognava prendere un’iniziativa, cominciando da una “Scuola” serale che aveva due scopi: a)consentire agli architetti che tornavano dalla guerra di riciclarsi nella professione;b) combattere la Facoltà di Architettura di Roma, epicentro della reazione fascista. Trovammo alcuni locali nell’attico di Palazzo del Drago in Via Quattro Fontane. Stabilimmo quattro corsi:1) Urbanistica, con Luigi Piccinato, 2) Architettura, con Mario Ridolfi, 3) Scienza e Tecnica delle Costruzioni, con Pier Luigi Nervi, 4)Attività Professionale, con Aldo Della Rocca.
I promotori della “Scuola di Architettura Organica” furono dunque quattro: Calcaprina, Fiorentino, Radiconcini ed io.

FB:In Metron (n.2) si dice che, tra gli iniziatori dell’A.P.A.O., oltre che i fondatori della Scuola di Architettura Organica, ci sono “alcuni membri del gruppo 15A” e “altri architetti”. Cos’è il gruppo 15A (di cui non trovato altra notizia) e chi ne sono i membri e quali, tra questi sono fondatori dell’A.P.A.O? Chi sono gli “altri architetti” di cui si parla in quel numero di Metron?

BZ: L’A.P.A.O. sorse vari mesi dopo l’inizio della “Scuola di Architettura Organica”, a seguito di un vasto dibattito tenuto tra i giovani architetti che ne frequentavano i corsi. Il “gruppo 15A” era una formazione occasionale di quindici architetti, alcuni dei quali di tendenza cattolica-progressista che presto scomparve. Marabotto e Petrilli ne erano i leaders, e confluirono nell’A.P.A.O. Gli “iniziatori” furono circa una quarantina. Tra “gli altri architetti” é significativa la presenza di Luigi Piccinato ed Enrico Tedeschi, personalità già affermate che funsero da tramite tra I giovani appena laureati e la generazione dei razionalisti. Io insistevo molto sulla necessità di garantire un raccordo tra organici e razionalisti, perché concepivo l’organico come sviluppo e maturazione del razionalismo. Entrarono quindi nell’A.P.A.O. Adalberto Libera, Giuseppe Vaccaro, Giuseppe Samonà ed altri protagonisti delle battaglie razionaliste.

FB: Sempre nel n.2 di Metron si annuncia che i docenti della Scuola di Architettura Organica sono invitati, evidentemente dai “fondatori” dell’A.P.A.O. Ciò non é in contraddizione con quanto si dice prima, che, cioé , il gruppo fondatore della Scuola é tra I promotori dell’A.P.A.O.? Oppure I docenti della Scuola (Nervi, Piccinato, Ridolfi, Della Rocca) non erano in realtà anche “fondatori” della Scuola stessa?

BZ: Il gruppo fondatore della “Scuola di Architettura Organica” (Calcaprina, Fiorentino, Radiconcini e Zevi) fu tra i promotori dell’A.P.A.O., ma I docenti della “Scuola” (Piccinato, Ridolfi, Nervi e Della Rocca) non erano annoverati tra i fondatori: erano persone esterne, invitate da noi a tenere i corsi. E’ quindi logico che dovessero essere invitati a partecipare all’A.P.A.O. Nessuna contraddizione.

FB:Il primo numero di Metron é datato agosto 1945 (ma uscì proprio nell’agosto? Non sempre le date di pubblicazione effettivamente mi sembrano quelle indicate sulla rivista), ma quand’è che se ne comincia a parlare? A chi nasce la prima idea della rivista? Quando si comincia a lavorarci?

BZ: La vicenda di “Metron” é indipendente dal quella dell’A.P.A.O. Ha inizio per merito di Eugenio Gentili Tedeschi di Milano, il quale, avendo conosciuto un industriale siciliano che ha intenzione di creare la casa editrice “Sandron”, gli propone di fare una rivista di architettura. Gentili Tedeschi ne parla con Luigi Piccinato, Enrico Tedeschi, Cino Calcaprina, Silvio Radiconcini e con me. Si prendono contatti con l’editore, si prepara il primo numero che esce proprio nell’agosto 1945. L’idea della rivista va dunque ascritta a Eugenio Gentili Tedeschi. La sua concezione invece é largamente dovuta ai “romani”, che erano in grado di condurre un lavoro quotidiano di redazione.

