Federica Pau. Progettare biblioteche nel mondo di Google

Campus da Universidade de Aveiro, Biblioteca | 1995. Álvaro Siza

Col titolo Progettare biblioteche nel mondo di Google, Michele Sbacchi, professore associato di Progettazione Architettonica all’Università degli Studi di Palermo, regala al mondo scientifico un testo tanto inaspettato quanto efficace. Ciò che infatti il lettore si potrebbe aspettare da un titolo come questo è di trovare al suo interno un’analisi relativa al modo in cui le nuove tecnologie hanno cambiato le biblioteche sia a livello organizzativo che prettamente architettonico.

E tuttavia nelle pagine del libro non vi è nulla di tutto questo. Non a caso il suo autore circostanzia da subito il riferimento al famoso motore di ricerca spiegando che questo viene chiamato in causa per indicare la condizione contemporanea in cui l’accesso a un’informazione diffusa è tanto rapido quanto immediato. Il riferimento al noto testo di Ken Auletta Googled: the End of the World as you Know it (1) si rende immediatamente palese. Pertanto, ciò che il lettore può in apparenza percepire come un’assenza, in realtà diventa la spinta a una fine analisi architettonica il cui oggetto d’indagine non è la biblioteca digitale, ma la biblioteca nell’era digitale. Quell’era che, come messo in evidenza dal Bauman della raccolta Danni collaterali (2), ha in sé qualcosa di rivoluzionario.

Lo studio di Sbacchi, recentemente pubblicato per le Edizioni Nuova Cultura, nei fatti si interroga sul mutamento della progettazione architettonica delle biblioteche cogliendone gli evidenti cambiamenti causati dal fenomeno dell’informazione diffusa, per la quale «il rapidissimo accesso all’informazione, epitomizzato da Google, è immediato nella misura in cui giace nel telefonino che teniamo in mano»(3).

Ciò che colpisce maggiormente il lettore del volume è che al suo interno è possibile rintracciare una chiara duplicità attraverso la quale l’autore restituisce al pubblico l’oggetto del libro; due sono infatti gli sguardi che attraversano il tema ed essi sono complementari e mai escludentesi. Il primo sguardo fa riferimento all’occhio del teorico, attento al fondo delle cose e dei fenomeni; occhio che nell’atto stesso dell’osservare si rende visibile da subito, quando nel primo capitolo del suo studio Sbacchi si concentra sul tema della progettazione delle biblioteche non senza prima voler indagare a fondo il ruolo che al loro interno viene assunto dalla lettura. Ecco allora che in primo piano viene collocato il passaggio, tutto novecentesco, dalla biblioteca come luogo deputato alla conservazione di libri, in cui lo stesso atto del leggere risulta accessorio, a un edificio in cui è la lettura ad assumere un ruolo cardine, divenendo essa stessa il baricentro attorno al quale ruota l’odierno progetto dell’architettura.

Al riguardo, impiegando una formula felice, Sbacchi sostiene che «a partire dal secolo scorso il “libro”» ha ceduto «lo scettro al “lettore”»(4). Ma allora, se l’atto del leggere in biblioteca ha oggi assunto un ruolo centrale, è proprio lo sguardo dello Sbacchi teorico a indirizzarsi sull’analisi della lettura come azione complessa, per l’esame della quale il volume chiama in causa autori noti, come George Perec, e grandi architetti che, come Alvar Alto, hanno dato spazio a ampie riflessioni sul tema. Tutto ciò che si connette a quest’ultimo viene a collocarsi nel mezzo di uno spazio che acquista un ampio respiro, andando a toccare diversi nodi teorici. Tra questi, il ruolo delle numerose sensazioni coinvolte nell’atto della lettura, così come quello della concentrazione e della distrazione.

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Bolles+Wilson, Biblioteca, Monaco di Baviera, 1993

Lo studioso si muove quindi entro i confini di un orizzonte fenomenologico, in un crescendo che approda a un’interpretazione in chiave antifunzionalista sia dello stesso atto del leggere che della biblioteca come edificio divenuto, col tempo, luogo di coincidenza e di incontro tra lettore e libro. Le analisi che Ruggero Pierantoni ha a suo tempo dedicato all’argomento segnano il sentiero da battere, giacché, come sottolinea Sbacchi, lo psicologo presenta le biblioteche come edifici «costruiti nella speranza dell’evento fortuito, della coincidenza luminosa, dell’urto silenzioso tra un libro, una frase, un cervello»(5).

La prospettiva si apre ulteriormente, dal momento che, nei fatti, è la visione del Pierantoni ad essere ancora più ampia: «le coincidenze non sono solo quelle tra lettore e libri ma anche quelle dei lettori tra loro»6. Ecco che la biblioteca contemporanea diventa una piazza e lo sguardo del teorico lascia spazio a quello dell’architetto, che dal fondo delle cose solleva il suo sguardo. È proprio lo sguardo dell’architetto ad oggettivarsi nell’esame dei manufatti architettonici che interpretano il cambiamento a cui, nel mondo di Google, è andata incontro la biblioteca.

L’itinerario disegnato da Sbacchi si snoda ora attraverso l’illustrazione di undici progetti, per l’analisi dei quali l’autore del volume non manca di collaborare con altri studiosi (Giovanna Licari, Regina Bandiera, Filippo Amara, Davide Branciamore, Claudia Caracausi). Il risultato è un percorso che, attraversando l’ultimo mezzo secolo, va dalle biblioteche progettate da Josep Llinás a quelle di Louis Kahn, dai Mecanoo a Giorgio Grassi, da Alvaro Siza a Bolles e Wilson, fino ad arrivare ad Alvar Aalto, Juan Navarro Baldeweg e Emanuelle e Laurent Beaudouin.

In ogni caso, protagonista assoluta di quest’itinerario è sempre la biblioteca contemporanea intesa come piazza del sapere. Tuttavia, la reale novità del libro risiede in quell’istanza propositiva che, facendosi strada a poco a poco, arriva a conquistare l’ultima parte del volume, dove il suo autore illustra il progetto di biblioteca a cui egli stesso è approdato in seguito all’analisi svolta. La teoria trova quindi un riscontro pratico nella proposta di un modello di biblioteca di media dimensione, «più grande di una biblioteca di quartiere ma più piccola di una biblioteca municipale o centrale di una città»7, un manufatto architettonico complesso, in grado di rispondere, dunque, alle esigenze di una società che si trasforma al ritmo veloce della tecnica e del mondo digitale. Un mondo di cui Google indica senz’altro la sintesi perfetta.

[Federica Pau]

4.6.12

Peer Review EP

(1) K. Auletta, Googled: the End of the Worldas we know it, Penguin, New York, 2009.

(2)Z. Bauman, Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale, Laterza, Roma, 2013.

(3) M. Sbacchi, Progettare biblioteche nel mondo di Google. Library Design in The Googled World, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2015, p. 13.

(4)Ibid., p. 18.

(5) R. Pierantoni, I luoghi delle coincidenze, in “Gran Bazar”, n. 2, giugno-luglio 1990, p. 90.

(6) M. Sbacchi, Progettare biblioteche nel mondo di Google cit., p. 29.

(7Ibid., p. 57.

 
 
 

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