Michele Sbacchi. Dalibor Vesely e la complessità culturale del progetto

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Nell’affascinante mostra Radical Pedagogies (1) curata da Beatriz Colomina, tra i vari casi esemplari di esperienze didattiche “radicali,” si annovera il leggendario, seppur poco conosciuto, Master in Theories and Philosophy of Architecture tenuto da Joseph Rykwert e Dalibor Vesely per circa un ventennio, prima a Colchester, alla University of Essex e successivamente a Cambridge.(2) Si trattava di un Master di durata annuale ma poteva essere ulteriormente espanso come PhD.

Quel corso fu, specialmente all’epoca della sua istituzione, decisamente inusuale – radicale appunto – in quanto prevedeva una riflessione su temi teorici dell’architettura, senza un taglio storico o cronologico. Anche la modalità era inusitata: seminari settimanali tenuti separatamente da Rykwert e da Vesely. In quel momento, il 1966-67, ovviamente non esisteva nulla di simile: lo studio dell’architettura a livello dottorale era o storico-artistico, secondo la tradizione Warburg-Courtauld, o tecnologico. Con questo corso veniva invece offerto un approccio molto critico e teorico. All’interno di questo Master, in periodi diversi si sono formati numerosi studiosi, oggi sparsi per il mondo, tutti fortemente segnati da quella esperienza. Tra essi Daniel Libeskind, Alberto Pérez-Gómez, David Leatherbarrow, Mari Hvattum, Mohsen Mostafavi.

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Daniel Libeskind, Collage, 1980

La struttura duplice di quel corso era legata strettamente alla spiccata personalità dei due docenti. Ciononostante pur essendo gli argomenti trattati e le rispettive metodologie molto diversi, risultavano perfettamente complementari e non conflittuali (3). Rykwert privilegiava il periodo fino al 1800 mentre Vesely procedeva un po’ a ritroso dal contemporaneo fino all’Ottocento. Per Rykwert contava l’analisi diretta dei testi. Si basava sulla sua esperienza di studi, che vedeva Wittkower, e in parte Colin Rowe, come capisaldi. Però, come è evidente in tutta la sua opera, quegli studi erano stati da lui rielaborati secondo altre angolazioni tra le quali spiccava l’antropologia di Levi Strauss. Come lui stesso diceva “il mio contributo scientifico consiste nella semplice operazione di avere rivisto Wittkower alla luce di Levi Strauss.” (4) Non a caso infatti è stato definito da Vittorio Gregotti “un antropologo della storia dell’architettura.”(5)

Per Dalibor Vesely le cose erano totalmente diverse: il centro della sua attenzione erano la fenomenologia, con un posto di privilegio per l’Husserl della Krisis, l’ermeneutica con una spiccata preferenza per Gadamer e Ricoeur, ed il surrealismo in tutti i suoi risvolti. Ma si ritrovavano anche un’infinità di altri filoni di pensiero, per una persona dalla cultura certamente non comune: il pensiero greco, la filosofia della scienza, l’architettura barocca e rococò, l’antropologia filosofica di Arnold Gehlen, la critica politica del totalitarismo.

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AA-Unit-di-Dalibor-Vesely-A.-Robarts-Teatro-delle-ombre

Il suo approccio non era cronologico, anche se, come abbiamo detto, vi era un non sistematico procedere dal contemporaneo a ritroso. Né tantomeno era filologico: le fonti rientravano fra le letture tanto quanto la letteratura secondaria. Ma soprattutto contavano le sue personalissime elaborazioni e riflessioni.

Nonostante questa estrema diversità, due fatti costituivano sia per Vesely che per Rykwert capisaldi comuni dei rispettivi edifici teorici. Uno era l’importanza primaria dell’impatto del pensiero cartesiano sull’architettura, e la conseguente crisi originata da Claude Perrault e culminata in Durand. Il secondo caposaldo che li univa era invece il convincimento che lo spazio dell’architettura non fosse un fatto oggettizzabile.(6)

Dalibor Vesely, data la più particolare, se non singolare, angolazione del suo approccio lasciò un segno forse più marcato e certamente più riconoscibile nella cultura dei suoi epigoni: Daniel Libeskind, per un periodo, istituì seminari di fenomenologia e architettura all’Università del Kentucky ed Alberto Pérez-Gómez replicò l’MPhil di cui abbiamo discusso, alla MacGill University, con una formula quasi uguale. Pérez-Gómez inoltre con il suo Architecture and the Crisis of Modern Science, sviluppato a partire dalla sua tesi di dottorato all’Essex, diventò il miglior interprete e divulgatore del pensiero del maestro, una specie di Platone per il suo socratico maestro.(7)