FB:Qual’è il rapporto ufficiale tra Metron e A.P.A.O.? Se Metron é in qualche modo, anche se non “ufficialmente”, la rivista dell’A.P.A.O., qual’è la posizione di quei milanesi componenti il consiglio direttivo che non facevano parte dell’A.P.A.O. ma aderivano, invece, all’M.S.A.?

BZ: “Metron” non é stato mai un organo dell’A.P.A.O. Il suo intento era quello di rappresentare l’intero movimento moderno italiano, gli organici e i razionalisti, le A.P.A.O. e l’M.S.A. milanese. Perciò i razionalisti milanesi si trovavano benissimo nel consiglio direttivo di “Metron”.

FB:Come nasce l’idea di intitolare la rivista Metron?

BZ:Il titolo della rivista nacque da un compromesso. Avevo proposto “Architettura Organica” o “Spazio”. Enrico Tedeschi si oppose, ritenendo che rappresentassero troppo le mie tesi critiche. “Metron” costituiva una sigla anodina che piacque a tutti, meno che a me.

FB:Come é nato il titolo “Cassaforma”? E come é che, più tardi, la rubrica assume a simbolo l’immagine della finestra dello Zuccari?

BZ:Credo che questa rubrica sia stata promossa da Silvio Radiconcini: notizie+polemiche. Col tempo, la polemica prevalse, ed é logico che la finestra dello Zuccari ne costituisse il simbolo.

9)FB: Nel primo numero di Metron si commemorano Beltrami, Labò, Pagano e Banfi. Non si parla di Giolli. E’ perché Metron é una rivista di architetti per architetti e si ritiene di non citare, tra gli architetti morti nella resistenza, anche un critico? O forse, invece, non si era ancora avuta notizia del decesso di Giolli? O c’è un altro motivo?

BZ:Della morte di Giolli non sapevamo nulla in quel periodo. Ci limitammo perciò a commemorare gli architetti di cui conoscevamo la tragica fine.

FB: Come mai la prima opera di un architetto non italiano presentata in Metron, e una delle prime in assoluto (nel n.2), é un progetto di Niemeyer, un architetto che Lei non ha mai molto amato?

BZ: A dire il vero, nel n.2 apparvero due opere di architetti non italiani: lo Stadio Nazionale in Brasile, progettato da Niemeyer, e una casa a Stamford, nel Connecticut, costruita dall’americano Bimel Kehm. Un grosso, magistrale impianto urbano e una modesta residenza. Un testo razionalista e un prodotto organico. Del resto, ho sempre stimato Niemeyer anche se ho criticato, più tardi, la sua architettura a Brasilia.

FB: Mi sembra che, come “tendenza”, Metron punti a presentare piuttosto opere di buon livello medio che “capolavori”, anche se di questi ultimi dà continuamente notizia. E’una scelta precisa?

BZ:Se questo risulta da un esame della rivista, mi fa piacere. Significa che abbiamo prolungato il costume di Persico e di Pagano. In realtà, l’obiettivo di un periodico é sempre quello di elevare il livello della produzione edilizia. La sfida, allora come oggi riguarda il linguaggio, non l’arte.

FB: Il fatto che Metron punti a stabilire un equilibrio redazionale tra “romani” e “milanesi” é un tentativo di evitare, nella cultura architettonica, dissidi simili a quelli che già si erano avuti tra i due gruppi nell’anteguerra? Si riteneva sinceramente che la polemica, forse ancora latente nel ‘45, si potesse superare per presentarsi uniti contro possibili resurrezioni dell’accademia? E le comuni bandiere avrebbero dovuto essere l’A.P.A.O. e Metron?

BZ: Ho già precisato che il mio scopo era quello di determinare una maturazione del razionalismo nella tendenza organica. Le ragioni che ci inducevano a questa politica di sintesi culturale e di continuità del movimento moderno sono ampiamente spiegate in vari articoli di fondo, e nel mio discorso “L’architettura organica di fronte ai suoi critici”. No si trattava quindi di un estrinseco “equilibrio redazionale”, ma di una prospettiva culturale. La comune bandiera non era l’A.P.A.O., ma il movimento moderno propugnato da “Metron”.

