Emanuele Piccardo. Arles 2015: l’America al centro

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Stephen Shore, A road trip journal, USA 1973

Arles, cittadina provenzale nota per i soggiorni di Vincent Van Gogh e delle sue gioiose e al contempo drammatiche pitture, ospita dal 1970 i Rencontres de la photographie, quest’anno sotto la curatela di Sam Stourdzé, direttore del Musée de L’Elysee a Losanna. L’ultima visita ai Rencontres risale al 2009. Questa volta sono solo, non c’è mio padre, non c’è l’amico fotografo Vittore Fossati, con il quale abbiamo condiviso un viaggio nei sentieri di Cezanne e della montagna Saint Victoire, non c’è Gabriele Basilico che lo vedevi sbucare da un angolo di una rue e il suo sorriso ti abbracciava. Arles è un appuntamento fisso, nato da un’idea del fotografo Lucien Clergue, fin dall’inizio ha posto al centro delle mostre fotografiche il genere del reportage così tanto amato dai francesi orfani di Cartier Bresson. Il pubblico orante appartiene in gran parte a quei fotoamatori che erigono come guru Mario Giacomelli, Franco Fontana, Sebastiao Salgado.

Arles ha alternato negli anni mostre di fotografia autoriale a mostre più pop che incontravano i gusti di un pubblico variegato. Quest’anno, nel corposo palinsesto di 35 esposizioni, sotto la conduzione di Stourdzé, già collaborate di Gilles Mora, il giovane curatore ha messo al centro l’America e l’interdisciplinarietà. Non solo progetti di natura fotografica ma anche fotografie realizzate da architetti, fotografie delle cover dei dischi lp, fotografie di scena. La ricchezza del festival è sempre stata la disponibilità di spazi espositivi, dalle chiese sconsacrate ai depositi della ferrovia. Questa attitudine consente di confrontarsi con display allestitivi differenti per forme e dimensioni, tuttora validi. Il festival nelle edizioni curate da Mora, in parte quella del ’98 diretta da Giovanna Calvenzi, e in quest’ultima ha avuto sempre uno sguardo verso la fotografia americana. Quest’anno è il caso della mostra antologica dedicata a Stephen Shore, curata dalla ricercatrice indipendente Marta Dahò. Un lento lavoro sull’archivio del fotografo americano ha consentito a Dahò l’esplorazione di ricerche poche note, soprattutto quelle iniziali, concettuali, come le 4 Part variation del 1969, una serie di immagini in sequenza, come un atlante, di una macchina bianca nel deserto.

Un’opera che si colloca nel panorama della ricerca concettuale del periodo dove rintracciamo The Backs of All the Trucks Passed While Driving from Los Angeles to Santa Barbara, California, Sunday, 20 January 1963 di John Baldessari. Qui, durante il viaggio l’artista fotografa il retro dei camion componendo un abaco verticale delle modificazioni percettive del paesaggio frontale e laterale. Ma le sperimentazioni per Shore iniziano adolescente quando frequenta la factory di Andy Warhol. Shore è un maestro fuori tempo, fotografa con la camera grande formato 20×25 e, insieme a Friedlander e Robert Adams, ha saputo, più di ogni altro, raccontare con ironia il sogno americano. La fotografia di Shore non si ferma solo alle stampe ma anche al progetto del libro, un elemento in comune con l’amico Guido Guidi. Con una piccola differenza, i libri di Guidi sfruttano meglio il design grafico di Leonardo Sonnoli rispetto ai libri “tradizionali” di Shore. Nel contesto arlesiano si matura un confronto a distanza tra Shore e il grande Walker Evans, precursore della generazione di Shore, Friedlander, Eggleston, Gossage e Adams.