Vesely, che è scomparso l’anno scorso, era cecoslovacco. Si formò a Praga come architetto ma contemporaneamente seguì i seminari di filosofia di Jan Patočka, da lui riconosciuto come mentore principale. L’ambiente di Praga, nonostante le condizioni politiche generali, era molto stimolante sia per l’architettura che per altri ambiti culturali. Vi era un milieu artistico vivace al quale Vesely fu vicino, anche attraverso il padre che era pittore. Su tutto l’ambiente, è bene ricordarlo, gravava la presenza immanente di alcune notevoli tradizioni architettoniche. Il barocco boemo ed il cubismo cecoslovacco, tra queste giocavano un ruolo non secondario.

Vesely, però, dovette abbandonare Praga e fu esule, come Rykwert, a Londra sin dal 1966 dove visse continuativamente fino alla scomparsa. Ed è in questa città che si costituì la sua notevole, seppur ristretta, reputazione. Infatti, oltre che nel Master di cui abbiamo parlato, Vesely insegnò a lungo progettazione architettonica sia alla Architectural Association che a Cambridge. Non è difficile comprendere che anche il suo approccio al progetto di architettura fu decisamente particolare sia per il complesso dibattito teorico che accompagnava l’elaborazione del progetto, sia per i temi affrontati, ma anche per le forme di rappresentazione con le quali i progetti venivano elaborati. La sua idea di architettura aveva come riferimento subliminale e costante, la traccia di una non ben definita “Città Europea”, elemento che considerava una sorta di sincretico culmine di tutta l’esperienza “abitativa” dell’uomo nel mondo. Nel segno di Heidegger, l’esperienza fenomenologica dell’abitare dava luogo alla costruzione dell’architettura come città. Una città densa, complessa, stratificata, contraddittoria. Decisamente barocca, quindi, ma anche inclusiva di condizioni surreali e metafisiche. Era quindi una città sfumata, indefinita, tutt’altro che razionale o tantomeno ideale ed in un certo senso acronica: si potrebbe dire una città “esistenziale”. Non ci può stupire: il suo approccio fenomenologico era certamente contro qualunque programmatica illusione razionalista e allo stesso modo contrario al “funzionalismo ingenuo”.

I progetti dei suoi studenti, come quelli per Kentish Town o Spitafield a Londra, sono testimonianza di questo appassionante sforzo di non rinunciare alla complessità della spazio e della città. Ma non solo alla complessità della città in se stessa, ovvero come fatto fisico, ma di quel complesso fenomeno che è generato dalla sovrapposizione e fusione della città reale e della nostra concezione di essa. Questa accezione del complesso rapporto tra percezione e realtà era chiaramente derivato da una lettura attenta di Merleau-Ponty. Ma bisogna notare anche che un ruolo notevole era generato dalla nozione di metafora, un termine abusato da Vesely, che si connotava di un significato particolare e denso. Per inciso questo era un tratto ricorrente: numerosi termini venivano usati da Vesely con significati speciali: metaphor, embodiment, situation, creativity. Questa “città europea” veniva indagata negli studios ma anche con mitiche e lunghissime passeggiate in varie città europee, che non avevano come meta singoli edifici o temi specifici, ma era la città “in toto” ad essere “attaccata” dalla speculazione intellettuale. Il modello era più quello di una città mitteleuropea che mediterranea, e chi, ha viaggiato con lui a Praga, come Mohsen Mostafavi, ha avuto la netta sensazione che la città tanto evocata fosse proprio quella della sua adolescenza.(8)

Risulta conseguente, anche se non necessariamente automatico, che il tipo di disegni che tipicamente si sviluppavano nei corsi fossero disegni manuali con linee sfumate, ombre, numerose sovrapposizioni, rappresentazioni frammentarie. Era un coerente e sofferto tentativo di restituire l’indefinitezza del pensiero, la complessità sia del fatto fisico sia del ragionamento che lo produce, oltre che la natura frammentaria dell’architettura, un altro tema a lui caro. Ma questo tipo di rappresentazione costituiva anche un rifiuto della consolante astrattezza del disegno rigorosamente geometrico e dell’inevitabile appiattimento che esso comporta con la sua omogenea finitezza. La forma di rappresentazione di quei corsi era quindi anche un tentativo di codificare lo “schizzo”, di non perdere, con la linea definita geometrica, la “compresenza di possibilità” che l’indefinitezza comporta.