FB: Come nacque il consiglio direttivo della rivista? Come furono tenuti i contatti e presi gli accordi, specialmente con i milanesi?

BZ:Il gruppo romano del Consiglio Direttivo della rivista risultò da uno scontro tra Enrico Tedeschi, che voleva includervi Saverio Muratori, e me che mi opponevo ad un uomo non disposto a rinnegare la colonnata “Piazza Imperiale” dell’E.42 a Roma. Ci furono sedute tempestose, dopo le quali posi l’aut-aut: o me o Muratori. Piccinato, Ridolfi, Calcaprina, Radiconcini optarono per me, e Tedeschi si arrese. Quanto ai milanesi, furono scelte tre figure tra le più significative del movimento razionalista: Piero Bottoni, Luigi Figini, Enrico Peressutti, oltre ad Eugenio Gentili naturalmente. I contatti con Figini e Peressutti furono sempre scarsi. Bottoni invece veniva frequentemente a Roma e s’interessava alla rivista.

FB: In “Zevi su Zevi”, parlando dei fondatori di Metron, tra i milanesi cita solo Gentili e non gli altri del consiglio direttivo. Perché?

BZ:Perché come ho già spiegato, Eugenio Gentili fu determinante nella nascita della rivista, e ne seguì sistematicamente gli sviluppi.

FB:Come mai Lei é presente nel consiglio direttivo solo a partire dal numero 10?

BZ:Ero un dirigente dell’U.S.I.S. e mi occupavo dell’informazione tecnica americana. Ritenni inopportuno mettere il mio nome su una rivista italiana. Non appena lasciai l’U.S.I.S., ovviamente, fui inclusonel Consiglio Direttivo di cui, de facto, facevo parte sin dall’inizio.

FB: Perché la rivista si presenta con una direzione duplice? E perché due “romani”? Ci si poteva aspettare che, per questioni di equilibrio, la direzione fosse affidata ad un “romano” e ad un “milanese”.

BZ:Il primo numero di “Metron” porta la data: agosto 1945. Quando la rivista fu concepita ed organizzata, I contatti con Milano non erano facili. E poi questa supposta contrapposizione tra milanesi e romani l’abbiamo sempre rifiutata. Piccinato rappresentava la figura più prestigiosa nel campo urbanistico. Ridolfi sembrava l’artista tendenzialmente più vicino alla tendenza organica. La rivista era redatta e stampata a Roma. E’ logico che la direzione fosse costituita da residenti a Roma.

FB:Che ruolo ebbe Ridolfi, che in tutto l’arco della rivsita scrisse un solo articolo (quello sul “Manuale”, ovviamente)? Del resto, oggi egli sostiene che il suo apporto alla rivista e all’A.P.A.O. fu solo nominale, in quanto non si occupava troppo di questo tipo di problemi.

BZ:Ruolo minimo, per non dire nullo.Non ricordo di aver mai visto Ridolfi in redazione. Ridolfi era ed é rimasto un architetto-artigiano, poco colto e un po compiaciuto della sua incultura. Speravamo che, nel dopoguerra, potesse assumere il ruolo di un leader, analogo a quello di Piccinato. Non ne fu capace, neppure durante il periodo in cui divenne membro del Consiglio Comunale di Roma. Comunista romantico, Ridolfi si é sempre più rinchiuso nel “mestiere”. Per il bene e per il male.

FB: In che momento la rivista inizia a tenere contatti con il gruppo di Pagano a Torino? Chi personalmente prende l’iniziativa?

BZ: Quando Giovanni Astengo giunse a Roma ci informò sul lavoro che stava facendo con i suoi amici per il piano regionale del Piemonte. Ci parlò del “Gruppo Pagano” di Torino, e noi gli prospettammo l’utilità di trasformarlo in A.P.A.O.

FB: Quando, il gruppo Pagano, diviene A.P.A.O. torinese?