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Walker Evans, Faulkner’s Mississippi, Vogue, 1948

La mostra Walker Evans Anonymus curata da David Campany, Jean-Paul Deridder e Sam Stourdzé, nel museo de l’Arles Antique, lungo il Rodano, progettato da Henry Ciriani, presenta già dal titolo evocativo il contenuto, ovvero un Evans inedito e poco noto, quello che lavora per i magazines. Nel 1930 pubblica su Architectural Record le fotografie delle architetture newyorchesi evidenziando una sua predisposizione a ritrarre la città influenzato dalle inquadrature dei coniugi Lucia e László Mohly Nagy. Predisposizione che si rinnova nel servizio per la rivista Fortune nel 1946, Home of Americans. Una serie di tipologie di case singole, collettive, in campagna e in città sono l’oggetto dell’indagine di Evans. I primi anni sono quelli dove sperimenta diversi soggetti, le persone nella metropolitana, gli edifici, il ponte di Brooklin, i lavoratori anonimi (Labor Anonymous) ritratti nella downtown di Detroit pubblicati nel ’46 su Fortune. Nel 1948 su Vogue viene pubblicato un resoconto fotografico, Faulkner’s Mississippi, sui luoghi dove lo scrittore William Faulkner ambienta le sue novel in spazi abbandonati e depressi. Evans innova l’apparato iconogorafico dei magazines fino ad allora illustrati da disegni colorati. La fotografia è il nuovo mezzo tecnologico dell’epoca che cambia la rappresentazione della realtà, infatti Evans collabora con le riviste per un ventennio. Questa esposizione ha il merito di mostrare, contemporaneamente, le riviste originali, in gran parte di proprieta di Campany, e le fotografie originali provenienti da una collezione privata newyorchese.

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Robert Venturi, Denise Scott-Brown, Las Vegas, 1968

L’America è ancora protagonista nelle hall dei vecchi depositi ferroviari con Las Vegas Studio, curata da Hilar Stadler e Martino Stierli (The Philip Johnson Chief Curator of Architecture and Design al MoMa). La mostra presenta le fotografie che Bob Venturi e la moglie Denise Scott-Brown scattano nel 1968 a Las Vegas. Fotografie che raccontano la metropoli, con i suoi segni iconici di cartelloni pubblicitari e le insegne luminose, il giorno e la notte. Inediti e poco noti i film in 16mm realizzati durante lo stesso viaggio completano la ricerca dei due architetti postmoderni americani che, qualche anno successivo, nel 1972, stampano il famoso libro Learning from Las Vegas. Una sorta di vocabolario visivo fatto di immagini, testi e mappe concettuali sulla metropoli fortemente influenzato dalle precedenti ricerche di Ed Ruscha sulle Gasoline Station.

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Robert Venturi, Denise Scott-Brown, Las Vegas, 1968

Tutta questa attenzione per un America Pop, negli Anni Sessanta-Settanta, evidenzia un problema della fotografia contemporanea avvolta nell’incapacità di raccontare nuove storie. Difficoltà che sono evidenti nella chiesa sconsacrata dei Trinitari dove è in mostra la ricerca American neon signs by day and night dell’olandese Toon Michiels immagini delle insegne pubblicitarie presenti nelle città americane, sciatte e rappresentate come un catalogo commerciale alquanto inutile.

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Ma la sorpresa più lieta sono le fotografie di scena sul set del felliniano 8 1/2, allestite all’Abbazia di Montmajour, del fotografo Paul Ronald. Realizzate a colori in formato 6×6 evocano un’aria onirica in perfetta sintonia col tema del film e la visione di Fellini. Significativi i ritratti di Mastroianni durante le pause della lavorazione, gli spazi delle terme con una raggiante Claudia Cardinale e le strutture metalliche dell’astronave, elemento finale del film, dove il protagonista, il regista Guido Anselmi (Mastroianni) deve spiegare, durante una conferenza stampa, il suo nuovo film. Così Arles nel tempo rimane un festival dove si può ancora riflettere sui display espositivi e sulle diverse ricerche fotografiche più o meno efficaci, senza dimenticare la storia di una giovane disciplina come la fotografia.

[Emanuele Piccardo]

7.8.15

 
 
 

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