É conseguente, che non solo per ragioni ideologiche, Vesely, fosse contrario al disegno computerizzato. Il disegno sempre perfetto e definito del computer era del tutto incompatibile con la indeterminatezza del suo approccio. Tali particolarità generarono una schiera di proseliti, non inferiore ai suoi seguaci dei Master e molto caratterizzata nell’approccio progettuale. Vesely era un grande oratore, totalmente dedito all’insegnamento ed allo studio ma non un prolifico scrittore. Per anni la sua teoria della “Rappresentazione divisa” ha vissuto, condensatissima, in due memorabili articoli uno su Daidalos ed uno su AAFiles.(9) Finalmente nel 2005 il suo tanto agognato libro vide la luce, Architecture in the Age of Divided Representation. E’ stato un testo dalla strana ricezione in quanto chi conosceva Vesely trovò soprattutto delle eloquenti conferme di teorie da decenni ampiamente discusse e recepite.

Si tratta comunque di un libro fondamentale: in esso viene esposta una delle più profonde ed acute riflessioni sull’evoluzione dell’architettura nell’epoca moderna. Il tema permanente è quello della progressiva instrumentalizzazione di una disciplina, che prima apparteneva saldamente, all’ambito metaforico e cosmologico. Vesely di fatto estende nel campo specifico dell’architettura il percorso della crisi della scienza europea delineato da Husserl. La perdita di significato in architettura, determinata dalla crescente tecnocrazia, viene indagata, però, anche secondo le componente fenomenologica ed esistenzialista più canoniche. In questo percorso la fine del Seicento e gli scienziati-architetti come Guarini, Wren o Perrault sono per Vesely sintomatici esponenti di questa “rappresentazione divisa”. Mentre, dopo di loro, si assiste ad un sempre maggiore scollamento tra scienza e arte. Di conseguenza l’architettura, sempre più razionalizzata, perde il suo significato culturale. Si tratta di un approccio complesso, molto diverso da altre tradizioni di pensiero fenomenologico in architettura come quella di Nigel Coates, per esempio, o quale quella, più conosciuta, e diffusa in Italia da Rogers e successivamente da Gregotti notoriamente sulla scorta del pensiero di Enzo Paci ed Antonio Banfi.

[Michele Sbacchi]

1.8.16 Peer Review EP

(1) Radical Pedagogies: Action, Reaction, Interaction, Biennale di Venezia 2014, a cura di B eatriz Colomina e Princeton University, cfr. http://radical-pedagogies.com/. Questa ricerca ha dato luogo per tre anni a vari eventi tra cui le mostra a Venezia citata e quelle a Varsavia e Lisbona.

(2) Vedi Helen Thomas, “Invention in the Shadow of History. Joseph Rykwert at the University of Essex,” in Journal of Architectural Education, 58, n. 2 (2004), pp. 39-45.

(3) Alberto Pérez-Gómez, “ The Primacy of Orality” paper presenata a The cultural significance of architecture: in memory of Dalibor Vesely, Cambridge, 11 April 2016.

(4) Conversazione privata con l’autore, Philadelphia, novembre 1989.

(5) Vittorio Gregotti, “Joseph Rykwert: An Anthropologist of Architectural History ?” in G. Dodds, R. Tavernor, a cura di, Body and Building. Essays on the Changing Relation of Body and Architecture, Cambridge, Ma., MIT Press, 2002, pp. 320-25. Il legame con l’antropologia è esplicito anche nel sottotitolo di The Idea of Town che recita appunto, The Anthropology of Urban Form in Rome, Italy and the Ancient World.

(6) Intervento di Joseph Rykwert alla conferenza The cultural significance of architecture: in memory of Dalibor Vesely, Cambridge, 11 April 2016.

(7) Cfr. Neil Leach, “The limits of poetics,” in Building Research & Information, (2005) 33 (4), 382-385 (recensione di Dalibor Vesely, Architecture in the Age of divided representation: the question of creativity in the shadow of production, MIT Press, Cambridge, 2005)

(8) Mohsen Mostafavi, Dalibor reflections in The cultural significance of architecture: in memory of Dalibor Vesely, Cambridge, 11 April 2016

(9) Dalibor Vesely, “Architecture and the Poetics of Representation,” in Daidalos 25 (1987), pp. 22-36, Id. “Architecture and the Crisis of Representation”, in Architectural Association Files 8, (London), pp. 21-38.

 
 
 

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