BZ:Non appena Astegno riuscì a convincere i suoi colleghi torinesi. Non ci furono forti resistenze. Lo scopo comune era quello di rafforzare il movimento moderno liquidando il monumentalismo fascista. Il centro del dibattito culturale era a Roma, e i torinesi capirono che valeva la pena di convergere sull’A.P.A.O., nella quale, come ho detto, militavano anche i razionalisti.

FB: C’è stato un tentativodi fare dell’M.S.A. una A.P.A.O. lombarda,come si era fatto per il gruppo Pagano? Come fallì l’operazione, se fu tentata?

BZ:Nessun tentativo del genere. L’M.S.A. milanese era indisponibile a trasformarsi in A.P.A.O. Perseguiva una politica concentrata sull’attività milanese (Triennale ecc.), svolgeva un’azione culturale, ma non aveva l’empito di rinnovamento dell’A.P.A.O.

FB:Perché e come nasce la F.A.I.A.M? Quando e perché muore?

BZ: Il F.A.I.A.M nacque per unificare il movimento moderno italiano, cioé le A.P.A.O. e l’M.S.A. Ma nacque troppo tardi, quando il clima della Liberazionesi era ormai intorpidito. Si tenne un convegno della Federazione a Milano, ma non portò a grandi risultati. Poi della Federazione non si parlò più.

FB: Col numero 31-32 del 1949 Figini lascia il consiglio direttivo. Sono sorti contrasti interni? O si tratta di un motivo personale?

BZ Figini, da fervente cattolico, non condivideva il carattere laico di “Metron”, e più volte protestò per il tono di alcuni articoli spregiudicati nei confronti della religione ufficiale. Le sue dimissioni erano, del resto, gustificate dal fatto che non contribuiva minimamente allo sviluppo della rivista.

FB: In generale, a parte Gentili e Bottoni che all’inizio figurano non raramente sulla rivista (ma Bottoni soprattutto per rispondere del suo operato come consultore nazionale), I milanesi sono sempre abbastanza assenti(tranne, naturalmente, che in occasione dei numeri sul QT8 e sulla T9). Di che tipo era la loro collaborazione? Era solo nominale o collaboravano anche alla preparazione della rivista?

BZ: A parte Gentili, che seguiva il nostro lavoro, e Bottoni, che manteneva i contatti con noi per le sue battaglie politiche, I milanesi furono completamente assenti.

FB: Come mai la periodicità (e l’effettiva uscita dei fascicoli della rivista) si fa sempre più rada col passare del tempo?Si avverte forse meno l’urgenza di partecipare al dibattito(anche perché “delusi” per la situazione del paese in materia di pianificazione) e si preferisce, invece, preparare numeri più “meditati”?

BZ:Crisi economica ed organizzativa della casa editrice, che in pratica non esisteva come tale. Poi crisi redazionale, determinata dalla partenza di Enrico Tedeschi e Cino Calcaprina per l’Argentina. Con Cino emigrò anche sua moglie, Margherita Roesler Franz, segretaria di redazione e factotum di “Metron”. Queste le due cause sostanziali della mancanza di periodicità della rivista

FB: Per quale motivo nel 1950 scompare nel sottotitolo il termine urbanistica e la rivista viene chiamata Metron-architettura?

BZ:Per togliere al titolo la sua anonimità. Nel termine “Architettura” comprendevamo anche la pianificazione territoriale e l’urbanistica. Questo risultava chiaro da tutta la storia della rivista.

FB:Nel 1950, passando dall’editore Sandron alle Edizioni di Comunità, la rivista entra nell’area olivettiana. Come avviene il passaggio e cosa comporta?Olivetti interveniva nella gestione culturale di Metron?Che ruolo aveva Riccardo Musatti?

BZ:Il passaggio avvenne lentamente. La casa editrice Sandron, come ho detto, rinunciò a stampare la rivista. Adriano Olivetti, sollecitato da Riccardo Musatti che era uno dei suoi consiglieri, finanziò la stampa di alcuni numeri di “Metron”. Poi accettò di accoglierla nelle Edizioni di Comunità. Olivetti non intervenne mai nella gestione culturale. Anzitutto, perché non era suo costume. In secondo luogo, perché, credo, non amava “Metron”. La nostra rivista non era abbastanza lussuosa per dare prestigio alla Società Olivetti, e nessuno di noi apparteneva al Movimento di Comunità. Finanziò la stampa della rivista solo per evitare che cessasse di essere pubblicata. Quanto a Riccardo Musatti, il suo intervento fu decisivo per “salvare” la rivista. Non solo: ne seguì l’andamento e vi collaborò con assiduità.

FB: Quali sono i motivi veri della chiusura della rivista?Lei, intanto, stava già preparando “L’architettura-cronache e storia”?

BZ: Della crisi redazionale della rivista ho già accennato. Con l’emigrazione di Tedeschi e Calcaprina in Argentina, e con le lunghe permanenze all’estero di Luigi Piccinato, la redazione si era ridotta a Silvio Radiconcini e a me.Margherita Roesler Franz era stata sostituita da Enrico Censon. Si andava avanti a singhiozzi. Le stesse Edizioni di Comunità non mostravano alcun interesse per la rivista, e cercavano una via per cederla ad un altro editore. A questo punto, comparve sulla scena Carlo Caracciolo, allora alle sue primissime armi. Tutti furono d’accordo sulla necessità di operare una svolta. I Consigli Direttivi non andavano più di moda; e così i direttori simbolici. Occorreva una persona che si assumesse la responsabilità della direzione, e fui scelto io perché mi dedicavo esclusivamente ad un’attività culturale e promozionale di cultura.

FB:Perché nell’ultimo numero Radiconcini, che pure é sempre presente nella direzione, non annuncia, con gli altri, le dimissioni?

BZ: Radiconcini, diversamente da tutti gli altri, non aderì al passaggio di “Metron” dalle Edizioni di Comunità alla ETAS. Rivendicò diritti sulla testata di “metron”, e questo mi indusse a cambiare titolo della rivista. Il primo numero di “L’architettura-cronache e storia” porta la data di aprile-maggio 1955. Subito dopo uscì l’ultimo numero di “Metron”.

FB:Che diffusione geografica e che tiratura ha avuto Metron nelle sue varie fasi?

BZ:Diffusione geografica: il mondo. Nel decennio 1945-55 le riviste di architettura erano relativamente poche. “Metron” fu la prima ad uscire nell’Italia del dopoguerra. Ebbe perciò una diffusione in ogni paese, anche se la tiratura non superò mai, credo, le 5-6.000 copie. Del resto, il fascino che la raccolta di “Metron” esercita ancora per chi la sfoglia dipende dal fatto che segna e documenta quel decennio post-Liberazione nelle sue alterne vicende architettoniche-politiche. Al di là dei saggi, degli studi, dei programmi, delle opere illustrate, vi si riconosce l’Italia del Partito d’Azione, quella della caotica ricostruzione, l’Italia delle speranze rinnovatrici e quella dei regressi. L’Italia del Monumento alle Fosse Ardeatine e del fabbricato viaggiatori della Stazione Ferroviaria di Roma, conquiste delle lotte condotte dall’A.P.A.O.; l’Italia della Triennale di Bottoni e dei piani regionali di Astengo; nonché quella di una decisa svolta nel campo storiografico e critico.

Copyright Adachiara e Luca Zevi 2018
Copyright Eredi Fabrizio Brunetti 2018

(1)L’intervista dattiloscritta é conservata alla Fondazione Zevi. Riferimento Busta 16, 06.02/03 1945

(2)Si fa riferimento alla nota 26 in F. Brunetti, L’architettura in Italia negli anni della ricostruzione, Alinea, Firenze 1986, p.59

(3)Si tratta della nota 27 in cui Brunetti scrive “Dalla testimonianza inedita di Bruno Zevi citata nella nota precedente. Nella stessa occasione Zevi, a questo proposito,  osserva: “Io insistevo molto sulla necessità di garantire un raccordo tra organici e razionalisti, perché concepivo l’organico come sviluppo e maturazione del razionalismo”, questa é la risposta alla domanda n.3 che Brunetti fa a Zevi.

 
 
 

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